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Springsteen & I, nessuno è vicino al Boss come i suoi fan

Recensione documentario Springsteen I

Il 22 luglio è stato trasmesso per un’unica giornata nei cinema di tutto il mondo il documentario dedicato al Boss, Springsteen & I. Un film molto speciale che si rivolge ai sostenitori di Bruce come a chi non lo è, per bocca degli stessi fan. La nostra recensione.

Non era difficile immaginare la tipologia di spettatori di Springsteen & I. Fan del cantante del New Jersey che non si sarebbero persi per nulla al mondo questo evento unico. Non si trattava di invasati che vanno alla prima proiezione del primo giorno di programmazione (quanto accadde invece anni fa per il primo episodio della nuova trilogia di Star Wars, trasmesso pochi minuti dopo la mezzanotte). Qui però era one shot: o lo si vedeva il 22 luglio o niente.

Era facile sospettare che sarebbe andata così. Quante delle persone in sala non erano fan? Ben pochi probabilmente. Quello che invece non era altrettanto scontato immaginare è il risultato del docu-film, quasi più interessante per i non fan. Perché, allo stesso tempo, la scommessa e la forza del lungometraggio prodotto da Ridley Scott e diretto da Baillie Walsh è mostrare il volto di Bruce Springsteen filtrato dall’immagine che ne hanno i fan. Il che rende il tutto, per quanto possa sembrare impossibile, molto più vero e meno agiografico di un normale biopic con interviste al protagonista e ai suoi amici, parenti e collaboratori.

L’obiettivo di Springsteen & I non è fingere di indagare la più profonda essenza di una rockstar planetaria. Al contrario, spazzata via la tradizionale finzione che sta alla base di molti altri film su personaggi famosi, il film ribalta questa struttura. Chi è l’artista? È quello che vive in una grande fattoria del New Jersey con orto biologico e maneggio? O quello che va sul palco e milioni di persone nel mondo adorano? Non sono domande che accompagnano lo spettatore durante l’ora e un quarto di documentario. Perché la risposta è premessa del film: chi è davvero Bruce Springsteen? È quell’uomo che vediamo, abbiamo visto e vedremo tante volte sul palco, a cantare ogni nota come fosse l’ultima. Non è nessun altro, perché in fondo non è possibile sapere cosa ci sia dietro. E probabilmente a molti non interessa neppure saperlo, se non per spirito voyeuristico. Perché lo Springsteen che tanti amano e hanno imparato a conoscere è quello sopra quel palco. Un’ulteriore indagine sarebbe solo un finto approfondimento per dare spazio a un certo feticismo.

Ma perché allora è illuminante Springsteen & I? Perché mostra l’importanza che Bruce ha per tanta gente. Davvero tanta. Quelli che passano sullo schermo non sono persone lontane, irraggiungibili, truccate prima di essere intervistate davanti alla telecamera. Sono fan che si sono filmati in autonomia, con la telecamera fuori asse, fuori fuoco, fuori campo. Nessuno che conosca neppure lontanamente Springsteen, ma tutti con l’impressione di sapere chi sia. O perlomeno cosa significhi la sua presenza nella propria vita. Chi parla sullo schermo siamo noi. Sono le persone che ci circondano nel cinema, gli altri uomini, donne e bambini che cantano e saltano di fianco a noi ai suoi concerti. Questa è la verità che il docu-film mostra. La credibilità che Springsteen più di ogni altro artista è riuscito a costruirsi in quarant’anni di carriera, senza tradire mai la fiducia che i suoi fan hanno per lui.

Si ride, si riflette, ci si commuove. Ognuno ha il suo piccolo ricordo quando pensa a Springsteen. E ciascuno di quei ricordi ha aiutato le persone ad andare avanti, a non mollare, a raggiungere un solo estremo istante di pura gioia, senza pensieri o preoccupazioni. Tutto questo dice Springsteen & I, ma tutto questo i fan lo sanno già. Guardare i ricordi di altri sullo schermo non è altro che vedere se stessi e partecipare a una seduta collettiva, a un amarcord sul proprio mito. Ed è proprio per capire questo legame unico che i non fan di Springsteen potrebbero essere in realtà i primi beneficiari dalla visione del docu-film. Capire come una giovane americana, con un master nel curriculum, sia diventata una camionista e accetti la cosa con orgoglio. Sentire la storia di un operaio britannico che dopo una vita in fabbrica si è concesso il lusso più grande: una “vacanza Bruce”, cioè quattro giorni a New York per vedere il suo idolo due volte al Madison Square Garden. E scoprire come, per puro caso, un uomo dell’entourage di Springsteen, senza conoscerlo, spuntato dal nulla, gli abbia regalato un sogno. Passare dall’ultima fila in alto sugli spalti alla prima fila davanti al palco. Senza volere nulla in cambio. Ecco chi è Springsteen per i suoi fan e perché (quasi) chiunque lo abbia visto una volta dal vivo o si sia davvero concentrato a leggere i testi delle sue canzoni, non possa fare a meno di tornare a vederlo ad ogni suo tour.

C’è poi un altro aspetto non secondario del documentario e da non sottovalutare. Si è detto di come Springsteen & I possa piacere ancora più ai non ammiratori del cantante. Ma così si è dato per scontato che ai fan dovesse piacere, come fossero disposti a bersi qualunque cosa arrivi dal o sul loro idolo. Niente di più sbagliato. Perché se è vero che i fan dell’artista americano sarebbero disposti a seguirlo ovunque, è pur vero che lo farebbero perché sanno cosa Springsteen sia in grado di assicurare loro: una serata di pura emozione, oltre che di una costante, impressionante ed elevatissima qualità. Per dirla breve, se sei abituato bene, molto bene, non accetti di sorbirti qualunque cosa ti venga proposta. Chi conosce Bruce sa che è un patto tra lui e noi. Si parla di qualcosa di dannatamente serio. Si tratta di rock ‘n’ roll. E di quella redenzione catartica che chiunque abbia assistito a un live di Springsteen ha vissuto sulla propria pelle.

Se l’interesse che Springsteen & I può suscitare nei non springsteeniani certifica quanto sia azzeccata e ben sviluppata l’idea di far parlare i fan e non lui e chi gli è vicino, è perché, in fondo, nessuno gli è più vicino dei suoi fan. È qui insomma che si valuta la grande qualità del docu-film. Piace ai fan. E non era scontato. Perché loro se ne intendono e capiscono se quello che stanno guardando è reale quanto il sudore di Springsteen sul palco (come ricorda una bambina all’inizio, «dopo una canzone è già sudato come un cantante normale dopo dieci»). Non era facile riuscire a mostrare l’anima di Bruce e di spiegarla tanto a chi lo considera un padre, un fratello o un amico, quanto ai neofiti e agli scettici. Ecco il grande merito di Springsteen & I. Ed ecco perché il suo titolo non è Bruce & I.

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