Speciali

New Orleans, 10 anni dopo l’uragano Katrina

new-orleans-uragano-katrina
di Pietro Pruneddu
Foto di Michele Ardu

New Orleans è una bellissima prostituta. Chiassosa e maleodorante, senza sonno e senza pudore. Ti abborda mentre stai bevendo un whisky, se ne fa offrire uno. Si siede accanto a te ad ascoltare l’alchimia di qualche jazzista che improvvisa. Ti sussurra all’orecchio in francese, ti parla della sua vita in spagnolo. Racconta di quella volta nel 1788 quando un incendio l’aveva rasa al suolo o di quando dieci anni fa è stata stuprata dall’uragano Katrina. E il suo pappone è lì a pochi metri. Onnipresente, minaccioso. Big Muddy, come chiamano da queste parti il fiume Mississippi, sgomita nervoso, un’ansa a destra, una curva a sinistra, col suo enorme carico di limo color fango. Un zig-zag barcollante che imita quello alcolico degli avventori del French Quarter, la Disneyland del peccato. Cuore e anima di NOLA, nomignolo cool della città, sono racchiuse in poche vie colorate dal disordine, epicentro e capolinea (o punto di partenza) di un’intera nazione.

ESODO E APPRODO
Qui si arriva o da qui si parte. È il destino di tutte le città portuali. New Orleans è il malinconico bordello immortalato in The House of The Rising Sun, la palla di vetro immersa nei bayou dei Creedence Clearwater Revival. Si viene spinti dentro la città dalla Highway 61, dopo un approccio fatto di povertà e paludi. La 61, per gran parte delle sue 1400 miglia, è sonnolenta, polverosa, guardata a vista dal fiume che le scorre accanto. L’autostrada della grande migrazione ha portato al nord milioni di afroamericani e il loro blues, fino alle sponde ventose di Chicago o alle innevate lande del Minnesota. Il viaggio a ritroso, dai paesaggi dove i fratelli Coen hanno ambientato Fargo fino alla Louisiana, è stato rifatto esattamente 50 anni fa da un magro ragazzino di Duluth, la città dove la highway inizia. Da quel cammino, che spezza metaforicamente in due gli States, è nato uno dei dischi più celebri e rivoluzionari di sempre: Highway 61 Revisited, l’album che ha consacrato Bob Dylan nell’agosto del 1965. Ed è sull’autostrada diretta a New Orleans che Dio chiede ad Abramo di sacrificare un figlio. Sempre lì bivaccano i memorabili personaggi dylaniani dell’omonima canzone, come l’uomo che deve sbarazzarsi di 40 stringhe per scarpe o il tizio annoiato che sta cercando di creare la prossima guerra mondiale. Ma l’approdo è sempre NOLA. «I drifted down to New Orleans», canterà dieci anni dopo Dylan in Tangled Up in Blue. E nel 1997, in Trying to Get to Heaven, scriverà «I’m goin’ down the river / Down to New Orleans». Ne è irrimediabilmente attratto, come chiunque ci metta piede una volta.

LE FERITE DI KATRINA
Passeggiando per New Orleans si ha la sensazione che qualcuno abbia voluto sfidare la Natura. Il lago Pontchartrain a nord, il golfo del Messico a sud, il fiume in mezzo. Da sempre è una città circondata. Dagli argini del Mississippi si percepisce chiaramente che interi quartieri sono costruiti sotto al livello dell’acqua. Uno di questi è il Ninth Ward, una distesa di casette monofamiliari abitate dalla popolazione nera più povera. Qui Katrina ha fatto i danni maggiori. E a dieci anni di distanza il quartiere è spettrale, le poche persone in giro hanno i volti scavati di chi non si è ancora rialzato dalla devastazione. Molte case hanno assi di legno su porte e finestre, i tetti sono rimasti scoperchiati, le pareti sfondate. Somiglia a un cimitero, disseminato di cartelli For Sale nell’utopica speranza che qualche acquirente possa essere interessato a questi cumuli di legno e detriti. Katrina, tra il 29 e il 31 agosto 2005, ha inondato l’80 per cento della città. Le cifre ufficiali parlano di 134 mila case colpite dall’uragano più distruttivo della Storia americana: 1836 morti e circa 100 miliardi di dollari di danni. Tantissimi sfollati non sono mai tornati dalla fuga, nella più massiccia diaspora statunitense di tutti i tempi. Gironzolando in macchina nel Ninth Ward ci si può imbattere nella villetta di Fats Domino, assoluto pioniere del rock, che nonostante il successo è sempre rimasto a vivere nel quartiere dove nacque nel 1928. La sua casa-studio spicca per il gusto kitsch delle rifiniture dorate e le enormi iniziali in bella vista sulla facciata del tetto. Durante Katrina era scomparso e qualcuno su un muro scrisse «Riposa in pace, Fats, ci mancherai». Ma non era morto, un amico l’aveva portato in salvo lontano dal disastro. Tutto intorno, nel quartiere, ci sono sporadiche tracce di ricostruzione. La fondazione no profit Make it Right, creata dall’attore Brad Pitt, ha coinvolto una serie di archi-star per progettare un centinaio di nuove abitazioni prefabbricate ed ecosostenibili da destinare al Lower Ninth Ward. Qua e là si possono vedere queste case dai colori va-riopinti, facilmente individuabili perché sono le uniche innalzate dal suolo di un metro e mezzo, come fossero palafitte, per evitare allagamenti in vista di future inondazioni.

DIMENTICARE L’URAGANO
Altre zone della città mostrano meno cicatrici ma altrettanta paura. Nel distretto di Metairie e in quello di Gentilly, tra le villette residenziali, scorrono il 17th Street Canal e il London Avenue Canal, che nel 2005 collassarono. Ora i due corsi fluviali sono praticamente oscurati alla vista da enormi argini alti 10 metri. Antiestetici muri in cemento armato, come la Berlino della Guerra fredda o la Gaza odierna, per proteggersi non da uomini ma dall’acqua. Gli americani, di solito propensi alle celebrazioni (anche delle tragedie), in questo caso hanno preferito una sorta di rimozione collettiva dell’evento. Si pensi alla mitologia legata a Fort Alamo, alle annuali ricostruzioni della battaglia di Gettysburg, al rispetto per i veterani di Pearl Harbour, ai memoriali per l’11 settembre. Gli Stati Uniti adorano gli eroi. E durante Katrina ce ne furono pochi. Fa impressione l’esposizione pubblicitaria che la città destina al National WWII Museum, il museo che ospita cimeli della Seconda Guerra Mondiale, un conflitto lontano nel tempo e nello spazio. Mentre la tragedia più tangibile di New Orleans, avvenuta appena dieci anni fa, è ricordata solo con un piccolo Memoriale, in un cimitero distante dal centro e quasi impossibile da trovare, persino arrivandoci con Google Maps. Il miglior trucco per esorcizzare l’accaduto è stato il Mardi Gras, il folle carnevale cittadino che trasforma NOLA nella Rio de Janeiro nordamericana. Per alcune settimane l’anno è un trionfo di parate festose, maschere, tasso alcolico alle stelle e un continuo lancio di collane colorate di plastica. Tutti le tirano addosso a tutti. E l’usanza non si limita al periodo carnevalesco, con il risultato che l’intera città è costantemente tappezzata di queste collanine, impigliate sugli alberi, sui fili elettrici, sulle ringhiere dei balconi. Durante il Mardi Gras i festeggiamenti investono anche i cimiteri, alcuni dei quali veri luoghi di pellegrinaggio. Il St. Louis, per esempio, dove Peter Fonda e Dennis Hopper in Easy Rider si facevano un acido. E dove si trova la (presunta) sepoltura di Marie Laveau, sacerdotessa voodoo a metà tra storia e leggenda. La sua, si dice, è la seconda tomba più visitata d’America dopo quella di Elvis. Nessuno lascia dei fiori, in compenso tanti tracciano delle X sulle lapidi. Porterebbe fortuna. Tra le minuscole stradine del camposanto è possibile imbattersi in carrelli del supermercato arrivati lì chissà come o inciampare su bottiglie di qualche buon distillato del Kentucky.

LA LENTA RINASCITA
Anche i cimiteri sono un business in una città che ha sempre vissuto di turismo. Nel 2014, per la prima volta, il numero di visitatori è tornato intorno ai 10 milioni, ai livelli pre-Katrina. Nel 2006 era crollato a meno di 4 milioni. Nel Quartiere Francese invece l’uragano è come se non fosse mai passato. Come in una cartolina, si viene magneticamente affascinati dalle splendide case in architettura creola, dai ristoranti di cucina cajun o dai chioschi dove ordinare Shrimp Po’Boy, i tipici panini con gamberetti fritti. O ancora dai locali storici che hanno visto la nascita della musica jazz, come la celebre Preservation Hall. Bourbon Street, la via simbolo del French Quarter, uscì quasi indenne dall’uragano ed è tornata a essere la calamita dell’intero Deep South per studenti festaioli, hippie incalliti, spogliarelliste ammiccanti, senzatetto, musicisti di strada. Ed è un miscuglio da colpo di fulmine. «Sai cosa significa sentire la mancanza di New Orleans», cantavano in un celebre duetto voce/tromba Billie Holiday e Louis Armstrong. Satchmo, figlio prediletto e amatissimo di New Orleans, conosceva bene quella fitta al cuore, comune a tutti quelli che qui trascorrono dieci minuti o dieci anni. È il ricordo nostalgico di notti insonni, schiamazzi e umidità appiccicosa. Rimanere indifferenti alla bellissima prostituta, semplicemente, non è contemplato.

Commenti

Commenti

Condivisioni