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Piero Pelù, commozione e rabbia per la morte dell’amico Ringo

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Abbiamo avuto in anteprima un capitolo di Identikit di un ribelle, l’autobiografia di Piero Pelù che esce il 16 aprile per Rizzoli. In queste intense pagine il cantante parla del dolore per la morte dell’amico fraterno Ringo De Palma, batterista dei Litfiba.

Abbiamo selezionato uno dei capitoli più emozionanti tra gli 80 che compongono Identikit di un ribelle, l’autobiografia di Piero Pelù. Il libro è appassionante e riesce a cambiare registro con sorprendente facilità, dalle invettive contro l’ex sindaco di Firenze Matteo Renzi agli aneddoti sulla vita artistica con i Litfiba. In queste pagine molto intense invece Pelù apre una finestra su uno dei momenti più dolorosi della sua vita: la morte dell’amico fraterno Ringo De Palma, batterista della band scomparso per un’overdose il 1° giugno 1990.

CAPITOLO 58
Ringo

L’eroina me ne ha portati via tanti, di amici.
Ringo è uno di loro.
Una ferita aperta. E una sconfitta per me.
Penso sempre che avrei potuto fare più di quello che ho fatto. Ci ho provato, ma non abbastanza. Forse non nel modo giusto.
Ci eravamo conosciuti perché era il fratello minore di un mio vecchio compagno di scuola. Ci incontrammo a una festa, dove mi disse di possedere una Ludwig del 1966, grande batteria. Lo chiamai nei neonati Mugnions, e di tutti lui era l’unico musicista vero, con le stigmate. Massimo Maione, il bassista oggi magistrato; Mario Leonelli, detto Kranio, ottimo musicista ancora oggi e Hare Krishna; Giovanni Sensi, chitarrista ritmico, oggi avvocato… erano ottimi compagni di viaggio e in quel 1980 facemmo, grazie al nostro proto-manager di allora Riccardo Conti (anche lui oggi avvocato) ben sette date! Ma solo Ringo era nato con il rock’n’roll in corpo. E sempre con lui, nell’83, formai i Tradimento. Ci trovavamo a provare in via Mariti, nella cantina di suo padre. Io e lui eravamo gli unici membri fissi, mentre tutti gli altri giravano. Io al basso e alla voce, Ringo alla batteria. Giù duri, liberi, due anarchici della musica. Da quell’esperienza nacque il pezzo La battaglia sacra che finì nell’Eneide di Krypton, il primo disco in studio dei Litfiba, e poi si sviluppò in una canzone completa nei live che tenemmo tra il 1984 e il 1985.

All’inizio farsi di eroina può essere anche una forma di ribellione, e sono sicuro che per Ringo è stato così, poi diventa dipendenza e basta. E non ne esci quasi mai. Ringo è stato bravissimo a mascherare la sua dipendenza. Quando mi sono accorto di quello che stava succedendo, ho provato a intervenire, ma era ormai troppo tardi. Ringo aveva superato quella soglia oltre la quale diventi senza forze, con nessuna volontà, troppo fragile per ribellarti all’eroina. L’eroina è merda, così come lo sono tutte le droghe bianche e pesanti.
Una droga però, permettetemi di difenderla: la maggiorana, presa in dosi omeopatiche. Un cannino leggero ogni tanto me lo faccio e non mi sta spappolando il cervello. Ovvio che in dosi massicce anche la maggiorana può generare dipendenza e rincoglionimento, ma bisogna veramente esagerare. Anche solo per composizione chimica non fa troppi danni. Il Thc, ovvero il delta-9-tetraidrocannabinolo, uno dei maggiori e più noti principi attivi della cannabis, non è invasivo come le altre droghe. Certo, se cominci a farti ogni giorno cinque cannoni di super skunk olandese tirata fuori in laboratorio, allora le cose cambiano perché in pratica l’hai trasformata in una droga chimica, ma se ti limiti a una cannetta leggera leggera in casa con gli amici, è pacifico.
Di maggiorana non è mai morto nessuno, questa è storia. Chi dice il contrario fa disinformazione sapendo di farla ed è un colluso che vuole favorire le mafie. Quello che conta è limitarsi a prodotti naturali e lasciar perdere la roba pompata in laboratorio. Infatti le tipologie di cannabis che si trovano normalmente in natura, prime fra tutte l’indica e la sativa, non sono altro che la classica canapa di cui l’uomo conosce da millenni i tanti possibili impieghi: il consumo ricreativo, la fabbricazione di corde e tessuti, di antidolorifici e altre soluzioni farmacologiche per favorire il rilassamento… senza contare la sua capacità di alleviare gli effetti devastanti della chemioterapia, un’applicazione che decenni di studi tossicologici hanno più volte sostenuto.
È una pianta senza troppe pretese e puoi anche farla crescere sul balcone di casa tua o nel giardino della nonna. No, io non l’ho mai coltivata, se è quello che ti stai chiedendo. Non avrei mai potuto: non ho il pollice verde e soprattutto son troppo nomade per curare un qualsiasi sanissimo orto autarchico.
È impossibile coltivare canapa se fai il mio lavoro, a meno di inventare una pianta di marijuana grassa che non ha dunque bisogno di essere continuamente innaffiata. Ci ho provato, lo ammetto, ma dopo un po’ ho abbandonato. La consumo quando me la regalano. Mi fido solo di chi mi dice: «Questa la coltivo in campagna dal mi’ babbo». Roba sana, fatta col cuore e donata col cuore. Con la marijuana è ancora possibile. Pensaci bene: la maggiorana la passi, la dividi, la fumi con gli amici. Con le droghe pesanti non esistono generosità e condivisione. Puoi farti con qualcuno, al limite spartire la stessa droga con un altro, ma sempre per interesse, non per generosità. Con l’eroina al massimo scambi l’ago, dando inizio a una fine più veloce.
Con la cannabis puoi coltivarti da solo la tua pianta e regalare una cima a un amico. È come regalare un fiore, solo che te lo fumi invece che farlo appassire al centro del tavolo. Nel mondo dell’eroina non ci può essere amicizia e, quando c’è, l’eroina vince sempre. Com’è successo tra me e Ringo.

Mi offrii, in maniera anche vigorosa, di aiutarlo. Provai a capire come aveva iniziato e con chi, ma lui fu omertoso. Mi appellai alla nostra amicizia, ma mi resi conto che fra di noi si era messo un mostro che divorava ogni sua volontà. Ringo non aveva il senso della misura. Non si controllava nemmeno con l’alcol, che riusciva a sopportare in grandi quantità. Sono sicuro che abbia iniziato a farsi di eroina convinto, come tutti, che avrebbe potuto smettere in qualsiasi momento.
Un giorno lo incontrai sul Ponte alle Grazie, per caso. Mi sfuggiva, mi evitava, non si faceva vedere, perché capiva che avevo capito, sapeva come la pensassi sull’eroina, sulle droghe pesanti e sulla mafia correlata. Mi aveva sentito condannarle migliaia di volte, per questo non ne voleva discutere. Quel giorno il destino però ci mise di fronte.
Lo vidi da lontano, lui non si accorse del mio arrivo, mi venne quasi a sbattere contro.
Avrei voluto dirgli di tutto. Provavo sentimenti contrastanti. Rabbia, amore, dolore. Avrei voluto quasi mettergli le mani addosso, per scuoterlo, fargli capire.
Avrei voluto…
Gli dissi solo: «Grandissima testa di cazzo, dobbiamo parlare io e te».
«No, ora con te non ci parlo».
«Allora ti do un’ultima possibilità: domani».
«Va bene» disse, e se ne andò com’era arrivato, senza guardare avanti, con gli occhi bassi, persi da qualche parte.
Io proseguii il cammino più sollevato. Pensai che c’era ancora una possibilità, che se era stato davvero il destino ad averci messi di fronte, uno contro l’altro, presto saremmo stati di nuovo tutti e due dalla stessa parte, ribelli contro tutti, come una volta.
L’indomani Ringo arrivò da me e parlammo a lungo. Non disse quasi nulla, ma il solo fatto che fosse venuto mi dava speranza. Ero sempre più convinto che avremmo potuto farcela. Era l’inverno del 1989-1990, a Berlino il Muro era caduto da poco. E se era caduto quel Muro di merda, forse poteva cadere anche quell’altro muro che impediva a Ringo di guardare oltre, con occhi nuovi e giusti.
Quel giorno dissi poche parole: «Ringo, basta prendermi e prenderti per il culo. Ci sei dentro fino al collo. Tu adesso azzeri tutto. Con Ghigo stiamo preparando un grande album, ci sono già due canzoni straordinarie, El Diablo e Proibito, ce la puoi fare, ce la possiamo fare. Devi venirne fuori. Non voglio più vederti come a Montréal. Cadevi a pezzi!».
Montréal fu il punto artistico più basso mai toccato da Ringo e dai Litfiba.
Era il 7 ottobre 1989 e per il gruppo non era un gran momento. Eravamo dilaniati da tensioni interne, problemi che avrebbero poi portato alla separazione da Gianni Maroccolo, che in quei giorni era in luna di miele, e dall’Aiazzi, che era diventato confuso e sfuggente. Insomma,
il concerto non nasceva sotto una buona stella, ma Ringo diede veramente il peggio di sé. Eppure era una grande occasione. Il festival era bellissimo, lo Spectrum era un luogo fantastico e il cartellone prevedeva nomi internazionali come La Mano Negra, la storica banda di Manu Chao.
Ringo non riusciva a tenere le bacchette. Suonava e gli cadevano, le perdeva. Dimenticava le parti. Era scarichissimo, il fantasma del Ringo travolgente degli anni precedenti. Un’agonia terribile. E non so se fosse così perché era completamente fatto o perché era in astinenza. Fatto sta che non c’era. Quel concerto fu un doppio requiem: per Ringo e per i Litfiba anni Ottanta.
Dopo che gli ricordai la disfatta di Montréal, Ringo ammise di essere un eroinomane. Fu la prima e ultima volta che si confessò. Ero convinto che si potesse ancora salvare e chiamai anche Ghigo per comunicarglielo. Rassicurai Ringo, ma non indorai la pillola: gli dissi solo cose in cui credevo fermamente. E cioè che c’era tempo per riprendersi, che sarebbe bastato entrare in una clinica per disintossicarsi e che lo avremmo aspettato. Gli suggerii anche di iscriversi a una scuola di musica a Milano, per diventare un batterista ancora più bravo, ma, soprattutto, per togliersi dal giro. Quando sei avanti con la dipendenza, cambiare città è sempre una mossa giusta. Lui faceva segno di sì con la testa. Poi aggiunsi: «Ora chiamo i tuoi e gli spiego tutto, così ci coordiniamo e ti aiutiamo tutti quanti».
A quel punto, Ringo disse: «Ho già parlato con i miei. Ci stanno pensando loro a trovare un posto per la riabilitazione». Feci la cazzata di credergli. I suoi non sapevano nulla. Lo appresi solo dopo il funerale. È il mio grande rimorso. Forse, se avessi chiamato i suoi genitori per controllare, tutto sarebbe andato diversamente.
Fu una grande lezione di vita: mai credere a un drogato che è dentro fino al collo. Quando sei schiavo della droga, racconti qualsiasi cazzata, anche a te stesso.
Non avrei mai più ripetuto quell’errore, perché altre volte mi sarei ritrovato nella stessa situazione. Eroina e cocaina mi rincorrono e mi circondano. Anche se non ne faccio uso, c’è sempre un amico che prima o poi se ne va per colpa loro e che mi ricorda quanto siano devastanti i loro effetti. Per l’eroina, recentemente, ho perso anche il mio amico Franck. Aids. Scambio di siringhe sbagliate. Io, lui e Ringo eravamo amici per la pelle. Ci eravamo conosciuti a Parigi, al Forum des Halles, nel 1985. Era un dj rock e quella volta ci aveva raggiunti dopo un concerto dei Litfiba, accompagnato da una ragazza corsa, Marie France. Dopo dieci minuti eravamo già fratelli. Con lui e Ringo ho diviso notti brave e grandi bevute nei bassifondi. Peccato che anche Franck si facesse di brutto. Nel 1991, poco dopo la morte di Ringo, scoprì di essere sieropositivo, ma riuscì a resistere fino al 2012. Una forza incredibile, Tonton Franck bionique.
Il problema con le droghe, qualsiasi droga – il tabacco, l’alcol, l’erba, l’hashish, i milioni di tipi di pasticche, lo speed, la coca, l’eroina, il gioco d’azzardo, la tivvù, lo shopping, cioè tutto ciò che può creare dipendenza –, è che qui in Italia le cose o si esaltano o si condannano a priori. Quello che manca è l’educazione a conoscere, capire e prevenire, che deve nascere dalla scuola e poi essere trasmessa anche alle famiglie.
Questo è un altro buco nero del nostro Stato, che non fa altro che favorire sempre le lobby di turno e la malavita organizzata, le onnipresenti e onnivore mafie. Ora che la Corte Costituzionale ha bocciato la legge proibizionista Fini-Giovanardi – quella per cui è morto Stefano Cucchi – proviamo la strada della legalizzazione, ma facciamolo in modo intelligente: spieghiamo nelle scuole cosa vuol dire fare uso di droghe e che c’è una misura tollerabile anche in abitudini che per i benpensanti sono sempre e comunque un eccesso inammissibile. È un’occasione unica per dimostrare di essere un Paese civile.

Le ultime registrazioni di Ringo non furono con i Litfiba, ma con i Cccp per l’album Epica Etica Etnica Pathos, ultimo atto prima dello scioglimento della band di Ferretti, Zamboni, Annarella e Fatur. Lo aveva chiamato Gianni Maroccolo, che ne era bassista e produttore. Guai, subito dopo la separazione, anche solo a nominare Maroccolo e Aiazzi in casa Litfiba. Io, da vero bastian contrario ribelle, me n’ero fregato e, da parte mia, avevo accettato l’invito di Gianni e Antonio a partecipare al progetto Beau Geste, uno degli snodi paralleli che Maroccolo e Aiazzi avevano con Magnelli. E così fece anche Ringo col progetto Cccp.
Antonio e Gianni mi tranquillizzarono sulle sue condizioni. Sembrava stare meglio, pareva più lucido, presente a se stesso oltre che agli altri. Non perdeva più le bacchette. Forse stava davvero venendone fuori.
Mi fa senso dirlo, ma questo è stato il dramma di Ringo: provare a venirne fuori e fare poi una cazzata.
Il problema più grande per il drogato che cerca di disintossicarsi è che più ne viene fuori e meno riesce a reggere la droga pesante. Se decidi, durante la disintossicazione, di farti uno schizzetto, come si dice in gergo, e l’eroina che ti inietti in vena è troppo forte, troppo pura, vai in overdose, mentre quando eri fatto perso saresti riuscito a tollerarla. È un terribile e drammatico paradosso.
Da qualche settimana, a Firenze, girava eroina molto pura, troppo. Sui giornali si leggeva ogni giorno di qualche morto di overdose. Troppi cadaveri in troppo poco tempo poteva significare solo una cosa: bisognava stare lontani da quella partita di droga. E Ringo ci cascò dentro.
Il 1º giugno 1990 mi arrivò, nel pomeriggio, la telefonata di Antonio. Tentare di descrivere quello che si prova in quei momenti è impossibile. La quantità di dolore che ti arriva addosso, la velocità con cui si presenta… La morte di un fratello è una diga che si sgretola, è la tua casa che ti crolla addosso, mentre tu resti lucido e impotente sotto tonnellate di piombo fuso che brucia, divorato fino al midollo.
Tutto è nero e tu sei un morto che cammina.
Il dolore della famiglia di Ringo è stato talmente grande che mi sembrava inutile parlare, spiegare, raccontare cosa avevamo fatto o cercato di fare. Siamo rimasti tutti chiusi, ognuno nella propria disperazione: quella dei suoi genitori era certamente più grande perché avevano perso un figlio, ma anche la mia, che avevo perduto non un amico, ma l’amico, era difficile da mandare giù.
Sono andato al suo funerale, ma non me la sono sentita di seppellire un ragazzo con cui ero cresciuto in tutti i sensi, non solo musicalmente, e così a un certo punto mi sono messo in disparte.
Dopo quel giorno terribile, ho incontrato qualche volta suo fratello Marco. Con il passare del tempo, però, ci siamo lasciati andare. Lo capisco.

Sono andato sulla tomba di Ringo, nel 2013. Mi ricordavo vagamente dove era stato interrato, ma non c’era più. Sono andato a chiedere al custode di quel piccolo cimitero di Firenze Rifredi. Si è messo a cercare nei registri e alla fine ha saputo indicarmi la sua tomba. Era in fondo a un corridoio, proprio alla fine del cimitero. Sulla lapide nemmeno una foto o un fiore, solo il suo nome. Un loculo senza una foto, questo è ciò che rimane della vita terrena di Ringo, ma ho la certezza che la sua anima si è rigenerata e ricomposta, dopo essersi spappolata negli ultimi anni di vita.
Era una persona strepitosa, apparentemente forte, ma fragile in realtà.

Amigo mio,
trasforma l’energia.
È un gioco duro che
ci ha segnato gli occhi.

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