Speciali

Take That: Un lungo reality

Knebworth, agosto 2003. Nel grande parco che aveva visto l’ultimo concerto dei Queen con Freddy Mercury, 375mila persone stanno adorando la più grande popstar del mondo, Robbie Williams. Pendono letteralmente dalle sue labbra, ridono a ogni battuta, trattengono il fiato a ogni istrionica trovata, sanno tutte le parole delle sue canzoni e svengono, svengono a grappoli per il caldo, la calca, l’emozione. In pochi sembrano ricordarsi che Robbie prima era in un gruppo. Ma non in una vera band, era in una boyband, quel vituperato format che tra la fine degli anni 80 e per tutti i 90, ha permesso alla discografia di non accorgersi che la gente stava cambiando modo di sentire la musica. Che importava? I soldi delle ragazzine continuavano a riempire i forzieri. Dei Take That a Knebworth, quella sera, nessuno si voleva ricordare. Erano tutti lì per Robbie, il bambinone prodigio capace di essere Phil Collins e Freddy Mercury contemporaneamente ma in più figo, capace di farti ridere e farti piangere e soprattutto abile a raccontare la favola dell’artista che ha saputo sopravvivere a se stesso. Quando partono gli accordi di Back For Good però il fantasma dei Take That tira su la testa. Il boato di Knebworth è spaventoso, tale da atterrire lo stesso Robbie. L’istrione la canta in maniera ironica, la accelera, ne fa una parodia dei Clash ma non basta: Back For Good appartiene alle fan che, per quanto Robbie possa aver fatto, non hanno dimenticato. Quando sul palco arriva Mark Owen, spaurito come un uccellino e disabuato da anni a quelle folle, il pubblico impazzisce. I Take That, anche se ridotti a due, vivono ancora. O qualcosa del genere. Mark e Robbie finiscono Back For Good. Knebworth li ama al punto che vorrebbe divorarli. Mark è visibilmente commosso, forse terrorizzato. Ma il più scosso è Robbie che continua a richiamarlo sul palco per fargli avere un applauso più lungo. Poi, come per esorcizzare il fantasma, alza un pugno e grida con quell’aria di sfida che tanto piace ai suoi fan: “Il ricordo dei TT vive ancora”. Come ha ragione.

UN SALTO ALL’INDIETRO

Quando nel lontano 1989, l’impresario Nigel Martin Smith ha pensato di mettere su una boyband inglese (secondo la formula fortunata degli americani New Kids on the Block) aveva in mente semplicemente di aggredire il mercato teen. Il cuore del gruppo era l’autore dei pezzi, Gary Barlow e gli altri membri erano stati scelti uno a uno con una breve ma ben focalizzata audizione. Gary, Jason, Donald, Mark e Robbie con il nome di Take That (preferito da tutti all’originale Kick It che aveva in mente Smith) iniziano ad apparire in tv e a cantare, secondo il modello americano, le loro canzoncine pop vagamente colorate di nu jack soul o di hip hop. Ci si accorse subito che non bastava: allora alla paletta del gruppo furono aggiunti anche suoni più dance e un paio di ballatone più adulte. Le cose giravano meglio. Ed è proprio con la cover di un pezzo disco dei Tavares (It Only Takes a Minute) che i TT hanno il loro primo successo in classifica. Inizia una carriera dura, fatta di date in club sempre più grandi e con in testa una sola ossessiva idea: aggiustare la formula in modo da allargare sempre di più la base di fan. C’erano anche delle sperimentazioni, non sempre felici, in fatto di look: la zazzera ossigenata di Gary (che lo faceva somigliare a una versione teen di Martin Gore dei Depeche Mode) se n’è andata in fretta, così come l’imbarazzante look leather della coperina del singolo di Do What U Like. Eppure erano esperimenti che servivano: i Take That più passava il tempo e meglio si sintonizzavano con quella che sarebbe diventata una fanbase fedelissima. Il 1993 è l’anno del botto: il loro secondo album Everything Changes sbanca ovunque. Il pedale della disco (anzi più propriamente dell’hi-energy) è pestato fino in fondo nel singolone Relight My Fire. Un astuto crossover con il mondo dello discoteche gay che chi voleva vederlo lo vedeva, ma che rimaneva invisibile alle fan che sognavano nelle loro camerette. I Take That diventano star mondiali e i loro video si fanno sempre più sexy e sofisticati: tra location esotiche, nude look, coreografie sempre più studiate e effetto bagnato più o meno di buon gusto. I rapporti di forza all’interno della band sono impari: il capo è Gary anche se i fan questo lo hanno scoperto dopo. Per la stampa i TT sono sempre sorridenti, amiconi dal sorriso smagliante e dalle dinamiche metrosexual che stuzzicano la curiosità del pubblico più adulto. Quando iniziano ad arrivare voci su un malessere di Robbie Williams la favola luccicante dei TT si trasforma in una specie di reality show.

LA VERA POPSTAR

Robbie viene seguito dai tabloid inglesi ovunque vada. Viene fotografato mentre beve birra (scandalo!), le fasi della sua trasformazione da ragazzone sportivo a hooligan sovrappeso vengono monitorate dai fotografi scatto dopo scatto. Robbie si sta rovinando. Robbie sta rovinando la festa a tutti: ai suoi compagni e a milioni di fan. Robbie è infelice, Robbie ha litigato con Gary, Robbie beve, Robbie si droga… le voci si fanno sempre più insistenti e nessuno si stupisce davvero quando, nel 1995, Williams lascia i Take That. Nessuno tranne le fan che sono particolarmente restie a elaborare il lutto. Per Robbie inizia la trasformazione più sorprendente della storia del pop, mentre per i Take That si preparano tempi duri. Durissimi. L’abilità musicale e manageriale di Gary Barlow non basta più a tenere insieme una baracca che fa acqua da tutte le parti. Continuare in quattro è difficilissimo: è come se l’incantesimo si fosse rotto. I fan sono delusi e Robbie, con estrema naturalezza, vampirizza tutta l’attenzione trasformandosi in una popstar unica. Mostra le sue insicurezze al pubblico, piange, ride e fa l’amore… tutte cose che la macchina perfetta dei TT non permetteva. Come in un lungo reality, Robbie condivide con il pubblico la sofferenza del crescere e del diventare uomo. E diventa la star più amata d’Europa. The Ego Has Landed, il suo ego è atterrato, come recita il titolo di uno dei suoi album solisti.

Per gli ormai ex TT iniziano una sequela di piani B e di tentativi solisti più o meno riusciti. Gary ormai ha la nomea del “cattivo” nell’affaire Robbie e tutto l’amore che i fan riversano su Williams è come se lo togliessero a Barlow. Anche lui tenta di crescere e di proporsi come performer adulto ma, con le sue ballad al dolcificante, sembra solo una versione annacquata di Elton John. In classifica non ha speranze e lentamente accetta il suo destino e scompare. Mark Owen è quello che funziona meglio: lui ha l’umiltà di ricominciare quasi da zero e si reinventa una dignitosa anche se un po’ esangue carriera da indie rocker. La sua credibilità in ambito rock è sempre macchiata dallo status di ex bamboccio del pop ma lui, imperterrito, continua e sopravvive nella musica per un decennio. Un traguardo non indifferente. Jason e Howard capiscono di essere i pesci piccoli in questo gioco: uno si dà al djing e alla danza e l’altro si riiscrive all’università.

È TEMPO DI REUNION

Fast forward al 2005. L’industria discografica è un mondo molto diverso da quando, dieci anni prima, i TT conquistavano l’Europa palmo a palmo. Ora sembra più stordita delle ex star che ha generato. Si vive nelle retrovie, si vive di ristampe, di repackaging e di deluxe edition. Perché non provarci anche con i Take That? È vero, il solo nome fa sorridere i più, Robbie Williams continua a macinare successi proprio grazie al fatto che è riuscito a lavarsi pubblicamente della “colpa” di essere stato uno dei TT. Eppure Never Forget – The Ultimate Collection (l’ennesimo greatest hits impacchettato con un brano inedito) vola a a sorpresa in cima alle classifiche. Le thatters (così si chiamavano le fan) sono cresciute ma evidentemente non hanno dimenticato. Never forget, appunto. Viene messo in piedi un tour (The Ultimate Tour) con supporter di lusso, tra cui l’eccezionale Beverley Knight che prende il posto di Lulu in Relight My Fire e le inossidabili Sugababes come opening act. Nella data di Dublino arrivano perfino le Pussycat Dolls per chiudere il cerchio con il mainstream pop degli anni 2000. E le cose ricominciano a girare: le fan sono diventate mamme ma portano le loro figlie, e i biglietti vanno via che è una bellezza. Ecco come i Take That hanno ricominciato a fare album e a venderli come ai vecchi tempi. E forse meglio. Con il loro ultimo lavoro Progress hanno chiuso il cerchio: sono riusciti, per la prima volta, a essere presi sul serio dalla stampa musicale (o da ciò che ne rimane) e, soprattutto, hanno riaccolto la pecorella smarrita Robbie Williams. Mentre la macchina dei Take That riprendeva a carburare, la fama di Robbie andava calando. Ricominciava il crudele gioco della bottiglia con i fan, come nel 1996. Ora tutte vogliono baciare i Take That di Gary Barlow e nessuno vuole più Robbie. I suoi ultimi lavori solisti erano troppo ambiziosi e la sua fragilità ha iniziato ad annoiare. Primi fra tutti i tabloid che, ultimamente (estate 2010), si sono limitati solo a coprire pigramente il suo matrimonio con l’attrice Ayda Field. Giocoforza Robbie è dovuto rientrare nella band che aveva distrutto. L’ennesimo colpo di scena da reality. Lui si è limitato a dire che il tempo ha curato le ferite e che ha fatto pace con Gary Barlow. Ma con scarsa convinzione. Il Progress Live 2011 Tour (che arriva a Milano il 12 luglio) è diventato la macchina vendi-biglietti più veloce della storia del pop britannico dimostrando che i buoni vincono sempre. O, se siete meno fan, che le buone idee continuano a vendere.

 

Commenti

Commenti

Condivisioni