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Lo strano caso del dottor Jay e del signor Kay

Jason Kay è i Jamiroquai. La simbiosi tra l’artista inglese è il progetto musicale che lui stesso ha messo in piedi una ventina d’anni fa è totale. Tanto che non sappiamo realmente molto di quel geniaccio che indossa strani cappelli e vende tonnellate di dischi. Per provare a conoscere il nostro ospite – tra fine marzo e inizio aprile i Jamiroquai saranno in tour in Italia – siamo andati a caccia di persone che l’hanno incontrato. Pare che la questione non sia di semplice lettura.

di Gianni Olfeni

Intervistare Jay Kay, fondatore e leader dei Jamiroquai, è una delle più difficili imprese a cui un media possa lavorare. In generale ottenere degli “slot” (come si usa dire in gergo) con una star internazionale è complicato di per sé, ma nel caso di Jason c’è un ostacolo in più. Per usare un eufemismo, è uno di quegli artisti che non prestano particolare attenzione alla promozione. Parlando in termini reali, non gliene potrebbe fregare di meno. Ma incontrare il musicista inglese è comunque un’esperienza particolare: chi l’ha vissuta si è accorto di una certa distanza tra l’uomo e il performer, come fossero due entità separate. Da una parte la persona insicura, fragile e forse annoiata che solo in pochi hanno conosciuto, dall’altra l’artista professionale, impeccabile e sicuro di sé che tutti hanno imparato a conoscere fin dal 1993, anno di uscita di Emergency On Planet Heart, primo, meraviglioso disco dei Jamiroquai.

GIORNALISTI? NO GRAZIE

«Avevo appuntamento a casa sua, fuori Londra, per un intervista legata all’uscita del suo ultimo album» ci racconta Silvia Bombino di Vanity Fair, una delle poche testate italiana a cui il padrone unico del marchio Jamiroquai si sia concesso in occasione della pubblicazione di Rock Dust Light Star (novembre 2010). «In questi casi è tutto organizzato dalla casa discografica perciò tendenzialmente l’artista si mostra bendisposto verso i giornalisti, è nel suo interesse. Sono incontri di lavoro, è il gioco delle parti. Lui però sembrava piuttosto disinteressato. Glielo ho fatto notare e ha confermato che non era particolarmente desideroso di vedere la stampa. Era soddisfatto del lavoro fatto per il disco ma non si affannava più di tanto per promuoverlo. E comunque lasciava succedere le cose, come se non lo riguardassero”.

E’ difficile capire se dietro l’atteggiamento di Jay Kay ci sia effettivamente mancanza di interesse oppure se ami recitare a memoria un copione – immedesimandosi nel personaggio scazzato, anche arrogante che appare agli occhi dei suoi interlocutori – per nascondere qualcosa, magari una certa fragilità interiore. «In quel caso più che altro mi è sembrata stanchezza – precisa Silvia – e non so dirti se era stanchezza di quel mattino o stanchezza più in generale. Nel complesso mi ha dato l’impressione di una persona un po’ annoiata». Jason non è il primo né l’ultimo artista “insensibile” alla stampa – ci può stare, specialmente dopo vent’anni di interviste – ma c’è una bella differenza tra l’essere stufi e il mostrarsi annoiati o peggio svogliati.

LA MIA UNICA DROGA

C’è un passaggio fondamentale nell’intervista che Silvia Bobino ha realizzato con Jason. Domanda: “Qual è la prima cosa che fai al mattino, quando ti svegli?. Risposta: “Mi accarezzo il mio coso”. Al di là dei sorrisi divertiti che una simile risposta ha piazzato sul volto dei lettori di Vanity Fair,  la frase ha un’importanza centrale nell’analisi della persona che quasi tutti i giorni si mette i panni di leader dei Jamiroquai. «Gli ho posto quella domanda proprio per capire quale fosse il suo “centro”: era così svogliato che nessuna mia argomentazione riguardo alla sua vita trovava una risposta che sembrasse lontanamente sincera. Lui prima ha tergiversato un po’, poi ha fatto quella battuta. Divertente, d’accordo, ma anche un ottimo modo per eludere la mia domanda: paradossalmente una frase così sfacciata ha dimostrato quanto, in realtà, deve essere riservato». Strani questi artisti: con le canzoni si spogliano di tutto davanti a milioni di persone eppure possono sentire il bisogno di chiudersi davanti alle domande di un giornalista.

Durante la visita a casa Kay, Silvia ha potuto verificare come il lusso di cui si è tanto scritto circondi effettivamente la vita di Jason. Una tenuta sfarzosa, l’amatissimo parco macchine – è ossessionato da Ferrari e Lamborghini – e tanti oggetti preziosi. «E’ tutto vero, l’ho visto con i miei occhi. E lui, nel suo essere annoiato o stanco (non azzardo triste o solo), sembrava corrispondere al cliché dell’artista ormai arrivato che non trova più piacere negli agi che ha. Non ho avuto molto tempo a disposizione, ma ho capito che è una persona che ha sofferto e che quindi ha in realtà qualcosa da dire. Magari se lo incontri la sera, in un club di Londra, ne ricavi un’impressione completamente diversa». Sempre che in quella sera non sia tra le braccia della diabolica amica che fa spesso capolino nella vita di Jason. «Vanity Fair nel 2005 aveva fatto con lui una lunga intervista in cui parlava solo di cocaina e di come ne stava uscendo. Io perciò gli ho chiesto se quel percorso era continuato e lui ha affermato di esserne completamente fuori. Di fare però ancora uso di alcol, in abbondanza, nelle sue serate. Poi, ancora, ha fatto un’altra battuta, dicendo che la sua unica droga al momento è il sesso».

UN FOLLETTO IMPAZZITO

«Ho lavorato con i Jamiroquai in occasione del lancio di A Funk Odissey, nel 2001 e subito dopo l’uscita del disco ho accompagnato a Londra un gruppo di giornalisti italiani che dovevano intervistare Jay Kay». A parlare è Tommaso Vincenzetti, in quel periodo product manager della Sony, etichetta per cui allora incideva la band inglese (che oggi si è accasata con un’altra major). «Il nostro slot era fissato alle 10 della mattina e sinceramente eravamo tutti molto preoccupati che si presentasse in ritardo. Diciamo che non era conosciuto per la sua puntualità, specialmente in quel periodo. E invece è arrivato 40 minuti prima. Erano tutti molto sorpresi nel vederlo in anticipo, a partire dai discografici britannici». Jason era in una fase particolare della sua vita, stava lentamente cercando di uscire dalla dipendenza da cocaina. «Era molto agitato, parlava velocemente, senza star fermo un attimo. Sembrava un folletto impazzito. Cambiava continuamente discorso – cercando continuamente l’approvazione del suo interlocutore – come per la sua intelligenza. In realtà dava l’impressione di essere molto insicuro». Esattamente l’opposto di quell’atteggiamento “chill out” che Jay Kay è solito avere sul palco, quando indossando uno dei suoi folli cappelli e le immancabili Gazelle si muove, per quanto buffo, tanto sicuro da sembrare un ballerino alle prese con passi di danza che conosce da una vita. «Mi hanno poi detto che in quel periodo si stava disintossicando – continua Tommaso – ed è probabile che questo si riflettesse sul suo stato d’animo e sui suoi comportamenti. In generale credo che sia una persona piuttosto inquieta ed estremamente sensibile. Probabilmente è da questa sensibilità che nascono le migliori cose da un punto di vista artistico».

SOPRA LE RIGHE

I vizi di Jason Kay sono certamente una spina nel fianco dei Jamiroquai. E’ difficile però stabilire fino a che punto il suo comportamento ne sia influenzato. «Ho avuto modo di incontrarlo nuovamente durante il tour successivo alla pubblicazione di A Funk Odissey – racconta Vincenzetti – in occasione della data di Milano. La sera prima del concerto è stata piuttosto movimentata. Era semplicemente incontenibile. All’uscita del club milanese in cui abbiamo passato la serata ha cominciato ad improvvisare dei balletti finchè si è buttato giù per la rampa del garange che si trovava davanti al locale. Siamo andati a soccorrerlo con la paura che si fosse ammazzato! Il giorno dopo naturalmente si è svegliato dopo pranzo e abbiamo dovuto cancellare tutti gli appuntamenti con la stampa fissati per la mattinata, compresi quelli con le televisioni. A quel punto la sua prima preoccupazione era rimettersi in sesto per il concerto della sera, della promozione non si è minimamente curato. Diciamo che il suo rapporto con i fan è sicuramente migliore di quello con la stampa».

A prescindere da qualche episodio non esattamente piacevole, l’atteggiamento di Jay Kay fuori dal palco è quello della topica rockstar, sempre sopra le righe. «Non ti dà mai l’idea di sentirsi a suo agio, è come se seguisse un canovaccio. Ha un modo di fare poco spontaneo, che non mette quasi mai l’interlocutore nella condizione di avere un vero e proprio scambio. Ma tutto questo denota soprattutto una grande insicurezza di fondo. E’ come se avesse bisogno di comportarsi così per sentirsi a posto con se stesso».

Nella storia della musica, ma non solo, molte sono le star che hanno indossato delle maschere. Alcuni in senso letterale, con travestimenti veri e propri, altri costruendo un’immagine di se stessi ad uso e consumo del pubblico. Constatarlo, verificarlo, non vuole essere un modo per esprimere un giudizio negativo sulla persona, né un tentativo di lanciare l’accusa di “alto tradimento”. Anche perché, parliamoci chiaro, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Quante volte tendiamo a offrire un’immagine diversa di noi stessi per interesse o semplice comodità? Capire l’uomo dietro la star è un buon modo per comprendere l’umanità dei personaggi che idolatriamo e apprezzarne ancor di più le doti creative, proprio in quanto esseri umani. I supereroi non esistono, ma c’è qualche persona con una sensibilità, umana e artistica, fuori dal comune. Qualcuno come Jason Kay.

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