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Ma Thom Yorke ha ragione?

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La frontiera streaming è certamente la strada da percorrere nella lotta alla pirateria musicale. Thom Yorke tuttavia si è ferocemente scagliato contro Spotify, servizio che a conti fatti renderebbe soltanto alle major e non certo a emergenti e artisti indipendenti. Ha ragione? Indaghiamo…

Il 2013 verrà certamente ricordato come l’anno dell’esplosione mondiale degli streaming music service: il music business internazionale ha preso atto già da qualche tempo, specialmente nei mercati più importanti come UK e USA, della tendenza innescata dai prodotti provenienti da Svezia (Spotify) e Francia (Deezer). Musica legale, per tutti, a poco se non addirittura gratis con giusto qualche spot tra un brano e l’altro ogni tanto. Fin qui tutto regolare. Anche troppo a dire il vero.

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L’espansione continua e massiccia di questa tipologia di servizi in diverse nazioni e la diffusione degli stessi tramite i social network, è stata recentemente portata nuovamente agli onori delle cronache dagli strepitii di Thom Yorke e Nigel Godrich (rispettivamente frontman e produttore dei Radiohead), che si sono scagliati senza mezzi termini contro Spotify e i servizi di musica in streaming. «Non aiutano le band emergenti e le etichette indipendenti» è stato in sintesi il pensiero delle due affermate star, che hanno tolto da Spotify i propri dischi solisti e l’esordio degli Atoms For Peace per lanciare un messaggio forte nei confronti di tutto il biz. In buona sostanza viene contestato il metodo di erogazione delle royalty che toccano agli artisti, specialmente quelli meno famosi, che rimangono bassissime a prescindere dalla quantità di riproduzioni dei singoli brani. A dire il vero nessun cantante o band ha ancora avuto il coraggio di pubblicare documenti ufficiali relativi ai compensi che riceve da questo tipo di attività, che ricordiamolo per chi non lo sapesse, non prevede un contatto diretto tra lo streaming service e il singolo musicista: infatti Spotify e Deezer hanno accordi diretti con le etichette discografiche e con gli aggregatori altrimenti detti distributori digitali (come Believe Digital ad esempio): sono questi i soggetti a cui versano i diritti d’autore, che solo secondariamente arrivano ai primi attori, ovvero gli artisti; prima che uno di questi riesca a incassare i diritti, sono Spotify, etichetta e aggregatore a trattenersi la propria (abbondante) percentuale. Chiaramente tutto dipende dai singoli accordi che un artista ha con la propria discografica, ma non è difficile pensare che attualmente gli introiti siano davvero limitati.

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Se escludiamo l’indie rock band Grizzly Bear, che ha apertamente dichiarato di aver incassato la miseria di 10 dollari per 10.000 riproduzioni dei propri brani su Spotify, o ancora la cantante italiana di livello mondiale (rimasta anonima ma ritenuta attendibile e ripresa anche da testate come Wired) che ha detto di guadagnare ad ogni ascolto 0,0035 Euro e spicci (in sostanza 1 euro ogni 300 ascolti), l’argomento è ancora piuttosto fumoso e difficile da approfondire senza un’adeguata conoscenza delle cifre in ballo.

Ciò che è certo però è che questo nuovo modello di business sta in parte funzionando nell’abbassare sia il monopolio digitale di iTunes, sia nel combattere la pirateria. I dati Nielsen e Billboard relativi al mercato della musica digitale negli USA, mettono chiaramente in evidenza come lo streaming sia in aumento nella prima metà del 2013.

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Tuttavia un altro aspetto è da sottolineare. I capricci di Thom Yorke sottolineano come quello di Spotify e Deezer sia un servizio rivoluzionario, che ha sicuramente bisogno di tempo per crescere ulteriormente. Inglobato sin dall’inizio dalle major musicali (che hanno probabilmente imparato la lezione di iTunes, quando sottovalutarono terribilmente un’azienda che non solo cambiò per sempre la fruizione della musica ma che è ora il rivenditore numero uno al mondo con un fatturato di 23 miliardi di dollari l’anno), lo streaming fa ancora fatica a camminare con le proprie gambe. Lo dimostra il fatturato di Spotify del 2012, in costante perdita nonostante l’aumento continuo di iscritti, con previsioni ancora più fosche per l’anno in corso. Demonizzare una novità che, per la prima volta dopo anni, potrebbe davvero col tempo contrastare in qualche modo la pirateria musicale non è mossa intelligente, specialmente in un momento storico in cui le vendite degli album sono quasi del tutto un ricordo anche per band affermate. Bisognerebbe invece collaborare, al fine di trovare una soluzione condivisa, che possa avvicinare sempre più persone a una fruizione legale della musica, evitando crociate che, a differenza di quella più che legittima intrapresa dai Metallica nei confronti di Napster a inizio millennio, risultano oramai inattuali e pretestuose.

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