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L’era dello streaming

streaming music service

Il lancio di Spotify in italia, che segue di un anno quello di Deezer, spalanca le porte alla fruizione di musica in modalità streaming. Ecco come funziona e quali sono le conseguenze.

Come un ciclone, addirittura più potente di iTunes (lanciato nel 2003), superiore alle pur innovative Last.Fm e Pandora, lo streaming sta entrando di prepotenza anche nel mercato italiano alla voce “fruizione di musica online legale”: dopo l’esordio di Deezer a marzo 2012, l’arrivo di Spotify in concomitanza con il Festival di Sanremo 2013 ha fatto chiaramente capire che siamo entrati in una nuova era.
Se per acquistare un album in digital download si possono spendere tra i 5 e 10 euro, pagando ogni mese cifre simili è ora possibile avere a disposizione sul proprio pc, sullo smartphone (che ormai abbiamo tutti) e sul tablet oltre venti milioni di brani in qualsiasi momento. Non male eh? Se invece non volete sborsare un euro e il vostro ideale di vita sono i torrent e il download illegale (malissimo) potete comunque ascoltare i pezzi sul pc però con una qualità audio inferiore e con gli spot pubblicitari in mezzo alle scatole.

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Per provare questi servizi basta loggarsi, anche con l’account Facebook, e selezionare il disco, il brano o l’artista che ci interessa, premere play e godersi l’ascolto senza aspettare oltre. Se non volete polverizzarvi il giga di navigazione mensile incluso nell’abbonamento di tablet o smartphone, conviene selezionare la modalità offline per aggiungere le canzoni desiderate alla playlist quando vi trovate in presenza di wifi o connessioni favorevoli: il servizio memorizzerà le vostre scelte e le renderà disponibili anche quando sarete su un’isola deserta. E’ possibile seguire abbonati più famosi (non è un mistero che un account su Spotify lo abbia anche Obama), scegliere tra le migliaia di radio tematiche presenti o ancora affidarsi agli artisti simili a quelli da voi preferiti per scoprire nuova musica. Tutto molto social ovviamente, con condivisione degli ascolti con gli amici immediata se non automatica.
Certo, Beatles (esclusiva di iTunes per il momento), Led Zeppelin, AC/DC e Pink Floyd non ne vogliono sapere di mettere il proprio catalogo in streaming (ma gli Zep sono in trattativa). La pensavano così anche i Metallica, per lo meno fino allo scorso dicembre quando hanno firmato per Spotify. Alcuni artisti da top chart internazionale di oggi (ad esempio Taylor Swift) hanno deciso di aspettare a rendere disponibili le nuove release, lasciandole in un primo periodo solo sul mercato tradizionale e digitale per quanto riguarda il download dei brani. Tuttavia è solo questione di trovare l’accordo giusto e l’assegno perfetto, dopodiché anche queste lacune (comunque pesanti) saranno colmate.
Le potenzialità del servizio che accorpa streaming e cloud computing (ovvero la possibilità di memorizzare in rete e di utilizzare su vari dispositivi dati e file senza bisogno di trasferirli manualmente da uno all’altro) sono colossali, così come le possibilità di sviluppare ed evolvere queste nuove piattaforme, arricchendole di contenuti multimediali, informazioni e funzioni sempre più evolute e approfondite che possano offrire all’utente l’esperienza più completa possibile durante l’ascolto di un album. Una chance da sfruttare quindi non solo per gli ascoltatori ma anche per l’editoria multimediale a tema sette note, che dovrà probabilmente rivedere nel breve periodo il proprio modello di comunicazione e informazione, confrontandosi e cercando nel modo più efficace possibile di sfruttare i nuovi attori del music biz. Ovviamente anche le grandi aziende che producono prodotti per l’intrattenimento sono attratti da questi nuovi servizi: è notizia recente la firma dell’accordo tra Deezer e i produttori di Smart Tv Samsung, LG e Toshiba che permetterà utilizzare l’applicazione per lo streaming direttamente sul proprio schermo.
Questo cambiamento favorirà anche la tutela del copyright, a beneficio di etichette e degli artisti. La semplicità di fruizione e il basso costo sono leve decisive per “convertire” chi abitualmente scarica illegalmente file dalla Rete. In secondo luogo, con il progressivo aumento degli utenti diminuirà radicalmente il numero di file in circolazione: album e canzoni sono nei server dei fornitori di musica, non sono più archiviati nei device degli utenti. Infine, questo tipo di servizi sposta il discorso legato alla fruizione musicale dai computer ai dispositivi mobili: non si scaricano file da uno smartphone o da un tablet.
Siamo di fronte a un vero e proprio punto di svolta. Un nuovo concetto per chi vive di musica e la nuova frontiera del business musicale. Non c’è più spazio per il romanticismo, e non c’è più spazio nemmeno per il possesso: la rivoluzione digitale ha già travolto etichette e consumatori spostando l’attenzione dal possesso alla condivisione. Scommettiamo che nel giro di qualche mese un account ce lo avrete anche voi?

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