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Sanremo 2013 The Story So Far (la storia fino a qui)

Martedì 12 febbraio comincia Sanremo 2013, sessantreesimo Festival della Canzone italiana. Ripercorriamone la storia dagli anni Cinquanta a oggi, ricordando alcuni dei momenti più significativi delle passate edizioni.

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Che se ne parli bene, oppure male: l’importante è che se ne parli. A esprimere il concetto, che di grinze ne fa poche, era Oscar Wilde. Lui, di certo, non conosceva Sanremo. Ma, evidentemente, Sanremo conosce lui. Puoi amarlo, odiarlo, seguirlo o snobbarlo, come il decalogo del perfetto radical chic impone. Sbirciarlo, infamarlo, maltrattarlo. Ma Sanremo è Sanremo. Perché alla fine se ne parla. Sempre.
Sanremo. Ovvero la più longeva kermesse canora della nostra Penisola, in onda dal 1951. Signore e signori, quella che sta per cominciare è la sessantreesima edizione che Mamma Rai trasmette. In attesa della prima serata, ricapitoliamo alcuni momenti che hanno segnato la storia del Festival della Canzone Italiana.

E dunque. Era il 1955 quando Claudio Villa, “Il Reuccio”, esordì e vinse Con Buongiorno tristezza. Ma una faringite non gli permise di ritirare il premio. Gli organizzatori, bontà loro, non eliminarono il brano. Che venne fatto suonare mentre le telecamere in bianco e nero riprendevano il palco. Vuoto.

Dodici anni dopo, nel 1967, la sedicesima edizione, presentata da Iva Zanicchi e lo stesso Villa nell’insolita veste di conduttore, viene investita dal suicidio del grande Luigi Tenco. Si era esibito con Dalida, qualche ora prima, in Ciao amore, ciao. Accanto al suo cadavere venne trovato un biglietto vergato a mano – che le perizie calligrafiche hanno poi permesso di attribuire allo stesso Tenco. C’era scritto: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e a una commissione che seleziona La Rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.”

L’anno successivo vede un’Italia infuocata dalle proteste studentesche arrivate da oltralpe. Sul palco del Festival c’è Louis Armstrong. È la prima delle 13 edizioni condotte da Pippo Baudo.

Siamo nel 1980 quando Roberto Benigni stampa 45 secondi filati di bacio in bocca a Olimpia Carlisi, sua compagna di conduzione. E poi apostrofa il nuovo Papa polacco come “Wojtilaccio”. La Chiesa di Roma non gradisce. L’Italia si scandalizza. Ma sghignazza.

A scaldare un po’ l’ambiente della kermesse, due anni dopo, ci pensa Vasco Rossi. Che esordisce sul palco dell’Ariston in giacca di pelle grigia e capello lungo con Vado al massimo. Si congeda portandosi il microfono in tasca. Tornerà l’anno dopo con Vita spericolata: maglietta turchina e pantalone bianco, uscirà prima della fine del brano, lasciando il playback a terminare la canzone sul palco vuoto.

Quattro anni, è il 1987, dopo torna Baudo. Per la seconda volta. Ancora una mezza novità. L’edizione viene agitata da duemila operai genovesi che rischiano il posto di lavoro e minacciano un’invasione di palco. Il buon Pippo esce in smoking, parla con loro, ne invita una delegazione sul palco per parlare del loro dramma. Il Festival è salvo.

Dopo le performance poco ortodosse del Blasco a scuotere un po’ l’Italia ci pensa una Loredana Bertè decisamente hardcore che si presenta al pubblico con un pancione finto. I fiumi di polemiche seguiti all’esibizione sono storia.

Il 1992 è l’anno di “cavallo pazzo”. Lui, Mario Appignani, fa irruzione sul palco dell’Ariston, piombando addosso a un attonito Pippo Baudo, al grido di “Questo festival è truccato e lo vince Fausto Leali”. Alla fine vince Barbarossa. Chissà.

Ancora Pippo Baudo sarà protagonista, nel ’94, quando Pino Pagano, 38enne disoccupato di Bologna, minaccia il suicidio dalla balconata della galleria del teatro. Baudo lo dissuade. Salva Pino e pure il Festival, un’altra volta.

Gli anni duemila si avvicinano. E nel ’99 una bellissima Anna Oxa calca la scena con il tanga completamente fuori dai pantaloni. Canta Senza pietà. Antesignana della provocazione nuda e cruda, verrà ripresa in salsa moderna da Belén Rodriguez che, tredici anni dopo, scenderà la famosa scalinata lasciando stravedere dall’abissale spaccatura del vestito la farfallina tatuata sull’inguine. Fiumi di polemiche. Pubblica indignazione pesino del Ministro Fornero. La farfallina volò su tutti i giornali. E sugli inguini di tante ragazzine emulanti.

Indimenticabile anche il lancio degli spartiti degli orchestrali, durante la conduzione della povera Antonella Clerici, in protesta contro il televoto. Era il 2010. L’anno di Valerio Scanu, non l’unico amico di Maria De Filippi a dominare il Festival.

Decisamente più indimenticabile (o dimenticabile, dipende dal punto di vista), l’apparizione dell’anno scorso di Celentano: il Molleggiato ha messo in scena uno spettacolo-monologo in due atti che ha raccolto moltissime critiche (ma pure molti consensi). Durante la prima serata, Adriano ha attaccato la stampa cristiana, troppo politica e troppo poco cristiana. Sia mai! Festival commissariato e Celentano massacrato. Nella serata conclusiva, è arrivata la sua risposta. Ma poi tutto si è concluso con il duetto tra lui e Gianni Morandi sulle note di Ti penso e cambia il mondo. Nel 2012 c’è stata anche l’ultima apparizione televisiva di Lucio Dalla, morto poche settimane dopo.

Mancano meno di due giorni all’inizio di Sanremo 2013, che come da tradizione tanto ha già fatto parlare di sé. È il primo Festival in autentica salsa pre-elettorale: l’edizione rossa per quelli che stanno a destra, intellettuale per quelli che stanno a sinistra. Che se ne parli bene, oppure male: l’importante è che se ne parli. Oscar Wilde ci aveva visto lungo. La Rai, pure.

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