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Kylie Minogue – Soubrette Pride

Da stellina della televisione australiana a diva del pop anni Ottanta. La storia di Kylie Minogue prevede anche incursioni nel mondo indie, comeback eclatanti e migliaia di lustrini e paillettes. Controllate voi stessi nell’imminente Aphrodite Les Folies Tour!

La Kylie Minogue che arriva in Italia l’otto marzo è una donna con una missione. Ridare dignità alla parola soubrette. Nella terra del bunga bunga i termini “soubrette” e “showgirl” sono diventati sinonimo di ragazze procaci da avviare in quella zona grigia tra tv, prostituzione e politica. Kylie arriva tra noi, con il suo baule pieno di piume, lustrini e minuscole scarpine, per farci riscoprire cos’è davvero una soubrette. E che l’intrattenimento cosiddetto leggero ha poco a che vedere con pali da lapdance brianzola e tanto a che spartire con una tradizione gloriosa che va dalle servette delle opere di Mozart (tecnicamente definiti soprani soubrette) al cyber-circo di Lady GaGa. Passando per Carmen Miranda, Wanda Osiris, Amanda Lear e Cher. Insomma Kylie si porta dietro, insieme a una manciata di trappolette pop, l’eredità di generazioni di cantanti-ballerine di operetta, music hall e avanspettacolo. Performer che dovevano essere in grado di “tirare su il morale” delle truppe in guerra in equilibrio sul filo della decenza, di intercettare lo spirito dei tempi, di trasformare la parodia e il travestimento in un’arte sempre pericolosamente a cavallo tra eleganza da sogno e rovinosa baracconata. Kylie è oggi l’unica popstar al mondo che riesce a fare tutte queste cose con la dote tipica della soubrette: la leggerezza.

Nel 1985 era solo la sorella di Dannii Minogue, stellina della tv dei ragazzi australiana. Le cose per lei cambiano quando prende il ruolo di Charlene nella soap opera Neighbours. È solo una una comprimaria (un surreale personaggio di scolaretta che a un certo punto diventa meccanica in un’officina e poi si innamora dell’insulso Jason Donovan) però piace per la sua aria innocente. Piace al punto che, nel 1987, l’episodio in cui sposa il suo Jason è visto da più di 20 milioni di spettatori nella sola Inghilterra. A questo punto Kylie è una star della tv popolare ma nessuno pensa di farla cantare. Quando al trio di hitmaker Stock, Aitken & Waterman (i produttori di artisti monstre degli anni ’80 come Rick Astley e Samantha Fox) viene proposto di lavorare con lei, quasi non la considerano. Waterman racconta che si erano dimenticati che Kylie sarebbe venuta a conoscerli apposta dall’Australia e hanno composto per lei I Should Be So Lucky di corsa pur di accontentare il suo management che premeva per avere una Charlene canterina. Quando la canzone è arrivata alle radio e ha mandato in tilt (come usava ancora allora) i centralini con le richieste, Stock, Aitken e Waterman hanno rivoluto Kylie e ne hanno fatto quello che conosciamo. Almeno fino al 1992, anno in cui la Minogue (dopo una ventina di singoli in Top 10 e un’ingloriosa cover di Celebration) abbandona la premiata ditta Stock, Aitken & Waterman per vagare sola e indifesa come Cappuccetto Rosso nella foresta della pop-dance degli anni ’90 popolata da energumeni della house commerciale come Snap!, C&C Music Factory e Brothers in Rhythm.

 

IN BALIA DEL POP

Kylie non era esattamente Cappuccetto Rosso nel 1992: con Better The Devil You Know (probabilmente il capolavoro di Stock, Aitken & Waterman) si era già trasformata in SexKylie per la stampa britannica. Si era fidanzata con Michael Hutchence degli INXS che pare le avesse dedicato Suicide Blonde. Con triste ironia della sorte chi sarebbe suicidato nel 1997 non sarebbe stata nessuna bionda ma proprio lui. La soubrette Kylie si trova a un bivio della sua carriera: continuare a essere una popstar in declino o alzare la posta? Erano gli anni in cui Madonna stava facendo mosse decisive alzando sempre il tiro dello scandalo, della provocazione e dei bpm. Perché non provarci? Kylie entra così nella sua fase indie: firma con l’etichetta Deconstruction e con Confide (uno strano pezzo di trip-pop sinfonico ripreso l’anno scorso dai devotissimi Hurts) ha un inatteso numero uno nella classifica australiana e genera tonnellate di stampa di tendenza in Europa. The Face e I-D le dedicano copertine su copertine con servizi fotografici sempre più sexy e sofisticati. I due album pubblicati per Deconstruction (Kylie Minogue e Impossible Princess) non sono grandi successi ma le danno credibilità e la riposizionano come artista pop “cresciuta”. Quando Nick Cave la vuole nella sua “murder ballad” Where The Wild Roses Grow, Kylie fa un salto culturale che a Madonna non è mai riuscito: essere davvero credibile accanto a un grande artista senza alcuna paura di farsi oscurare. La Kylie-Ofelia annegata con Nick Cave, il suo assassino, che le fa una macabra serenata dal greto del fiume è un successo di equilibrismo pop senza precedenti. Nel 1995 Kylie si conferma artista intelligente, coraggiosa e ironica: peccato che non vada più in top 10. Dal 1995 al 2000 ci sono solo i Take That e poi le Spice Girls a occupare i gangli vitali dell’immaginario pop. Kylie diventa una nicchia per le menti pop più aperte e per i gay che non hanno mai smesso di seguirla. Lei stessa ha minimizzato il suo status di icona gay: «Non posso essere una vera icona perché non c’è dramma nella mia vita. Ok, ci sono solo tanti look drammatici… quindi diciamo che sono un’icona gay a metà». Per tutti gli anni ’90 Better The Devil You Know rimane una delle canzoni più suonate dai carri dei gay pride di tutto il mondo. Anche in America dove Kylie non ha mai avuto un vero successo di massa.

Clicca qui per leggere tutto lo speciale su Kylie Minogue pubblicato sul numero di marzo 2011 di Onstage.

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