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Cosa pensano del secondary ticketing gli addetti ai lavori

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di Redazione
Foto di Foto di Francesco Prandoni - Interviste di Alvise Losi

Se c’è un tema del quale negli ultimi tempi si è parlato molto, è il secondary ticketing. Il bagarinaggio 2.0 è ormai arrivato anche in Italia, dopo essere diventata una pratica frequente già da alcuni anni negli Stati Uniti. Molti fan pensano che chi organizza concerti non si curi più di tanto del fatto che i biglietti andati sold out siano poi rimessi in vendita su siti esterni al circuito TicketOne, a cifre a volte dieci o venti volte superiori al costo del tagliando originale. Per capire quale sia il reale pensiero di manager, promoter, direttori di produzione e uffici stampa, lo abbiamo chiesto a sette di loro. Ecco le risposte.

Walter Mameli – manager e produttore di Cesare Cremonini
«Chi organizza concerti vuole riempire la location, poi che riempia in un modo o in un altro gli interessa relativamente. Si tratta di puro libero mercato. La cosa che io contesto di più riguardo alla vendita di tagliandi per i concerti è che cose ben più delicate, come un biglietto aereo, le puoi fare via internet e poi presentarti direttamente all’imbarco con il codice a barre sul cellulare, mentre a un concerto no. Si dovrebbe poter comprare i biglietti come quelli aerei. Usare il codice a barre e il documento e basta. Bisognerebbe sfruttare meglio l’informatica. Trovo inoltre che il meccanismo della prevendita sia molto ambiguo: se compro un biglietto sei mesi prima devo pagare di meno. E poi se il prezzo del biglietto è fissato per esempio a 40 euro, non è possibile che uno spettatore arrivi a pagarne magari 20 di più tra prevendita e spedizione. Bisognerebbe eliminare l’eliminabile. Una volta la prevendita era a favore di chi organizzava i concerti. Ovviamente a noi, intendo dal lato degli artisti, arrivano lamentele. Ma gli accorgimenti sarebbero semplici: per esempio scegliere il posto sulla pianta come si fa a teatro o al cinema. Dovremmo adeguarci coi tempi. Anche per mantenere i costi legati alla parte produttiva. Meglio investire sulla qualità del suono, sulla sicurezza, su tante cose e non certo su un’operazione che è quella del meccanismo della vendita».

Mimmo D’Alessandro – fondatore di D’Alessandro e Galli
«Io ho passato lungo tempo a battermi, ma non sono riuscito a farci nulla. E ci ho rinunciato. Purtroppo non esistono leggi contro il bagarinaggio. Allo stato attuale delle cose, se io dovessi decidere di provare a vendere un biglietto a 100mila euro e qualcuno me lo volesse comprare, io non avrei fatto nulla di male. Tra l’altro è un business che viene fatto sulle nostre spalle, perché siamo noi a fare grossi sacrifici per portare gli artisti a suonare e queste persone che rivendono i biglietti lucrano sul nostro lavoro. Del resto succede anche in altri settori: un mio amico ha pagato 5mila euro un biglietto della finale dei mondiali di calcio in Brasile. Voleva andare, se lo poteva permettere e lo ha fatto. Ha fatto qualcosa di male? E poi è una cosa che è sempre successa, solo che un tempo non c’era Internet. A New York nel 1987 ero in albergo e chiesi al portiere se mi potesse trovare un biglietto per andare a vedere Whitney Houston. Lo pagai 180 dollari ma sopra c’era scritto 40, quindi i tempi non sono cambiati».

Roberto De Luca – presidente di Live Nation Italia
«I primi a essere penalizzati siamo noi, perché si specula sul nostro lavoro. Detto ciò, non bisogna sottovalutare il fatto che il secondary ticketing mette in luce la disponibilità di certe persone a pagare cifre anche folli per i biglietti. Il che significa che forse in fondo non li mettiamo in vendita a cifre poi così alte se quegli stessi concerti vanno sold out velocemente e poi chi ha i biglietti li rivende a prezzo maggiorato. Ma, ripeto, il punto è che queste persone guadagnano su un lavoro che è fatto da noi».

Claudio Trotta – fondatore di Barley Arts
«La mia posizione è ben chiara e tutti sanno quanto io mi stia battendo su questo tema, anche se a volte rischio di sembrare Don Chisciotte. La cosa che mi dispiace di più è che temo che il pubblico medio immagini che promoter e biglietterie siano conniventi. Però è bene precisare alcune cose: innanzitutto il pubblico non è consapevole della reale entità di biglietti che va in vendita sulle piattaforme di secondary ticketing, che è molto inferiore a quanto si pensi. La conseguenza è che poi la frustrazione del pubblico si sposti su di noi. Il fatto è che si tratta di un problema di natura internazionale. Tra l’altro in Italia il bagarinaggio è stato depenalizzato, così come l’evasione fiscale sotto i 150mila euro, quindi un bagarino non potrebbe essere accusato nemmeno di quello. C’è poi la complessa questione del diritto d’autore, perché alla Siae bisogna versare una percentuale sul prezzo del biglietto, ma poi quando lo stesso viene rivenduto a cifre molto superiori nessuno dà niente alla Siae. Mi rendo conto che sia più una battaglia etica che altro. Anche perché non è semplice chiudere questi siti, a meno di prefigurare nuove forme di reato (e non saprei nemmeno quali). Certo, fa male notare che parte della musica dal vivo ha deciso di compartecipare a questa subdola forma di bagarinaggio online».

Stefano Dal Vecchio – direttore di produzione, Barley Arts
«Chi fa secondary ticketing non è altro che il bagarino 2.0. Se vai all’estero è molto più semplice assistere fuori dai concerti a scene con ragazzi che hanno un cartello “cerco biglietto” e altri fan cui magari ne è avanzato uno e vanno lì a venderglielo al momento. Basti pensare che in Italia non ci sono i festival, il momento forse più alto della cultura musicale. Come fare ad arginarlo? Sarà banale dire che siamo uno dei Paesi con maggiore evasione fiscale, ma così è. Quello italiano è un popolo intelligente e reattivo, ma non fa le cose per buon senso: devi mettere la sanzione. Basti pensare alle cinture in automobile: ci sono sempre state ma non le abbiamo usate fino a quando è stata introdotta la legge che ci obbligava a farlo. Per il secondary ticketing bisogna che siano introdotte leggi. Per esempio non c’è la cultura della prevendita a minor prezzo, come sarebbe logico. Come sempre non siamo recettivi e arriviamo tardi».

Danilo Zuffi – direttore di produzione, Live Nation
«Purtroppo è una cosa che, in forma diversa, è sempre esistita col bagarinaggio. Capisco che i fan e il pubblico possano risentirne, ma a esserne realmente penalizzati sono gli organizzatori, che di fatto vengono ingannati da chi compra il biglietto al prezzo prefissato, una cifra che già comprende le varie voci di costo, e poi invece lo rivende guadagnandoci sopra. Facciamo finta che il prezzo di un biglietto sia 100 euro: in quei soldi sono compresi le tasse, i costi di organizzazione e produzione, il cachet dell’artista e tutto il resto. Ecco, immaginiamo che lo stesso biglietto sia rimesso in vendita nel circuito secondario a 200 euro: uno si ripaga i 100 euro originari e poi gli altri 100 però sono un guadagno netto, perché non ci sono tasse, cachet o altri oneri. Chi è che ci guadagna allora? Gli organizzatori? Gli artisti? O i bagarini?».

Riccardo Vitanza – fondatore ufficio stampa Parole e Dintorni
«Io penso che il pubblico si approcci ai concerti in maniera differente da persona a persona. Mentre per i dischi le cifre sono più o meno standard, che si tratti di rock o jazz, di una superstar o no, per i concerti ci sono grosse differenze sui prezzi. Questo riguarda il costo dei biglietti, ma di conseguenza anche il secondary ticketing, che è una pratica rischiosa anche e soprattutto per chi organizza. Io penso che qualcosa non torni: se un concerto va sold out subito, ma dopo pochi minuti spuntano fuori montagne di biglietti, vuol dire che ci sono problemi. Sicuramente qualcuno dietro a tutto ciò c’è, anche se mancano le prove per dimostrare chi sia. Le ipotesi le conosciamo tutti e vanno dalla malavita organizzata al “semplice” sistema criminale e delinquenziale. Chi però realmente favorisce e alimenta questa pratica non lo sappiamo al momento. Qualcuno sostiene che alcuni organizzatori siano responsabili, ma va tutto dimostrato e mi sembrerebbe davvero assurdo. Certo è che ci sono molti organizzatori che invece combattono il secondary ticketing: due nomi su tutti sono Claudio Trotta di Barley Arts e Ferdinando Salzano di F&P Group. Non ho molta fiducia che lo Stato interverrà mai: stiamo parlando della Cenerentola delle arti. Forse solo il teatro è meno considerato della musica da chi dovrebbe occuparsi di cultura a livello statale. Se sommiamo i fatturati di tutte le major italiane arriviamo a quelli di una media azienda italiana, quindi non c’è un reale interesse economico per lo Stato».

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