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La storia dei Muse raccontata album per album

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Sono oggi una delle band più importanti del panorama musicale mondiale. E i Muse lo sono ormai da parecchi anni, ma è servito molto tempo per arrivare dove sono. Sette album in studio, concerti negli stadi e un amore incondizionato da parte dei fan sono il risultato di decenni di lavoro e impegno. Perché se è vero che il primo album risale a “solo” 17 anni fa, in realtà la storia dei Muse come band nasce già tra i banchi delle superiori nel 1994, quando Matt Bellamy, Chris Wolstenholme e Dominic Howard decidono di fondare la loro prima band, i Rocket Baby Dolls. A quei tempi Matt era già il frontman e chitarrista, mentre Chris si trasformò in bassista per non togliere spazio dietro alla batteria (che era stato il suo strumento in una precedente band) a Dominic. Questa compattezza e questa unione d’intenti non sono mai calate, anche se la band negli anni ha mutato la sua pelle più volte.

Ne ripercorriamo la storia riscoprendo gli album, che dal 13 maggio – ogni venerdì – potrete acquistare a soli € 9,99 (prezzo rivista esclusa, le ultime due uscite usciranno a € 12,99 prezzo rivista esclusa) insieme a Panorama o TV Sorrisi e Canzoni e completare così lo speciale cofanetto con tutta la discografia della band (live album inclusi). Prima uscita Absolution.

13 maggio – Absolution
20 maggio – The Resistance
27 maggio – Origin Of Symmetry
3 giugno – The 2nd Law
10 giugno – Black Holes And Revelations
17 giugno – Showbiz
24 giugno – Drones
1 luglio – HAARP (CD+DVD)
8 luglio – Live At Rome Olympic Stadium (CD+DVD)

1999 – Showbiz
Nonostante l’inaspettato successo del Muscle Museum E.p. (uscito a inizio ’99 e classificatosi terzo nelle indie chart), ci vuole l’interesse dell’Americana Maverick Records perché il primo album dei Muse veda la luce alla fine del millennio. Showbiz mostra varie facce: l’approccio epico di Sunburn e il rock deciso di Fillip sono in contrasto con le dolci ballad Unintended e Falling Down. Vengono paragonati ai Radiohead per la voce di Bellamy e la produzione di John Leckie, ma sopratutto per i chiaroscuro esibiti in Muscle Museum e Uno, pezzi sussurrati nelle strofe e urlati nel ritornello (che ricalcano la formula vincente dei Nirvana).

2001 – Origin Of Symmetry
Il secondo album è già una svolta: oltre a sfoggiare un approccio concettuale (i temi dei testi riprendono le teorie del fisico Michio Kaku), prende l’ascoltatore per i capelli e mostra una spiccata personalità attraverso arrangiamenti elaborati e pezzi di indiscutibile valore. Origin Of Symmetry è una vera impresa, perché coniuga una scrittura non semplice (nelle recensioni dei tempi si azzarda l’utilizzo di una parola sacra come “prog”) con un buon successo commerciale (diventa album di platino). È convinzione diffusa che sia questo il punto di partenza dei Muse come li conosciamo oggi.

2003 – Absolution
Apocalittico fin dal titolo, il terzo album dei Muse porta con sé la loro prima hit mondiale: Time Is Running Out. È un disco importante anche per come la band si apre a sperimentazioni sinfoniche: Blackout conta su un’orchestra di 18 elementi, mentre Butterflies & Hurricanes riavvolge il nastro agli anni ‘70, quando il rock sinfonico era nel pieno del suo splendore. Se Origin Of Symmetry poteva definirsi un album Space Rock, Absolution è un affare più barocco e artistico – e a tratti perfino più ambizioso.

2006 – Black Holes And Revelations
Nel corso del tour di Black Holes And Revelations i Muse suonano per due sere di fila nello stadio di Wembley (che era stato appena ristrutturato), riempiendolo in entrambe le occasioni. Questo dato aiuta a capire il livello raggiunto dalla band di Teignmouth, che nell’album si sbizzarrisce con virtuosismi di ogni tipo, spaziando da una hit radio-friendly come Starlight a una cavalcata quasi heavy-metal come Knights Of Cydonia, dal funk distorto di Supermassive Black Hole a un brano dai contorni jazz e pseudo-folk come Soldier’s Poem.

2009 – The Resistance
The Resistance verrà ricordato per le critiche di una parte della stampa, che lo definiva una caricatura del progressive rock e accusava i Muse di copiare spudoratamente i Queen. Ma quando la domanda viene posta a Brian May, lui dice che adora sia l’album sia i Muse, mettendo a tacere ogni possibile polemica. Verrà ricordato anche per una perla come Undisclosed Desires, un ibrido synth-pop/rock/r‘n’b che convince proprio tutti. E la splendida trilogia finale conferma che di band come quella di Bellamy non ne esistono poi tante.

2012 – The 2nd Law
Il sesto tassello della discografia dei Muse raggiunge l’apice della sperimentazione. In alcuni episodi prende le distanze dal rock in senso stretto: i Nero producono Follow Me (il cui ritornello è dubstep a tutti gli effetti), mentre Madness scappa da qualsiasi schema. Crolla inoltre un altro tabù: due pezzi (Save Me e Liquid State) vengono composti e cantati dal bassista Chris Wolstenholme. Il messaggio? I Muse possono fare tutto quello che vogliono: la certezza è che a farne le spese non sarà mai la qualità delle canzoni.

2015 – Drones
Drones è il disco del ritorno alle origini. Basta con derive elettroniche, influenze classiche e suoni azzardati: la band si ritrova in studio munita degli strumenti con i quali ha cominciato a suonare vent’anni prima e scrive un disco rock. Un album talmente concettuale che per apprezzarlo a pieno bisogna ascoltarlo dall’inizio alla fine, come si faceva quando c’erano i vinili e non bastava un clic per spostarsi da un pezzo all’altro. Un lavoro che mette da parte, parole di Chris, «tutte quelle soluzioni che avevano in un certo senso annacquato l’essenza dei Muse».

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