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Speciale concerto Foo Fighters Codroipo Villa Manin (Udine)

FOO FIGHTERS CONCERTO CODROIPO UDINE 3 AGOSTO Ci sono tante band capaci di sfornare buoni album e proporre buoni concerti. Poi ci sono quelle che con dischi e live lasciano un segno indelebile nella storia della musica. Come i Queen. Come i Foo Fighters, che della band di Freddie Mercury sono ideali eredi quanto a potenza e impatto degli show. Nonostante abbiano inciso alcuni dei migliori album rock degli ultimi due decenni, è sul palco che Dave Grohl e soci danno il meglio di loro stessi. In attesa del concerto di Villa Manin (a Udine), cerchiamo di capire perché.

Parlare dei Foo Fighters oggi è un po’ come parlare dei Queen nel 1986. Dave Grohl e Taylor Hawkins sono infatti riusciti a raggiungere lo scopo che si erano inconsciamente (?) prefissati alcuni anni or sono, al momento del loro incontro ai tempi di The Colour And The Shape: andare a colmare il vuoto lasciato sui palchi di mezzo mondo dalla band di Freddie Mercury e compagni, riuscendo a ricreare quel perfetto mix tra pop e rock che permise alla Regina di diventare l’attrazione live più richiesta a metà degli anni Ottanta. Qualcuno, vista la sostanziale differenza musicale tra le due band, potrebbe inizialmente storcere il naso, ma chi davvero conosce il background dei musicisti coinvolti e ne ha seguito l’evoluzione, impiegherà pochi minuti per rendersene conto. Se, infatti, musicalmente la band formata da Dave Grohl all’indomani della tragica fine dei Nirvana pare essere più una derivazione degli Hüsker Dü di Bob Molud e Grant Hart piuttosto che degli autori di We Are The Champions, ad una analisi più approfondita le distanze finiscono per assottigliarsi notevolmente.

COME LE REGINE

Pur avendo mantenuto una pesantezza di fondo aliena alla produzione dei Queen, la capacità di creare melodie e le spiccate doti di performer di Grohl, unite alla compattezza senza fronzoli del gruppo, ha di fatto ricreato lo stesso tipo di magia che permeava gli ultimi tour dei loro beniamini. Molti non lo sanno, ma lo stesso Cobain, noto ai più per l’attitudine punk che non per l’amore per la rock opera, era stato un fan dei Queen, in particolare del primo periodo della band. Il fatto poi che, da lungo tempo, i Foos propongano dal vivo Tie Your Mother Down, spesso accompagnata proprio da Brian May e Roger Taylor, è solo la punta di un iceberg di cui pare difficile scorgere la fine. Difficile infatti trovare un’intervista in cui Grohl o Hawkins non ricordino l’importanza di Mercury e compagni per le proprie vite, così come è impossibile non rivederne la stessa attitudine in fase live. Il ritorno nel nostro paese, a poco più di un anno di distanza dall’incredibile esibizione di Rock In Idrho, non fa altro che dimostrare, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto il gruppo sia ormai una delle maggiori attrazioni mondiali in fatto di musica dal vivo. Difficile infatti trovare oggi una band dall’età media così bassa in grado di competere con i mostri sacri del rock, gente che, nel migliore dei casi, ha superato da qualche anno le cinquanta primavere.

LIVE MAN

D’altra parte, che l’ex batterista dei Nirvana fosse un animale da palcoscenico di razza lo si era già capito ai tempi degli esordi con la band di Aberdeen: il suo arrivo non solo riuscì a dare finalmente al gruppo quel suono pieno e potente tanto ricercato da Cobain e Novoselic durante i primi anni, ma soprattutto cambiò l’attitudine della band dal vivo. Il suo devastante drumming, istintivo e grezzo ma di presa immediata, fece finalmente fare alla band quel salto di qualità a livello musicale che, unito a un lotto di canzoni perfette, le permise di spiccare definitivamente il volo oltre i confini della musica indipendente, trasformando i tre musicisti da punk rocker di periferia in super star mondiali. Immediati fioccarono i paragoni con il leggendario John Bonham dei Led Zeppelin. «Bonham è stato il più grande batterista della storia del rock. Era in grado di passare dalla cacofonia allo swing senza soluzione di continuità e con una semplicità disarmante. Fino a sedici anni ascoltavo solo hardcore, quindi ero lontanissimo da un certo tipo di sonorità, ma quando mi prestarono House Of The Holy la mia vita cambiò: decisi che avrei dovuto suonare in quel modo». L’amore e l’affinità musicale per Bonzo, testimoniate anche dal tatuaggio raffigurante il celebre simbolo esoterico utilizzato sulla copertina di Led Zeppelin IV, erano così evidenti che, una volta conclusasi drammaticamente l’avventura con i Nirvana, la critica iniziò sistematicamente ad accostare il nome di Grohl a quelli di Page e Plant, intenti a tornare sulle scene proprio alla metà degli anni novanta. Ma Dave aveva altri progetti per la mente, il primo dei quali, a sorpresa, era proprio quello di smettere di fare il batterista. Nella sua mente stavano infatti già nascendo i Foo Fighters, un progetto lontano anni luce dal grunge di cui suo malgrado era ormai diventato un’icona e per il quale aveva già pronte diverse canzoni. Con una scelta senza precedenti, Grohl non solo decise che il suo posto sul palco non sarebbe più stato dietro le pelli, ma anche che non avrebbe attinto in alcun modo dalla tragedia che l’aveva coinvolto – nonostante le canzoni dei Nirvana avrebbero potuto rappresentare il migliore dei trampolini di lancio. La voglia di creare una vera e propria live band, ancor prima che una macchina sforna album, lo portò presto a cercare dei compagni in grado di aiutarlo e, inizialmente, la scelta sembrò ricadere proprio sull’ex compagno Krist Novoselic: visto che Pat Smear, già turnista dei Nirvana dopo la pubblicazione dell’album In Utero, fu aggiunto come secondo chitarrista, il rischio era tuttavia quello di trasformarsi in una pallida reincarnazione della band d’origine, così i due rinunciarono.

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