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Vedere i Black Keys negli Stati Uniti non è come vederli in Italia

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I Black Keys impressionano per la capacità di stare sul palco, ma è il pubblico a lasciare un po’ a desiderare rispetto ai concerti italiani. Anche se avremmo molto da imparare in quanto a organizzazione. Report di una serata americana. Foto di Roberto Panucci

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Emozionante. Non c’è altra parola per descrivere il concerto dei Black Keys al Toyota Center di Houston, Texas. Assistere a uno show simile negli Stati Uniti, per chi come me è vissuto nel mito a stelle e strisce, amplifica le sensazioni e forse le distorce un po’, però l’atmosfera che si percepisce è decisamente diversa da un concerto in Italia o in Europa. Nonostante il lungo viaggio e la stanchezza, appena messo piede sul suolo statunitense non ho nient’altro in testa che catapultarmi al Toyota Center. Mollo le valigie in albergo e in pochissimo tempo sono all’interno dello splendido palazzetto che già conosco, ma in versione NBA. C’è tanta gente, in prevalenza giovani (non giovanissimi) con una certa predominanza di pubblico femminile.

Sul palco, in sottofondo, suona Jake Bugg, l’artista di supporto al tour per questa data, ma almeno inizialmente sono più interessato a capire le dinamiche del pubblico trascurando l’aspetto musicale: l’offerta di cibo e bevande non ha niente a che vedere con le nostrane birra e patatine.  I baracchini all’interno del palazzo sono presi d’assalto: vanno alla grande i cocktail, ma anche la varietà di cibo è impressionante. Stessa cosa per il merchandising rigorosamente ufficiale: code chilometriche per comprare un ricordo del tour. Tutto molto ordinato e, passatemi il termine, civile. Dovremmo imparare molto da questa organizzazione in Italia.

Mi accomodo al mio posto nel secondo anello: il tempo di sentire un paio di apprezzatissime canzoni di Jake Bugg e alle 21.15 ecco arrivare sul palco i Black Keys (Dan Auerbach e Patrick Carney) accompagnati da un tastierista e un bassista come di consueto nei loro live. Il Toyota Center presenta qualche vuoto, ma considerando la capienza massima di 19mila persone, saremo intorno alle 15mila presenze. Un Forum di Assago  e mezzo, tanto per intenderci. Il duo dell’Ohio inizia con grande energia la propria esibizione, ma con mia italianissima sorpresa, tutta l’atmosfera frizzante che avevo percepito nei corridoi del palazzetto prima del concerto svanisce all’istante: nessuno si alza in piedi, nessuno rumoreggia, nessuno canta. Sembra di essere alla Scala per un concerto sinfonico o un’opera lirica. Anche le prime file sotto al palco, di solito lo zoccolo duro di ogni artista, sono tranquillissime: qualche mano alzata e qualche saltello, ma niente più.

I Black Keys aprono con Dead and Gone, seguito da Next Girl e Run Right Back. È qui che arriva la prima risposta del pubblico: ci vuole un assolo di batteria coi fiocchi di Patrick Carney per risvegliare gli spettatori, che ripiombano nuovamente in un relativo silenzio per qualche canzone, fino a quando Howlin’ For You innalza di nuovo il livello di decibel a livelli consoni per i “nostri” concerti. I brani che vengono suonati appartengono soprattutto ai due album di maggiore successo, El Camino, con i pezzi forti Gold on the Ceiling e Lonely Boy, e Brothers. Nonostante questo, a parte in chi vi scrive, perdura lo scarso entusiasmo.

La seconda parte del concerto scorre via rapida: i Black Keys si concedono poche divagazioni, suonando i brani così come li ascoltiamo negli album, ma l’energia che soprattutto Dan Auerbach sprigiona è davvero degna della fama che accompagna il gruppo. Le poche volte che il duo decide di uscire dal tracciato, come succede con She’s Long Gone, ne viene fuori un capolavoro per la qualità degli assoli e la innata anima rock-blues del gruppo.

Manca poco alla fine, e quando Dan annuncia che suoneranno ancora poche canzoni, gli spettatori, fino a quel momento più interessato a bere e mangiare, cominciano a lasciare gli spalti. Ma come è possibile? Dopo Lonely Boy, eseguita davvero bene, i Black Keys salutano. Ed è qui che, almeno ai miei occhi, il pubblico rimasto riacquista dei punti. Al grido di «One more song!» si accendono in simultanea i flash degli smartphone, creando un effetto davvero emozionante che accompagna la risalita sul palco del gruppo.

Da lì in poi sembra di essere a un altro concerto, stile Subsonica a Torino o Gigi D’Alessio a Napoli. Tutti finalmente in piedi a ballare e cantare. Nel bis i Black Keys suonano due brani del nuovo album: Weight of Love e Turn Blue, che viene suonata dal solo Dan Auerbach in versione acustica. Brividi puri. La classica chiusura dei concerti dei Black Keys, Little Black Submarine, è il momento più alto del concerto: partenza soft e chiusura molto rock ‘n’ roll con un grande coinvolgimento da parte del pubblico, finalmente rumorosissimo.

Conclusione: dal punto di vista della musica, nonostante la sola ora e mezza di show, c’è poco da dire. I Black Keys sono veramente bravi dal vivo e anche in questo concerto hanno dato grandi emozioni. Sul folklore degli spettatori USA mi restano invece tanti punti di domanda sul modo di vivere i live (e non solo quelli musicali). Sembrano un po’ come quegli studenti bravi che, se si applicassero di più, potrebbero fare il salto di qualità. Quando i Black Keys suoneranno a Milano in febbraio, ci sarà da divertirsi. Nonostante tutte le nostre lacune organizzative e inciviltà relazionali, il pubblico italiano è capace di alzare il livello di ogni concerto.

Daniele Canossa

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