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Shakira: Diva globale

Due sole date in Italia – 2 maggio a Bologna e 3 maggio a Milano – per la cantante sudamericana che ha saputo imporre in mezzo mondo la propria visione di pop latino, permettendosi di scalzare dale classifiche pezzi grossi come Madonna e sgomitando nelle prime posizioni con Lady Gaga. Seguiteci in questa disamina del suo successo…

Il pop è un ecosistema in cui determinati organismi mangiano, cantano, ballano e si riproducono. Si adattano alle mode e alle tendenze, in certi casi si evolvono, in altri soccombono e scompaiono. Ogni tanto arrivano dei mutanti che obbligano l’intero sistema a ritararsi. Recentemente, Lady GaGa è stata come un piranha buttato nell’acquario dei pesci tropicali: Christina Aguilera è stata divorata subito, Britney si difende come può ma è lì che ogni giorno perde qualche pinna, Pink è sparita sotto un sasso e aspetta tempi migliori. Madonna è stata spostata in un acquario protetto in attesa di capire cosa farne. Shakira è l’unico pesce che può sopravvivere. La signorina Mebarak Ripoll, in parte libanese e in parte colombiana, ha due cose che le altre popstar non hanno: un DNA artistico estremamente complesso e una storia. Venire dal Disney Club, come Britney o Christina, non è una storia: è come essere dei topolini nati in laboratorio. Shakira era sì una bambina ricca (è riuscita comunque anche a viversi la bancarotta della sua famiglia), ma ha inciso il  primo album (con canzoni scritte da lei) a 13 anni. I suoi contatti familiari possono averla aiutata ma il talento c’era ed era innegabile. Ok, non aveva alcun controllo artistico, ma ha imparato abbastanza in fretta a nuotare tra i pesci grossi di un mercato (quello del pop latino) enorme e agguerrito. La produzione e la promozione dei suoi primi tre album in lingua spagnola, in cui cercava di vendersi come un’incrocio tra Alanis Morrissette e una giovanissima Gloria Estefan, l’hanno fatta crescere. Quando, nel 2001, Shakira ha fatto irruzione nel mercato globale con Whenever Wherever aveva già dieci anni di showbiz sulle spalle ed era una macchina da guerra. Altro che uno scorfano/piranha nell’acquario: quell’anno nella vasca del pop internazionale hanno buttato un barracuda.

COMUNQUE, DOVUNQUE

L’estate del 2001 era un momento strano. La bolla della new economy stava scoppiando e quell’11 settembre le vacanze sarebbero finite  con un cataclisma storico che avrebbe trasformato il mondo per sempre. Il pop globale di Whenever, Wherever, con quel sapore andino (con charango e flauto di Pan) e quella voce così adulta e drammatica che usciva da una ragazzina che da lontano poteva sembrare Britney, è stata la colonna sonora di un mondo che collassava. Era una canzone di un ottimismo disperato, cantata da una fanciulla bionda senza età e senza confini: una ragazza che poi, sul più bello, iniziava a fare la danza del ventre. Altro che le coreografie stucchevoli dei video R&B che, tutti uguali, soffocavano i palinsesti musicali di quegli anni… Shakira, in quel 2001 di confini che crollavano, di guerra dentro casa, di antrace spedita per posta, di terrore per il diverso, ha stravinto proprio perché era diversa. Il suo primo album in inglese, Laundry Service, è stato un successo tanto grande quanto inatteso. I singoli successivi facevano vedere un lato sempre diverso di Shakira. La sua voce così ruvida e così poco addomesticata era inconfondibile ma le canzoni erano schizofreniche: ballate rock, pezzoni dance, tanghi new wave. Shakira osava (e vinceva) mescolando i generi senza nessuna attenzione per la propria fascia di mercato. In un momento in cui la discografia agonizzante e terrorizzata tendeva sempre di più a trattare i propri artisti come dei brand, Shakira ha sbaragliato tutti semplicemente dimostrandosi viva. E nel frattempo gli artisti internazionali fanno a gara a duettare in spagnolo improbabile con la popstar ispanica di turno: Whitney Houston con Enrique Iglesias, Christina Aguilera con Ricky Martin. L’ ambiziosa Mariah Carey pensa bene alzare la posta e di fidanzarsi (molto pubblicamente) con Luìs Miguel, ex teenstar messicana e asso pigliatutto del mercato discografico centroamericano. I due album bilingui successivi (Fijaciòn Oral Vol. 1 e 2) vedono Shakira lavorare con il produttore Rick Rubin, l’uomo dal tocco d’oro che ha inventato i Beastie Boys e ha saputo mettere a fuoco la carriera dei Red Hot Chili Peppers. E Shakira era proprio di una messa a punto che aveva bisogno. La Tortura (duetto con lo spagnolo Alejandro Sanz) la rivede nelle vesti di cantante latina con una canzone tanto sexy quanto massiccia. Ma non c’è facile esotismo né nel video né nella musica: siamo anni luce dal kitsch de La Isla Bonita, la lingua meticcia di Shakira la parlano tutti e lei ipnotizza uomini e donne con quello che è L’ultimo tango a Parigi dei clip musicali. Neanche l’immancabile duetto con Carlos Santana riesce ad attaccarle polvere addosso o a renderla impacciata.

Clicca qui per leggere lo speciale completo di Shakira su Onstage Magazine di Aprile 2011.

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