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Perché l’Italia ama così tanto gli Alt-J

Recensione Alt-J Milano 14 febbraio 2015

«Shit, It’s Massive!». L’espressione, piuttosto colorita, è uscita spontaneamente agli Alt-J quando hanno visto l’enorme quantità di pubblico presente al concerto milanese di febbraio. L’Italia, dopo la loro patria, è il Paese che li ama di più. Per ripagare l’affetto, tornano il 14 giugno a Roma. Storia di un successo inaspettato. Tratto da Onstage n. 77 di maggio-giugno 2015.

Chi era a Milano lo scorso 14 febbraio se lo ricorda bene. Il Mediolanum Forum tutto esaurito. Undicimila persone in visibilio. Le ovazioni ad accogliere ogni canzone. L’attenzione altissima per ogni nota. Chi c’era non dimentica. Ma meglio di tutti dovrebbero ricordarlo gli Alt-J, il gruppo artefice di questa specie di miracolo. La data di Milano è stata la più grande dell’intero tour. Unica occasione paragonabile: il concerto alla O2 Arena di Londra, a fine gennaio. Ma in patria è quasi naturale: gli Alt-J sono i vincitori del Mercury Prize, arrivati con This Is All Yours fino alla prima posizione della classifica degli album più venduti, mentre l’esordio An Awesome Wave aveva già dominato la più ristretta indie chart. In Italia, i tre ex studenti di Leeds si sono presi il Forum solo grazie al passaparola dei fan.

E nessuno se lo aspettava. Neanche gli stessi Alt-J. «Incredibile», è stato il commento del tastierista Gus Unger-Hamilton. «Avevamo sentito che a Milano si erano venduti un bel po’ di biglietti, ma non avevamo preso la cosa troppo sul serio. Poi abbiamo visto il Forum e… shit, it’s massive!». Suonare lì, ha aggiunto, è il tipo di cosa che rende più umili. Commento che non rientra esattamente tra i luoghi comuni sulle rockstar. Altri magari si sarebbero sentiti inebriati. O tentati dall’arroganza. Invece niente. Solo la presunzione di supporre che il pubblico fosse lì per la musica e per nessun’altra ragione. Una scommessa? Invece è proprio per questo che in tanti si sono convinti a comprare un biglietto.

Gli operatori del settore, colti di sorpresa, sembravano saperne un po’ meno. Lo sforzo promozionale per gli Alt-J a Milano non è stato affatto superiore alla norma. Dovevano suonare all’Alcatraz. Sembrava una sede perfetta. In fondo lì si esibisce buona parte delle rockband straniere di passaggio nel Nord Italia. È come un vestito tagliato su misura per quel mercato. Poi però succede che i biglietti venduti sono cinque volte più di quanti possa contenerne l’Alcatraz. E accade senza una particolare attenzione da parte della stampa.

Probabilmente ai fan è bastato leggere “unica data italiana”. Sono venuti da ogni angolo del Paese e anche questo era un segnale. Pure l’età media lo era. Giovani e giovanissimi. Moltissime ragazze (il coro su Mathilda è stato rivelatore). È un pubblico che non disdegna i territori di confine più austeri tra rock e pop. Che ama le chitarre aiutate dall’elettronica – ma che l’effetto sia scuro, abbia una venatura d’intensità dark. Che è contento di muoversi su un groove danzabile più che con l’headbanging. Ma allo stesso tempo si appassiona a momenti di raccogliemento, a ballate più scarne.

Ragazzi che vogliono emozionarsi, più che divertirsi. Dopo gli Alt-J vorranno andare a vedere i Muse, ma anche i Mumford & Sons. E saranno forse meno attenti ad artisti più vecchi. Guardano con attenzione all’Inghilterra, quasi una seconda patria musicale. Gli piace esserci, più ancora che comprare l’album. Sembra insomma che in Italia stia crescendo una platea sensibile a quegli artisti che partono dall’indie ma arrivano a lambire il mainstream. Non a caso il ritorno avverrà in uno dei più grandi festival estivi del nostro Paese, il 14 giugno al Postepay Rock in Roma.

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