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Patti Smith celebra i 40 anni di un capolavoro del rock

Patti Smith Italia

Tra giugno e luglio, Patti Smith tornerà per il suo ormai consueto tour italiano annuale. Stavolta però c’è un anniversario importante da celebrare, quello dei 40 anni di Horses, il suo disco d’esordio. Tratto da Onstage n. 77 di maggio-giugno 2015.

Provo a pensarci ma non riesco a trovare una risposta soddisfacente: in quale momento abbiamo smesso di tenere costantemente gli occhi e le orecchie settate sul presente o sul futuro per abbandonarci alla retromania e al piacere della riscoperta a tutti i costi? Quelli dell’ATP, il festival All Tomorrow’s Parties hanno colto per primi o quasi questa voglia di nostalgia inventandosi uno spin off chiamato Don’t Look Back, nel quale una band o un artista veniva chiamato a suonare il proprio disco più rappresentativo dall’inizio alla fine.

A questo esercizio di stile non si è sottratto quasi nessuno, neppure la nostra amata Patti Smith, la quale, nel 2005,  per celebrare il trentesimo anniversario di Horses, ha tenuto un concerto alla Royal Festival Hall di Londra. Di anni ne sono passati altri dieci, la formazione è quasi la stessa – Kaye, Dougherty, Shanahan, con il solo Jackson Smith a sostituire l’ospite speciale di allora Flea – e il disco pure, quell’Horses che, a conti fatti, può essere considerato il punto d’inizio dell’epopea punk. O forse no? «Non fummo mai veramente punk», ricorda Smith. «Eravamo dei predecessori di quel fenomeno. Cercavamo di fare spazio perché il pubblico potesse esprimere i propri sentimenti antisociali. Eravamo una via di fuga dai concerti negli stadi, dalla disco music e dal glitter rock. Tornavamo nelle strade, nei garage. La gente che venne dopo di noi era quel genere. Noi eravamo i nonni».

Quella rivoluzione (una delle tante possibili) parte con Gloria (In Excelsis Deo) e con quei versi memorabili, «Jesus died for somebody’s sins but not mine». Nel 1975, sciolti New York Dolls, MC5, Stooges e Velvet Underground, non esisteva nulla di lontanamente simile a Patti Smith e alla sua band (i già citati Lenny Kaye e Jay Dee Dougherty più Richard Sohl e Ivan Kral) e quel debutto, a 40 anni di distanza, non smette di raccontare la sua importanza capitale. Registrato agli Electric Ladyland di New York, gli studi del suo amato Jimi Hendrix, e prodotto da John Cale – ex Velvet  Underground –, Horses è la summa del fascino ambiguo della Smith, poetessa prestata alla musica, e condensa in otto tracce il suo furore interpretativo. «Io e John Cale eravamo due poeti pazzi che gestivano piogge di parole. Ma non avevamo nessun altro intento se non fare qualcosa di grande», avrebbe poi ricordato Patti.

C’è tutta la storia del rock in quei 40 minuti: il tributo a Van Morrison di Gloria, il punk di Free Money, la sperimentazione di Birdland, il reggae (per nulla solare, anzi macabro e perverso) di Redondo Beach, l’ode a Jim Morrison di Break It Up, con l’amico Tom Verlaine dei Television alla chitarra, e la delicatezza di Kimberly, dedicata alla sorella. E poi ci sono i due capolavori che chiudono il disco, il medley di Land (che incorpora ancora un altro classico come Land Of A Thousand Dances) e i nove minuti di Elegie, lamento per piano, chitarra e voce, registrato proprio nell’anniversario del giorno nel quale morì Jimi. Comunque vada, sarà bellissimo riascoltarlo dal vivo.

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