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Primavera Sound 2012 Barcellona Live Blog Giorno 3

Primavera Sound 2012 Barcellona Festival Live Blog Giorno 3 Jeff Mangum, King of The opera, Atlas Sound, Beach House, Shellac, Yo la Tengo, Justice The Cure Rufus Wainwright M83 Franz Ferdinand Beirut Refused

Croci e chiese pagane – Jeff Mangum, King of The Opera, Atlas Sound, Beach House, Shellac, Yo la Tengo, Justice

È andata, anche questo Primavera è finito. Sono impazzito per riuscire a portare avanti la cronaca in presa quasi-diretta dell’evento (quest’anno l’unica zona wi-fi era quella della press area, va da sé che correre da un concerto all’altro e nel frattempo infilarsi in area stampa per commentare è risultato davvero impegnativo), ma ne è valsa la pena.

Anche il sabato è iniziato con un entrée soft: Jeff Mangum, ex(?) Neutral Milk Hotel, era il fortunato possessore del doppio spazio all’Auditori, con due show nei pomeriggi di venerdì e di sabato (privilegio che lo scorso anno toccò a Sufijan Stevens). Al mio arrivo la scena è la seguente: lui da solo su una sediolina al centro della scena vuota, chitarra in mano. Intorno, una folla composta si era allontanata dalle poltroncine per sedersi ai suoi piedi, come in adorazione, e Jeff che con una penetrante voce nasale stava cantando I love you Jesus Christ, Jesus Christ I Love you yes I do… alla fine del brano, gli arrivano in regalo un vinile e un cd dai fan, il tutto in un’atmosfera di adorazione. Mangum fa il suo dovere, ma mi stupisce tanta devozione. Sono sempre più convinto del potere mistico di questa incredibile struttura.

A seguire riesco a vedere metà esibizione del secondo italiano presente al Primavera: King of the Opera. Cambia il nome (prima era Samuel Katarro, lascio giudicare voi quale fosse meglio) ma la proposta dell’artista pistoiese resta pressoché la stessa, uno psycho blues ipnotico e imprevedibile. Dall’Adidas stage mi sposto al Pitchfork per Atlas Sound (progetto parallelo del cantante dei Deerhunter), ma è solo sul palco e non riesco affatto a entrare in sintonia con le sue costruzioni di loop di chitarra ed effetti speciali.

La serata è proseguita con i Beach House, che vincono il premio per la scenografia più brutta (sembrava una mostra di reti ortopediche) e nonostante ciò hanno rappresentato uno dei picchi più alti del festival. Ipnotici, evocativi, capaci di far salire le dinamiche con maestria, insomma un concerto come si deve, in cui il rischio fuffa era dietro l’angolo e della quale invece non c’è stata traccia. Il ritorno alla realtà è stato coadiuvato dall’esibizione degli Shellac di Steve Albini, ormai quasi un appuntamento fisso del Primavera. In una parola: granito. Ascoltarli mi fa tornare in mente i suoni primigeni di basso-chitarra-batteria, quelli per i quali probabilmente furono inventati ormai anni orsono.

Prima di salutare nuovamente e per l’ultima volta il Parc del Forum, riesco a vedere con le forze residue parte del concerto degli amati Yo la Tengo, purtroppo invalidati pesantemente dalla fonia (se ci mettiamo pure che sono molto scarni musicalmente e non propriamente degli assi agli strumenti, capirete che è stata a tratti una sofferenza). Per fortuna i loro brani più rilassati e le migliorie fatte in corsa dal fonico, me li hanno restituiti al loro meglio, alla fine. Mi faccio l’ultima scarpinata verso il San Miguel stage. La vedrò l’ultimo concerto di quest’anno, i Justice.

Sul palco la bella (e divertente) scenografia di sempre: un muro di finti sintetizzatori, rack, pulsantiere e lucine assortite; ai due lati, due pareti di casse Marshall (finte anche loro, sono degli schermi led in realtà) e al centro, l’ormai noto crocifisso luminoso. Lo show è di quelli per i quali – tutto sommato – vale la pena aver pagato il prezzo del biglietto. Coreografie luminose a tempo di musica, la scenografia che cambia lentamente forma e loro due che a differenza di tanti altri colleghi, e in linea con l’iconografia rock-metal a cui fanno riferimento, cercano il contatto con il pubblico, scendendo dal loro altare (con tanto di finte canne d’organo) e aizzando la folla. Il resto è cassa dritta e distorsori, e tutte le loro super hit destrutturate e rimpastate per l’occasione. Bello da vedere e da ballare e alle tre di notte va più che bene.

Per le conclusioni vi rimando ad un ultimo articolo, che vorrei scrivere a freddo, con un paio di giorni di decompressione. Vi lascio con un’ultima foto e con una playlist. Alla prossima.

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