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Sigur Rós, 5 buoni motivi per non perderseli all’I-Days di Monza

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di Redazione
Foto di Cristina Checchetto - Testo di Alessandro Mela

Mancano ormai pochi giorni all’unica data italiana dei Sigur Rós, che si esibiranno sabato 9 luglio nel secondo di tre giorni di concerti dell’I-Days Festival, quest’anno alla sua dodicesima edizione. La venue è quella dell’autodromo nazionale, nel Parco di Monza, location già rodata da live come quello dei Manu Chau lo scorso giugno. La loro ultima fatica discografica risale al 2013, con la pubblicazione di Kveikur, ma il trio ha lavorato per diverso tempo con il produttore John Congleton, già collaboratore di artisti come St. Vincent, Brian Wilson ed i Franz Ferdinand, ed ha di recente rilasciato un nuovo brano intitolato Óveður.

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1. VENGONO DA UN POSTO MAGICO
Se è rimasto un luogo magico da qualche parte, quel luogo è probabilmente l’Islanda. Detta la terra “del ghiaccio e del fuoco”, in mezzo a paesaggi mozzafiato si collocano minuscoli centri abitati, con casette rosse dal tetto spiovente. La leggenda inizia nel 1994, alla nascita della sorella  del cantante e polistrumentista Jón Þor Birgisson (Jónsi  per gli amici) chiamata Sigurrós, ovvero “rosa della vittoria”. Lo stesso anno, gli esordienti Sigur Rós incidono Fljúgðu, e vengono notati da una loro connazionale, Björk. Il resto, come si suol dire, è storia.

2. CANTANO  IN UNA LINGUA TUTTA LORO
Quando non usa la propria lingua madre, l’islandese, il trio di Reykjavík adopera un idioma molto personale: il vonlenska, traducibile come speranzese. Tecnicamente non è una vera e propria lingua, non ha una sua grammatica e nemmeno intere parole, ma è composta da diverse sillabe prive di un significato letterale: la voce diventa così uno strumento al pari degli altri, creatore di musica pura capace di veicolare emozioni astratte. Il nome deriva dal brano Von, che significa appunto “speranza” ed è contenuto nell’omonimo album del 1997. Alla sua uscita, limitata alla madrepatria, il disco ha venduto soltanto 313 copie.

3. ASTRAZIONE NON VUOL DIRE INDIFFERENZA
Diversi videoclip della band trattano più o meno direttamente il tema dell’infanzia: i protagonisti sono bambini, ragazzi, o adulti che non si comportano come vorrebbe la loro età; in Hoppípolla si vede un gruppo di anziani fare scherzi e giocare sfidandosi con spade di legno, mentre in Glósóli  si seguono le orme di un novello Peter Pan, un “tamburino magico” che raduna intorno a sé giovani disposti a seguirlo. Non mancano temi ancor più delicati, a livello personale come sociale, come quello dell’omosessualità di Viðrar vel til loftárása o quello della sindrome di Down, rappresentata dagli angelici ragazzi di Svefn-g-englar.

4. UN SOUND INCONFONDIBILE
Ci sono tanti termini per definire la musica dei Sigur Rós: post-rock, ambient, shoegaze, psichedelia, dream-pop, art rock; è l’unione di queste tendenze, guidate da un gusto originale e personale, a dare vita alle sonorità uniche che caratterizzano la band. Tra i tocchi di stile, uno spicca su tutti: Jónsi usa un archetto da violoncello sulla tastiera della propria chitarra. Inizialmente si trattava di un regalo ricevuto dall’ex batterista Àgúst, ma Georg pensò di usarlo per il suo basso; i risultati furono però deludenti, e l’archetto passò a Jónsi.

5. HANNO SUONATO ALLE “NOZZE PORPORA”
Benché abbiano inciso più di una colonna sonora, il brano “su schermo” di maggior successo è sicuramente quello che la band suona al matrimonio di Re Joffrey, nella quarta stagione dell’acclamato serial HBO Game Of Thrones. I musicisti compaiono in veste di menestrelli, e per l’occasione incidono una versione del brano The Rains Of Castamere, nella finzione letteraria e televisiva creata da George R.R. Martin uno dei canti simbolo della casata Lannister. In precedenza, una versione della stessa canzone era stata suonata da The National. Chi meglio di un gruppo di islandesi poteva suonare in una serie tratta dalle Cronache del ghiaccio e del fuoco?

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