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The Unforgettable Fire 30 anni dopo. Quando gli U2 salvarono il rock

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1 ottobre 1984: esce The Unforgettable Fire. Album fondamentale nella storia degli U2 e del rock. Lo celebriamo cercando di capire quale sia la sua importanza 30 anni dopo.

Parlare oggi di una band come gli U2 senza far riferimento al tormentone Apple e all’imposizione/regalo di Songs Of Innocence può sembrare un esercizio di stile da intellettualoidi della musica, ma il trentesimo anniversario di un album come The Unforgettable Fire ci offre un assist troppo ghiotto per non essere colto, oltre a costringerci a fare un salto temporale in grado di evidenziare forse con maggiore lucidità anche lo stato di forma attuale della band di Bono e compagni.

Una delle grosse derive della crisi del mercato discografico degli ultimi dieci anni è stato inevitabilmente quella di farci ricordare molto bene certe ricorrenze, grazie a ristampe spesso inutili e a fantomatiche rimasterizzazioni che, quasi sempre, si sono tradotte in semplici innalzamenti dei volumi rispetto alle versioni originali, ma se facciamo lo sforzo di estraniarci per un attimo da questo meccanismo, è possibile riportare tutto su binari che competono a opere di questa portata.

È un dato di fatto accettato e sancito dai libri di storia della musica che con The Unforgettable Fire gli U2 diedero il via a una serie di pubblicazioni che, per lo meno fino a Pop di 13 anni dopo, avrebbe avuto pochissimi termini di paragone col passato. Con quel filotto di dischi, spesso agli antipodi gli uni rispetto agli altri, la band di Dublino raggiunse un risultato che solo i più grandi fino a quel momento avevano ottenuto, sorprendendo ogni volta tutti con scelte lontane dalle mode stilistiche del momento. Per non parlare di quanto influenzarono le sonorità dei gruppi di gran parte del globo per almeno il lustro successivo.

Quello che ai tempi era però impossibile presagire fu lo scossone emotivo/musicale che una pubblicazione del genere fu in grado di dare a un decennio che pareva dover viaggiare esclusivamente sui binari dell’edonismo e del disimpegno morale, che insomma aveva dimenticato molto in fretta l’insegnamento del punk, dal quale sostanzialmente nasceva la stessa musica degli U2. Se già War un anno prima aveva evidenziato una maturazione stilistica e di contenuti che faceva presagire l’imminente salto nell’Olimpo, fu grazie a questo disco che la band diede in qualche modo addio a quelle sonorità post punk che ne avevano caratterizzato gli esordi, per trasformarsi in quelli che oggi tutti, tra i 35 e i 45 anni, considerano “gli U2”.

Era (ed è) The Unforgettable Fire un album nel quale si potevano celebrare contemporaneamente Martin Luther King ed Elvis Presley senza che nessuno storcesse il naso, nel quale le parole di Bono sembravano tanto sincere da far apparire ancora più assurda la caricatura di se stesso nella quale si è lentamente trasformato nel nuovo millennio. Quell’impegno forse più ingenuo, ma di sicuro più genuino e meno strumentale di quello manifestato oggi, fu anche la molla che convinse Bob Geldolf a invitare in extremis la band a suonare alla data londinese del Live Aid e, se è vero che nell’immaginario collettivo il concerto di Wembley resta segnato dall’esibizione dei Queen, l’infinita e straziante versione di Bad proposta dagli U2 rimane uno dei momenti più toccanti di un intero decennio.

A dimostrazione che ai tempi il gruppo non fosse ancora quel manifesto posticcio del politicamente corretto che è oggi, quei venti minuti di esibizione (aperta da Sunday Bloody Sunday) entrarono nella storia anche per l’idea di Bono di scendere tra la gente e prelevare una ragazza dal pubblico per portarla onstage a danzare insieme a lui: un gesto di rottura completa contro i rigidi protocolli di Geldolf, che non voleva che lo show si trasformasse in una vetrina per band in cerca di notorietà.

A distanza di tanti anni, per tutti The Unforgettable Fire resta anche l’album di Brian Eno, anche se in questa ricorrenza preferiamo ricordare l’importanza di Daniel Lanois, quell’omino che da lì a poco, senza clamori e lavorando spesso nell’ombra, mise il proprio nome anche su The Joshua Tree, su So di Peter Gabriel e che riuscì a ridare a credibilità a un Bob Dylan che troppi consideravano ormai finito con Oh Mercy. Robetta minima insomma.

Oggi quegli U2 inevitabilmente non esistono più e tutto sommato è anche sano che sia così: pretendere da una band come questa le stesse cose che faceva 30 anni fa sarebbe ed è stupido e irrispettoso della sua storia, così come pensare che la rabbia che ti ribolliva dentro a 25 anni possa essere la medesima di quando guardi il mondo dal Principato di Monaco, senza tirare in ballo questioni morali o etiche che lasciano comunque il tempo che trovano. Tutti i grandi gruppi sono passati attraverso momenti come questo: andate a chiedere a qualcuno dei presenti al Circo Massimo la scorsa estate cosa pensasse degli Stones a metà degli anni Ottanta.

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