Speciali

Perché dopo 40 anni Born to Run è ancora il più importante album di Bruce Springsteen

perché born to run è il più importante album di bruce springsteen

25 agosto 1975. Era un lunedì e usciva uno degli album più significativi e iconici nella storia del rock. Sulla copertina c’era un giovane del New Jersey, che un mese dopo avrebbe compiuto 26 anni. Aveva già pubblicato due album, apprezzati dalla critica ma non altrettanto dal pubblico. Era stato definito il nuovo “Bob Dylan”, quando il “vecchio” Menestrello di anni ne aveva solo una trentina. Soprattutto era alla sua ultima chance.

Oggi non si pensa come funzionava l’industria discografica di 40 anni fa. Negli anni dello streaming e del digitale si vive di un colpo solo: o hai successo subito o sei bruciato. Negli anni Settanta gli Lp erano al loro massimo: i 33 giri avevano rimpiazzato i 45 giri e non bisognava più cercare solo la hit del momento. C’era il tempo per lavorare su un progetto, per investire su un ragazzo. Ma quel tempo non era comunque indefinito o illimitato. Le case discografiche non erano mecenati dell’arte: se investivano volevano un profitto. E il tempo stava per scadere.

Bruce Springsteen era stato messo sotto contratto dalla mitica Columbia in un ufficio di New York City solo tre anni prima, dopo un eccellente provino e tanti anni di gavetta in tutti i locali del Jersey Shore (e della stessa Grande Mela). Aveva un discreto seguito nella East Coast e tante speranze, ma chi lo conosceva sulla West Coast, dove si era trasferita la sua famiglia in cerca di un lavoro per il padre Doug?

E ai tanti americani dei desolati territori degli Stati Uniti non toccati da nessuno degli Oceani cosa interessava dell’ennesimo giovane che si divertiva a suonare una chitarra e a gridare dentro a un microfono? Ne doveva passare di tempo prima che Bruce diventasse un working class hero, un artista capace di descrivere la sofferenza di chi si spacca la schiena ogni giorno per portare a casa il pane.

Quel 25 agosto 1975, già accompagnato dalla struttura definitiva della sua E Street Band, Bruce era teso. Lo era stato anche alla pubblicazione dei primi due album, Greetings from Asbury Park, NJ e The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle. Ma questa era la sua ultima opportunità. Era il terzo album. E non ce ne sarebbe stato un quarto con lo stesso dispendio di mezzi da parte della Columbia senza un riscontro economico. Erano le vendite che contavano, e i primi due dischi avevano deluso.

Bruce aveva lavorato parecchio su Born to Run. Aveva cominciato a scrivere le canzoni nel maggio 1974 e le registrazioni erano durate 14 mesi. La sola title track era costata sei mesi di assidue e continue registrazioni. Tutto doveva essere perfetto. Il suono. Gli assoli. I testi. Il bel documentario allegato al box set uscito dieci anni fa, in occasione del trentennale, mostra il ricordo di quei giorni da parte dei membri della E Street Band, e nei loro occhi c’è una certa lucida disperazione che solo i lunghi anni trascorsi (e il successo) trasformano in un sorriso.

Quanto tempo c’era voluto per arrivare lì? Quanto sarebbe costata la delusione di non farcela? Era l’ultima occasione. Ed era costata non solo sudore, ma anche sangue. Metaforico, ma sangue vivo. La E Street Band era stata provata da quelle sessioni di registrazione. Ne uscì rafforzata, ma Springsteen aveva rischiato di perderla. Il batterista Vini “Mad Dog” Lopez era stato cacciato dallo stesso Bruce pochi mesi prima dell’inizio del lavoro su Born to Run e il suo sostituto Ernest “Boom” Carter durò poco, giusto il tempo di qualche live e di comparire nei crediti della title track. Il pianista David Sancious, uno che ancora oggi accompagna dal vivo un certo Sting, decise di andarsene per formare una sua band e anche lui compare solo in Born to Run. I loro sostituti “Mighty” Max Weinberg e “Professor” Roy Bittan entrarono in corsa e sono ancora oggi il batterista e il pianista della band.

Non è un album perfetto, Born to Run. Basta ascoltare le otto canzoni che compongono il disco e poi riascoltarle nella registrazione di un live per capire la differenza. Non è una cosa facile da spiegare, ma è come se mancassero di forza e il suono fosse un po’ patinato. Non è un album perfetto, ma è un album gigantesco. Ancora più se si ripete il classico gesto legato al vinile, quando si giravano i dischi. Lato A. Lato B.

L’album ha una scaletta maniacalmente simmetrica. Il lato A si apre con Thunder Road. Il lato B con Born to Run. Energia pura. Il lato A si chiude con Backstreets. Il lato B si chiude con Jungleland. Epiche. In mezzo altre quattro canzoni bellissime, ma allo stesso tempo irrilevanti. Non in assoluto, ma in mezzo a quei quattro capolavori persino un pezzo come Tenth Avenue Freeze-Out scompare. Lo stesso album non è forse il migliore in assoluto di Springsteen (ma qui entrano in gioco anche i gusti personali). Ma è il suo disco più importante.

Perché con Born to Run conquistò un posto nell’Olimpo del rock. Perché con Born to Run ottenne un credito illimitato per gli anni a venire. Perché  con Born to Run intraprese il suo primo tour europeo. Perché con Born to Run aprì i dieci anni più incredibili della sua carriera, fatti di cinque album uno più riuscito dell’altro. Perché con Born to Run aveva trovato la sua dimensione.

E forse non è un caso che proprio Born to Run sia l’unico album dell’intera discografia di Springsteen che lo veda in copertina non da solo, ma con un altro membro della band (una cosa che con il cd non si può apprezzare, ma con il vecchio vinile a libro sì). La foto di Eric Meola di un Bruce sorridente appoggiato alla grande schiena di “Big Man” Clarence Clemons è entrata nella storia del rock. Merito della forza dell’album. E della forza del messaggio. Bruce da solo non avrebbe potuto conquistare il mondo.

Quel 25 agosto 1975 Bruce Springsteen ce l’aveva fatta.

Commenti

Commenti