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Bohemian Rhapsody è il miglior tributo cinematografico possibile a Freddie Mercury

Tolto un periodo non facile della mia vita, che mi ha portato a scene di pianto imbarazzante durante la visione di “Colpa delle stelle”, difficilmente mi sono fatto coinvolgere emotivamente da un qualcosa di artistico. Ieri sera invece è successo: alla visione di Bohemian Rhapsody mi sono commosso, e più precisamente durante quel finale ambientato durante la storica esibizione al Live Aid di Wembley.

Questo perché la pellicola è un continuo crescendo mentre percorre quindici anni di storia di una delle più iconiche rock band di sempre: dalle piste di Heathrow a quello che è probabilmente lo stadio maggiormente conosciuto al mondo. Il modo nel quale è stata costruita la sceneggiatura del film scritta dall’impeccabile Anthony McCarten (L’ora più buia e La teoria del tutto) racconta la vicenda dei quattro londinesi in una maniera che è in bilico tra la fedeltà storica e la necessità del medium di romanzare alcune vicende.

Detto brevemente: salvo che alcuni componenti del gruppo non abbiano raccontato la verità proprio per l’uscita di questo film, alcuni eventi sono inseriti più in funzione di narrare una storia tralasciando la fedeltà cronologica. E se la cosa farà inorridire i die hard fan del gruppo, questa decisione vi porterà ad essere trascinati emotivamente dal primo all’ultimo secondo del film.

Una cosa è certa: la scelta degli attori è perfetta. Scontati gli elogi per il protagonista Rami Malek, con l’attore di Mr Robot che mette anima e corpo in quello che con ogni probabilità il ruolo più importante della sua vita. Pur con i limiti dovuti al doppiaggio in italiano, che fanno perdere inevitabilmente tutti i tocchi stilistici sul parlato, Malek nel ruolo ci ha messo letteralmente l’anima, riuscendo a far risaltare con la sua mimica sia quel carisma capace di catturare ad ogni concerto migliaia di persone, sia le debolezze della persona nella sua vita privata.

Il personaggio di Freddie Mercury è il punto nevralgico attorno al quale ruota la pellicola: lui è il protagonista, lui è la primadonna, lui è il punto di unione con tutte le vicende riguardanti i Queen. La sua ascesa e il suo declino sono stati trattati con doveroso rispetto, il suo esuberante talento e la consapevolezza di essere il membro più importante del gruppo, che porterà a scontri accesi con etichetta ed amici (compresi gli stessi componenti dei Queen e quella Mary Austin che sarà, insieme alla sua famiglia, l’unico totem della sua vita), sono controbilanciati da una personalità turbata, con la scoperta dell’omosessualità e dell’aver contratto l’HIV che vengono raccontati con uno stile che fa intuire la cosa senza farla emergere in maniera diretta. I pezzi esagerati della pellicola (il party nella sua casa a Londra o gli spezzoni durante Another One Bites The Dust) non sono messi lì a caso, servono per contestualizzare il personaggio in un determinato periodo storico.

Gli altri tre attori, ai quali si aggiunge un cameo di Mike Myers, alla fine suonano più come degli illustri comprimari nel raccontare la storia dei Queen. Emergono tutte le caratteristiche degli artisti, dalla pacatezza e ragionevolezza di Brian May passando per l’esuberanza di Roger Taylor (con un paio di frame che valgono più di mille parole nel raccontare la sua passione per le donne) e il carattere schivo ma con la battuta pronta di John Deacon, con Joseph Mazzello che riesce nel difficile ruolo di rendere memorabile una persona nota più per la sua riservatezza che per il gossip.

I tre attori sono dei comprimari ma ingredienti essenziali per quello che è l’altro protagonista di Bohemian Rhapsody: il lato musicale. Su questo c’è una fedeltà quasi didascalica in alcune riprese live, ma il ruolo più preponderante è quello nel quale viene raccontata la stesura di pezzi come quello più noto di A Night At The Opera, We Will Rock You o la già citata Another One Bites The Dust: una narrazione che presenta sia la professionalità e il talento artistico ma, soprattutto, la visione di una band capace di andare oltre il brano.

Dal punto di vista registico il lavoro di Bryan Singer, affiancato nel finale da Dexter Fletcher, è encomiabile: Singer è direttore d’orchestra di un film che raramente presenta sbavature e che non denota veri e propri passi falsi. La fedeltà al periodo storico nella quale sono ambientate le vicende è quasi religiosa, al punto che le stesse tonalità della fotografia vengono adattate all’epoca, creando di fatto due tempi ambientati negli anni Settanta ed Ottanta. Il film ti catapulta nelle esibizioni live del gruppo e anche nella vita al di fuori dal palco, con il dovuto distacco e senza eccessive drammatizzazioni.

Se proprio si deve trovare un difetto enorme a Bohemian Rhapsody è, fortunatamente, l’unica cosa che gli spettatori non vedranno dal prossimo 29 novembre: il red carpet della world premiere avvenuta a Londra è stato gestito in maniera così approssimativa che ci si chiede per quale ragione la produzione non abbia investito migliori energie per questa parentesi in diretta mondiale. L’unica macchia di un film che, grazie all’alchimia di molti fattori, ha le carte in regola per diventare un blockbuster.

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