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Pearl Jam I-Days Milano 2018 foto concerto 22 giugno

La musica? Una questione di pochi minuti

La musica ha sempre raccontato il mio tempo con più accuratezza e sincerità di qualsiasi altra cosa. Ha descritto il mio contesto e quelli molteplici che mi hanno preceduto. Ora viviamo tempi strani, possiamo ben dirlo. Così fa impressione fermarsi e riflettere sullo stato contemporaneo della musica e su quanto sia cambiato in pochi anni. Basta andare indietro di una decade per trovare nei propri ricordi uno scenario totalmente differente da quello attuale.

La prima cosa che ci viene in mente quando pensiamo alla musica di oggi sono i grandi live. Abbuffate di concerti memorabili praticamente ininterrotte, con il picco estivo in cui quasi tutti i giorni abbiamo un’avventura da vivere, un viaggio musicale da fare, un gruppo amato da una vita da vedere in Italia o all’estero. A volte addirittura ci troviamo a dover scegliere tra due o più concerti.

Se ricordate, dieci anni fa il modo in cui vivevamo la musica era differente. Il live era una ciliegina su una torta fatta di grandi album, di negozi di dischi che prosciugavano i nostri risparmi, mentre oggi i soldi prendono il volo mentre siamo seduti davanti al pc in coda per accaparrarci i biglietti dei concerti in sanguinose battaglie fino all’ultimo posto disponibile. Nel frattempo vengono pubblicati migliaia di album ogni settimana, un’invasione di titoli di cui ci accorgiamo a malapena.Release ammassate all’interno di un paradosso che oramai perdura da almeno cinque anni. Gli artisti ci dicono che “oramai non si vendono più”. Eppure ne escono a tonnellate.

Che il sistema sia cambiato, e noi con loro, è evidente fin dalla sentenza Metallica/Napster che sulla carta fu vinta dal gruppo metal ma che 18 anni dopo al riscontro dei fatti vede vincitrice assoluta la fruizione streaming della musica. Allora si voleva salvare, in maniera alquanto impopolare, i diritti e il lavoro di milioni di persone all’interno dell’industria musicale. Impopolare perché la musica scaricata era gratis, ma tante volte una gestione ponderata è più lungimirante e logica dell’istinto di soddisfazione di un desiderio. Gestione dura da far digerire al pubblico, ma necessaria. Da lì a breve arrivò iTunes e i dischi diventarono per la prima volta acquistabili online anche singolarmente.

Così, con l’avvento di Internet e di pari passo alla nascita delle piattaforme streaming la musica è diventata sempre più una questione di pochi minuti, un intervallo fatto e finito nello spazio di una sola canzone. Sono rimasti in pochissimi a comprare i CD e in pochissimi sono rimasti ad ascoltare un album per intero, e questi due fenomeni sono strettamente collegati. Troppo dispersiva la piattaforma streaming. Il CD (ma anche l’LP come prima la musicassetta e il 45 giri) sono contenitori limitati, dai quali non si può uscire se non con una predeterminazione studiata.

Le alternative sono lo spegnimento o cambiare il disco, riporre quello vecchio nella custodia, aprirne un’altra e inserirne uno nuovo nel lettore. E’ una procedura consapevole, che risponde ad un impulso ben preciso. La fruizione streaming invece diventa bulimica, dove i confini tra un artista e l’altro scemano nella futilità di un click. Persino tra un genere musicale e l’altro, che si fondono in un flusso Grammelot unico dove le caratteristiche artistiche si fondono tra loro in una Torre di Babele del linguaggio musicale.

Questo fenomeno si concretizza in un dato di fatto: non escono più album epocali da almeno dieci anni. La fruizione del pubblico potrebbe aver influenzato la gestazione degli album, o il rapporto degli artisti con gli stessi? L’origine di questo male che colpisce l’opera fatta di dieci o più canzoni sta tutto nel cambiamento della musica. Il supporto non rende più dal punto di vista economico, sostituito alla voce dei maggior introiti dei gruppi dai live. Per questo motivo le band e le etichette per sopravvivere devono immergersi in tour massacranti da centinaia di date in tutto il mondo.

Per qualche motivo però, se gli album difficilmente vengono approcciati preferendo l’ascolto di un singolo, è innegabile che un tour in supporto di una nuova uscita abbia più successo di un tour senza giustificazione. Così non basta organizzarne di mastodontici, ma bisogna avere una giustificazione discografica pronta per l’uso e impacchettata in quei pochi mesi di pausa. Se si ha un anniversario da festeggiare tanto meglio, di un album storico o della formazione della band. Addirittura è aumentato a dismisura il fenomeno dei tour d’addio, che partono per un saluto finale ai propri fan e che si protraggono grottescamente per anni e anni.

Se non si ha, allora è imperativo produrre una qualsiasi cosa per giustificare la partenza di un tour. Il fenomeno è presto spiegato. Supportare il materiale storico se si tratta di una band di lungo corso, o i pochi singoli di successo se una band è neo nata. Questo spiega l’enorme produzione di EP (brevi con pochi pezzi, poco costosi) e la poca cura nella scrittura degli album, con conseguente scadenza della qualità generale. Parlo della musica mainstream, ovviamente. Sono sicuro che ognuno di voi avrà un album preferito prodotto dopo il 2008. Capiamoci, Adele o Kendrick Lamar non sono certo fenomeni artistici irrilevanti, così come non sono casuali le numeriche da record di Taylor Swift, Drake ed Ed Sheeran. Ma esclusi sporadici episodi e personaggi trasversali dal successo planetario (Lady Gaga?), a livello generale la musica sembra davvero essersi fermata. Le regole del gioco non sono state cambiate da un disco di rottura o da un movimento che metteva la furia esecutiva o le capacità canore in primo piano.

Non è un caso se il vinile ha superato nelle vendite qualsiasi altro supporto fisico, e che ai primi posti degli album venduti troviamo ancora The Wall, il White Album, Appetite For Destruction e Nevermind. Perché se andiamo a cercare album che abbiano un ruolo nella musica, che abbiano rivoluzionato o inventato un genere, a memoria riesco ad arrivare ai Radiohead e ai Rage Against The Machine, al primo Kenye West, a Eminem ed Amy Winehouse o anche ai primissimi Linkin Park. Ma sono tutti attori protagonisti di quel teatro attivo nel primo atto degli anni duemila. Dopo, l’oblio.

Questo apre uno scenario futuro sconfortante. Davvero tra venti o quarant’anni ascolteremo ancora canzoni in streaming, ma per sentire un album soddisfacente dovremo rispolverare una rimasterizzazione dei Led Zeppelin o dei The Who? Dovremmo aspettare e sperare in una rinascita del mercato fisico per permettere ai nostri gruppi preferiti di mollare un po’, rifiatare, e concedere alla scrittura delle loro opere il tempo necessario? O magari lo sviluppo dello streaming e della rete si evolverà nella direzione giusta, quella di dare agli artisti una rete di salvataggio sulla quale sentirsi liberi di esprimersi.

Purtroppo i bisogni del pubblico e le esigenze artistiche della musica sono sue mondi da sempre in contrapposizione e in contrasto. Il portafoglio dei fan è linfa vitale per i musicisti ma non scrive le loro canzoni.
Da quando l’arte è divenuta vendibile, deve sottostare e plasmarsi alle regole del mercato. Il genio compositivo è stritolato e sui palchi vediamo gruppi nel pieno di massacranti maratone che negli occhi sembrano chiedersi chi sono, chi erano quando sono partiti, e come sia possibile che siano finiti a cercare di riempire all’infinito bocche impossibili da soddisfare.

Daniele Corradi

Foto di Elena Di Vincenzo

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