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Lady vs Gaga: a Milano scopriamo chi vince

Concerti Lady Gaga Italia 2014

Nonostante la portata dei concerti, i sold out e la grande attesa dei fan, il mega tour con il quale Lady Gaga sta girando il mondo non sembra essere al centro della sua attenzione. Possibile? Possibile. Basta osservare la sua pagina Facebook per averne la certezza. Per comprendere le ragioni di questo distacco bisogna guardare al “conflitto” nel quale sono impegnate le due anime di Stefani. Difficile immaginare quale delle due avrà la meglio, perché il campo di battaglia è affollato. Tratto da Onstage Magazine n. 75 di novembre-dicembre 2014

Le rivalità nella musica ci sono sempre state. Qualche volta reali, in altri casi costruite a tavolino e alimentate per creare fenomeni che infiammassero il pubblico: Beatles e Rolling Stones, Duran Duran e Spandau Ballet, Blur e Oasis. Quella che si sta svolgendo sulla scena pop attuale è però molto più insolita, perché è una battaglia privata tra le due anime di una stessa artista. Per Lady Gaga i tempi della rivalità con Madonna sono già superati, scalzati dal tentativo continuo di Lady di prevalere su Gaga. Gli sforzi della popstar newyorchese sembrano concentrati sull’obiettivo di ottenere una patente di artista, tanto dalla critica quanto dal pubblico, e uscire dalla gabbia del semplice fenomeno della musica leggera. Ambizione legittima che deve però fare i conti con lo scetticismo di molti ma soprattutto con il fatto che il personaggio Gaga è vivo e vegeto, protagonista di un tour mondiale che il 4 novembre approda per l’unica data italiana in un Forum di Assago sold out da mesi.

UN’ELEGANTE VIA DI FUGA
L’artRAVE: The Artpop Ball Tour è una gigantesca festa condita di scenografie sontuose, coreografie, infiniti cambi di abito e una lunga scaletta strutturata sulle canzoni dell’ultimo album Artpop ma che non tralascia nessuno dei pezzi più famosi e amati dai fan, i Little Monsters. Difficile quindi lasciare in un angolo l’immagine della popstar, anche mettendo un monumentale tour (80 date in quattro continenti) costantemente in secondo piano rispetto ad altri progetti, portati avanti come in una carriera parallela. L’ultimo in ordine di tempo è Cheek To Cheek, l’album appena pubblicato nel quale Lady (Gaga) si mette alla prova con il jazz e lo swing duettando con un mostro sacro come Tony Bennett. Parrucca nera, mise eleganti da Sophisticated Lady, in questa versione non c’è nulla che riporti all’esplosione di colori ed effetti speciali del tour. Al punto che, presentando il disco, Stefani ha detto chiaramente di essersi «liberata» ed essere «tornata al primo amore». «Il mio approccio al pianoforte risale a quando avevo 4 anni, poi a 11 ho iniziato a studiare canto e a 14 mi sono avvicinata al jazz», ha detto. «Quando ho cominciato a scrivere musica per l’industria discografica, sono diventata famosa come la vagabonda che veniva dai bassifondi di New York. Così è partita la mia rincorsa e ho iniziato a farmi notare».
I maliziosi potrebbero sostenere che Cheek To Cheek sia un’elegante via di fuga, una distrazione nel momento in cui l’attenzione del pubblico è calata, come i risultati di Artpop farrebbero pensare. Come se una volta ottenuto il successo planetario con i primi tre album, The Fame,
The Fame Monster e Born This Way, avesse sentito il bisogno di dimostrare che c’era altro rispetto all’immagine che il mondo aveva recepito e che pare andarle molto stretta. Ma Lady ha iniziato la sua personale rivolta contro Gaga molto prima.

VOGLIA DI SMARCARSI
Dopo la scuola d’arte e la gavetta in qualche locale fumoso di Manhattan, Stefani Germanotta ha capito presto che per sfondare nel mondo del pop ci voleva altro che una bella voce e un notevole talento musicale. La creazione di “Lady Gaga” è stato un capolavoro: eccentrica, eccessiva, ha sotterrato in produzioni plasticose adatte al palato di una platea vastissima brani di grande qualità compositiva (provate ad ascoltare Poker Face solo piano e voce). Eppure Gaga non è mai stata una star rassicurante e zuccherosa come Katy Perry. Il suo immaginario ha affondato spesso e volentieri nel grand guignol, dal vestito di carne cruda indossato agli MTV VMA del 2010 ai video proiettati durante il Monster Ball Tour, con immagini in bianco e nero inquietanti che non avrebbero sfigurato in uno show di Marilyn Manson. E poi i servizi con fotografi istrionici e controversi come Nobuyoshi Araki e Terry Richardson. Per non parlare della Haus of Gaga, un team produttivo del quale fanno parte anche nomi celebri della fotografia e della moda, incaricato di occuparsi di tutto ciò che di creativo la riguarda, dai vestiti alle scenografie dei concerti. Costruito sul modello della Factory di Andy Warhol, padre della Pop Art, dimostra lungimiranza commerciale ma anche la volontà di considerare l’espressione artistica a 360 gradi, senza lasciare nulla al caso.
Nel complesso, una serie di segnali che facevano intendere una voglia di smarcarsi: pop sì, ma con una cifra stilistica ben precisa. E con l’avvio del progetto Artpop il tentativo di cambiare marcia si è rivelato nitidamente. Sin dal titolo dell’album, una vera dichiarazione d’intenti con quel gioco sul termine Pop Art. La campagna promozionale è stata poi martellante e puntata su situazioni estreme, con un uso del corpo ancora più spinto che in passato. Alcune scelte non sono arrivate al grande pubblico nel loro spessore, come affidare la copertina dell’album a Jeff Koons, da noi più noto come ex marito di Cicciolina che come artista contemporaneo tra i più quotati al mondo. Altre sono state controproducenti: tra queste il nudo integrale sfoggiato nella performance spirituale con Marina Abramovic o l’esibizione shock al SXSW Festival di Austin, dove ha interpretato Swine con Millie Brown, esponente di spicco della “regurgitation art”, che le ha vomitato addosso del liquido fluorescente. Per qualcuno è stata una provocazione fine a se stessa, per qualcun altro un’esibizione di cattivo gusto e non adatta a un pubblico di adolescenti. Per pochissimi una performance artistica d’avanguardia.

A METÀ STRADA
In tutto questo l’album è finito in secondo piano, quasi fosse uno dei tanti gadget, né il principale né quello realizzato meglio: un grande sforzo produttivo ma con una linea stilistica incerta, in bilico tra tentativi di accontentare il grande pubblico e la voglia di emanciparsi, con il risultato di restare a metà strada. A questo bisogna aggiungere una strategia confusa sui singoli da promuovere (quello più trasmesso dalle radio, Do What U Want, non doveva nemmeno essere un singolo) e i video da realizzare, ovvero i due elementi che sono stati sin dall’inizio lo strumento per il suo successo planetario. Il risultato è che Artpop non solo non è stato l’evento artistico che Lady sognava, ma nemmeno quello commerciale che speravano i discografici di Gaga. Le prime conseguenze sono state il licenziamento del manager storico, accompagnato da uno sfogo a cuore aperto via web contro «quelli che chiamavo amici» e «mi hanno lasciata sola quando ne avevo più bisogno». «A qualcuno» si è lamentata, «i milioni non bastano: vogliono miliardi, trilioni».
Difficile definire Artpop un fallimento completo. È pur sempre un album arrivato al numero uno in classifica negli Stati Uniti, ma è anche vero che da quella stessa classifica è sparito in tempi piuttosto rapidi. E se sulle vendite dei cd ci si può appellare alla crisi della discografia, sono altri i dati che parlano chiaro. Lei che del video aveva fatto la forma d’espressione privilegiata si è trovata con clip dall’appeal sempre meno rilevante. L’ultimo estratto da Artpop, G.U.Y., ha raccolto su YouTube 56 milioni di visualizzazioni. Sempre un’enormità rispetto alla maggior parte degli artisti in circolazione, ma pochi rispetto ai 182 milioni del primo singolo Applause e quasi nulla rispetto ai 603 milioni di Bad Romance. Lady Gaga è dunque finita? La centralità del personaggio nei media e i risultati del tour (quasi tutto sold out) bastano a rispondere di no, tanto più che Cheek To Cheek, pur lontano dai numeri dei primi lavori, si è comportato in maniera eccellente, debuttando al numero 1 della Top 200 di Billboard, cosa non comune in tempi dominati da hip hop e r’n’b.

Il punto è che la rivalità tra Lady e Gaga è la più azzardata che Stefani Germanotta potesse permettersi e l’unica in grado di fare danni. Perché se a lanciare la sfida a Madonna si rischia al più di essere tacciati di poca originalità e di perdere per strada i fan più accaniti della signora Ciccone, in questo caso il vero pericolo che corre Stefani è quello di demolire la gallina dalle uova d’oro che lei stessa ha creato, senza ottenere però l’obiettivo che tanto agogna: la consacrazione artistica. La sua è una scommessa estrema. Con le ultime mosse ha forse convinto buona parte della critica, ma la questione fondamentale riguarda il pubblico: riuscirà a conciliare le sue ambizioni con l’immagine che il pubblico ha di lei? In caso non dovesse riuscirci, è già pronto il piano B: nel 2015, a bordo della navicella spaziale ideata dalla Virgin per i viaggi intergalattici commerciali, sarà la prima a esibirsi nello spazio. Forse un’aliena come lei troverà lì la considerazione che cerca.

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