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Speciale concerto Lenny Kravitz a Milano

Non lasciatevi illudere dal titolo del suo nuovo disco, Black And White America. Nemmeno lui crede che il razzismo in America sia superato. Non crediate che qualche ottimo musicista possa riportare l’r’n’b agli splendori di una volta. Non stupitevi se le rockstar si drogano, è un problema di tutti. Insomma, c’è poco da stare allegri. A meno che non vi chiamiate Lenny Kravitz.

È un tiepido mattino romano ad accogliere la presentazione del nuovo disco di Lenny Kravitz, un’occasione importante, visto che le conferenze stampa nella Capitale sono una cosa rara. Intorno a noi l’entusiasmo e l’agitazione palpabile dell’entourage dell’artista e dei rappresentanti della sua nuova etichetta discografica: dopo un’intera carriera con la Virgin, il rocker ha deciso di firmare per la Roadrunner (ormai Warner), la stessa di Slipknot e Dream Theater. La presenza della più famosa traduttrice simultanea televisiva, la distinta signora che fa da interprete a tutti gli artisti internazionali di Sanremo, conferma la solennità dell’evento. Registratori accesi sul tavolo, tutti ai propri posti: sta entrando Lenny. Il suo passo è lento e pesante, ma allo stesso tempo fluido. Gilet di pelle nero, enormi occhiali da sole, una lunga collana composta da grosse sfere di legno e una maglietta slabbratissima. È basso come si dice anzi, è più esatto dire che non è alto, almeno non come lo fanno sembrare i tanti video con le inquadrature che lo riprendono da sotto. Il suo carisma riempie la stanza, ha l’eleganza e le movenze di un felino addomesticato; ci sarà pure un motivo se parte del suo successo si deve ad un’immagine da vero sex symbol (e se nella sua vita si + accompagnato ad alcune fra le donne più belle del mondo). Ha un gran sorriso, la voce bassa, è un cordiale e simpatico ragazzone di quasi cinquant’anni; in attività da oltre venti, può vantare una carriera pluripremiata, che fra alti e bassi l’ha portato al traguardo del nono disco.

 

FERVORE IN BIANCO E NERO

La prima domanda è sul titolo. Kravitz dichiara di aver deciso di intitolare il suo nuovo album Black And White America – di certo meglio di quel Negrophilia che era stato ventilato all’inizio e che forse avrebbe creato curiose assonanze con Biophilia di Björk, uscito un mese dopo – colpito da un documentario sul razzismo nell’America di Obama. «Il razzismo non è scomparso, è solo diventato più subdolo, perché filtrato dal politically correct. Il pregiudizio è un concetto che ho imparato a scuola. Non è stato facile per la mia famiglia, multietnica e multireligiosa, nonostante New York fosse già all’epoca parecchio avanti sul discorso dell’integrazione. Avere un presidente di colore è soltanto il primo passo». La scelta risulta però solo un tentativo di dare al lavoro un taglio impegnato, perché aldilà della title track in apertura (le cui prime quattro rime riescono a farci rimpiangere il Kravitz fricchettone di California), non è un disco di impegno sociale, e lo dimostrano i successivi quindici brani, in cui si parla di tutt’altro. Né dobbiamo farci ingannare dalla copertina, una tenerissima foto di Lenny bambino con il simbolo della pace dipinto sulla fronte, perché la politica non viene affrontata né più né meno che nei precedenti dischi, e allo stesso modo, con messaggi e proclami globali, o meglio, con la sua personale dialettica, semplice e molto rock’n’roll. Peace, love, respect, faith: concetti universali e sonorità per le masse, insomma, come un altro disco di Lenny Kravitz.

Black And White America è un lavoro “sognato” e scritto alle Bahamas, terra che ha dato i natali alla madre – figura alla quale era particolarmente legato, tanto da citarla praticamente in ogni sua conversazione – e rifinito a Parigi, seconda casa dell’artista. Per sviluppare l’album ha passato un lungo periodo di isolamento diviso fra la roulotte in cui viveva (saremmo curiosi di vederla) e il suo super studio di registrazione, costruito appena due anni fa in pieno stile vintage californiano, colmo delle meraviglie tecnologiche di cui Lenny si fa spesso vanto, da collezionista appassionato qual’è. Il risultato finale sono sedici canzoni, un quantitativo notevole di inediti considerato il breve periodo intercorso dal precedente It Is Time For A Love Revolution. Senza contare, tra l’altro, i quattro pezzi in più che compaiono solamente nell’edizione deluxe. È evidente come per Lenny sia un periodo di gran fervore creativo e di serenità, come dichiara apertamente nell’inno funk-soul Life Ain’t Ever Been Better Than It Is Now, nel quale trova anche il tempo di rendere omaggio al padrino del soul, James Brown. «Ho passato parecchio tempo da solo e il silenzio, la natura, sono state di forte ispirazione. Ho avuto modo di riflettere su alcuni rapporti e sulle perdite nella mia famiglia».

 

VINTAGE È MEGLIO

Nato idealmente come un doppio album, è stato realizzato immaginandolo nella sua versione in vinile, con due dischi da quattro canzoni per lato ed è in effetti più fruibile se lo si ascolta facendo una breve pausa ogni quattro brani. Il risultato è maggiormente omogeneo, nonostante la grande varietà di stili che va ad abbracciare. Le canzoni, registrate con strumenti e amplificatori da sogno e con alcune fra le più incredibili apparecchiature vintage audio (possiede addirittura la Redd, leggendaria consolle di registrazione dei Beatles), sono state rigorosamente fissate su nastro per poi essere trasportate in digitale in un secondo momento, con lo scopo di preservare la qualità dei suoni. È un romantico Lenny, non dà peso al fatto che queste canzoni verranno ascoltate dalle casse in plastica di una postazione di lavoro o nelle cuffie di un lettore che ne sparerà fuori la versione compressa e storpiata in mp3.

La registrazione di Black And White America è come al solito avvenuta in quasi totale autarchia musicale, con Kravitz a suonare tutti gli strumenti, dalla batteria alle tastiere, procedendo poi a sovraincidere le parti. Unica eccezione, l’apporto fondamentale e ormai imprescindibile di Craig Ross, al suo fianco sin dal 1991, coautore dei brani e suo collaboratore fisso. Il risultato di questa scelta lascia qualche dubbio, le canzoni risultano spesso fin troppo lineari, mancano di un suono d’insieme e a volte risalta in maniera palese il processo di “stratificazione”. Per non parlare del sound, che è indubbiamente migliorato negli anni a livello qualitativo, ma che resta, per motivi abbastanza ovvi, molto simile a se stesso. Nel tentativo di restare al passo coi tempi e magari insinuarsi nei dancefloor non mancano però le collaborazioni eccellenti: l’artista r’n’b Drake in Sunflower e l’onnipresente Jay-Z insieme a Dj Military in Boongie Drop. «Com’è nata la collaborazione con Jay? L’ho chiamato e gli ho detto “sai, in questo pezzo ci starebbe davvero bene la tua voce”, e lui ha accettato». Domani ci provo anche io, penso, ma immagino che il peso specifico di Lenny sia maggiore del mio…

Da sempre influenzato dalle sonorità del rock e del funk dei Seventies e allo stesso tempo abile nel saccheggiare senza troppi pudori, rivela in quest’album più che mai quanto sia debitore agli artisti di quegli anni. Un modo per sottolineare come soul e r’n’b degli ultimi tempi non abbiano offerto momenti e dischi memorabili? «Non sono d’accordo. Ma se penso a quel periodo posso fare all’istante il nome di un centinaio di artisti geniali, mentre del presente mi mi vengono in mente Lauryn Hill, Erykah Badu e pochi altri». Potremmo ampliare la lista con altri nominativi, ma in ultima analisi è difficile dargli torto.

 

MUSICA & DINTORNI

Procede il colloquio e gli viene chiesto cosa pensa di una classe politica che tra droga, donne e festini sta rubando la scena alle rockstar, alludendo ai recenti fatti di cronaca: «Credo che ormai il concetto di rockstar sia diventato trasversale, ha scavalcato l’ambito musicale a cui apparteneva ed è diventato mainstream». Evidentemente la risposta non pare soddisfacente ai più, forse perché Lenny ha evitato accuratamente di parlare di droga. Qualcuno ci riprova e butta di nuovo in campo la parolina magica, abbinandola alla povera Amy Winehouse. Lenny ha un’espressione piuttosto annoiata dall’insistenza, ma prova a rispondere ugualmente. «La droga legata all’arte è oramai un clichè, una moda. La verità è che la usano tutti, dagli imprenditori agli sportivi, fino a  direttori di banca, alla gente comune. È qualcosa di molto pericoloso e da cui tenersi alla larga. Non dimentichiamoci però che chi ne fa uso, lo fa spesso per attutire un profondo dolore». Dalla Winehouse a Michael Jackosn il passo è breve. Lenny sorride e alza le spalle: «Michael… c’è bisogno di parlarne? Persino le sue registrazioni con i Jackson Five sono incredibili. Già allora aveva una personalità e una voce paragonabili a quelle di James Brown o di Aretha Franklin. È stato e sarà sempre un modello per me». Per fortuna, a questo punto, le domande imbarazzanti sembrano essere finite.

Nel tempo rimasto a disposizione c’è spazio per indagare sulle altre nature di Lenny, per esempio quella di padre: «A mia figlia vorrei riuscire ad insegnare che essere se stessi è l’unica cosa che abbiamo. Anzi, essere se stessi e parlare, dialogare». Due parole anche sulla sua carriera come attore. Già coprotagonista di Precious, premiato a Cannes, Lenny partecipa con un bel ruolo a Hungry Games, il prossimo film del regista Gary Ross. «Ho iniziato a recitare da bambino, poi ho smesso quando ho capito che volevo fare il musicista. Una sera ho incontrato Lee Daniels, il regista di Precious, e mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto provare di nuovo e io ho accettato. Il bello della recitazione è che è tutto eccetto che una cosa mia, al contrario della musica che suono, che è completamente autoindulgente. Ha a che fare con la visione di un’altra persona, e cercare di capire quello che vuole, riuscire a portarlo fuori, è una bellissima occasione».

 

Il futuro prossimo per Lenny Kravitz è in giro per il mondo: dopo due date negli Stati Uniti e una a Buenos Aires, è iniziato il 24 ottobre a Lilla, in Francia, il suo tour europeo, che prevede anche due date in Italia, a Treviso e a Milano. «I miei piani per quest’anno? Viaggiare, viaggiare e viaggiare. Ho così tanta musica che voglio portare dal vivo! Il tour è la parte più importante per me, il momento che mi mette in contatto con il pubblico. Il pubblico è tutto, se sono sul palco è per scambiare energia con la gente. Altrimenti resto a casa». Non fatelo neanche voi questo errore.

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