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Quanto si godono i concerti gli addetti ai lavori (sempre che se li godano)

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di Redazione
Foto di Foto di Francesco Prandoni - Interviste di Alvise Losi

Compri il biglietto, ti presenti agli ingressi, entri e sei pronto a goderti il concerto. Che sia sugli spalti o in parterre, difficilmente un fan sarà distratto da altro che non sia il proprio artista preferito mentre canta e si esibisce sul palco. Ma ci sono anche altre prospettive dalle quali si può vedere un concerto. Dal mixer, dal palco stesso o dalle quinte. Ecco perché ci siamo chiesti che cosa provino gli addetti ai lavori durante un live e se riescano a goderselo. Queste sono le loro risposte.

Walter Mameli – manager e produttore di Cesare Cremonini
«Cambia da persona a persona. Io anche grazie al ruolo che ho vivo l’esperienza tour dal primo momento in cui lo andiamo a ipotizzare fino a quando si chiudono gli ultimi conti. In ogni dettaglio tecnico, di scaletta, di look, di rapporti con i musicisti. Ho una visione a 360 gradi. Fortunatamente durante i concerti riesco ad avere una mia fredda lucidità. Quando lavoro riesco ad avere allo stesso tempo un totale controllo “dal di dentro”, ma anche “dal di fuori” cioè con lo sguardo dello spettatore, quindi se qualcosa non va bene so riconoscerlo e ho il coraggio di dirlo anche all’artista. Non è piacevole a volte, ma va bene così. Il nostro pubblico tra l’altro è molto preparato, perché non abbiamo mai lavorato sui fan nel senso di fan club, ma cercando di convincerli ogni volta».

Mimmo D’Alessandro – fondatore di D’Alessandro e Galli
«Io non sto mai fermo. Lo vivo con nervosismo ed eccitazione. Ma comunque lo vivo, nel senso che ho il tempo e il modo di godermelo. Poi io faccio questo lavoro per amore, quindi non riesco a non essere fan. Certo, quando magari fai due serate allora la seconda riesci a rilassarti un po’ di più, come è capitato per esempio quando abbiamo fatto The Wall di Roger Waters».

Roberto De Luca – presidente di Live Nation Italia
«Da sempre, o meglio da mai, non mi godo un concerto. Noi non vediamo mai i concerti, perché nel momento in cui c’è un concerto e succede qualcosa la colpa ricade su chi lo organizza e quindi c’è sempre una grande tensione. A me è capitato diverse volte che accadessero magari anche piccole cose che però portano via la tua attenzione. Inoltre accade spesso che abbiamo più di un live nella stessa sera e di conseguenza non si può essere concentrati su uno solo».

Claudio Trotta – fondatore di Barley Arts
«Io me li godo eccome. Lavoro tantissimo durante l’anno, durante le settimane e i giorni precedenti a un concerto, che sia un grande evento o un live in un club, ma poi quando arriva il momento del concerto so di avere collaboratori validi con ruoli precisi e dei quali mi fido. E quindi se decido di guardarmi il concerto lo faccio».

Stefano Dal Vecchio – direttore di produzione, Barley Arts
«L’ultima volta che mi sono goduto veramente un concerto è stato nel 2005, quando vidi i Beastie Boys a Sidney. Personalmente mi riesco a godere un concerto da non addetto ai lavori al terzo giorno di un festival, perché c’è bisogno di liberarsi. Il primo giorno arrivo e, anche se sono solo uno spettatore, controllo come sono organizzate le cose e cerco di carpire e imparare. Il secondo giorno realizzo che sono lì, me lo dico ma sono ancora a metà tra il professionale e lo spettatore. Il terzo giorno me lo godo, ma purtroppo è l’ultimo giorno e finisce subito. Diciamo che da addetto ai lavori, e nel mio caso da direttore di produzione, i concerti anche quando non stai lavorando te li godi in un altro modo: in un’ora e mezza, che è quanto dura la maggior parte dei concerti, passo metà del tempo a guardare le luci, a osservare com’è la produzione, dove sono i mixer e poi come tutti i lavori riesci in automatico a codificare il linguaggio anche se sei a 20/30 metri di distanza. È difficilissimo che riesca a “liberarmi” da questa mentalità con un concerto singolo. Forse l’ultimo che mi sono goduto abbastanza è stato l’ultimo di Eels in Italia, ma perché era in un teatro e quindi è una situazione nella quale riesci a perderti un po’ di più».

Danilo Zuffi – direttore di produzione, Live Nation
«Con il mio lavoro non è facile godersi il concerto. Arrivi al mattino, controlli che sia tutto a posto, che le cose siano in ordine. E non smetti di lavorare e muoverti fino al momento del live. Poi certo hai un’altra prospettiva, ma lo osservi più che godertelo».

Riccardo Vitanza – fondatore ufficio stampa Parole e Dintorni
«La risposta al “cosa si prova” è “cosa non si prova”. E aggiungo anche “cosa non si gode”. È molto difficile che io riesca a godermi il concerto, soprattutto se è la prima di un tour o un evento unico, perché devo stare dietro ai giornalisti, all’organizzazione e in generale a qualunque tipo di problematica di comunicazione che mi veda coinvolto. Tanti dettagli li perdo, di conseguenza. Nel caso dei tour non è un problema perché ci sono altre date e posso quindi godermi una delle tappe successive, dove spesso i meccanismi sono rodati e quindi magari anche il live è migliore. Nel caso degli eventi unici invece mi devo accontentare del sound check o delle prove nei giorni precedenti, che non è necessariamente un male perché sono situazioni particolari e anche intime in un certo senso. Per esempio, nel caso del concerto di Francesco De Gregori all’Arena di Verona lui era lì a provare da qualche giorno e i suoi ospiti lo raggiungevano nel luogo delle prove e io quindi ho visto la nascita di quei duetti».

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