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Perché tutti stanno parlando bene di Caution di Mariah Carey?

Difficile non pensare a Mariah Carey con l’arrivo del primo freddo e dell’atmosfera natalizia. Sarà anche per questo che il suo quindicesimo album in studio – Caution – è uscito il 16 novembre 2018, praticamente a ridosso delle feste. Di natalizio, però, in Caution non c’è nulla. Non deve essere semplice, di fatto, being Mariah Carey (per citare un celebre film di Spike Jonze).

Mariah detiene infatti tuttora un record imbattibile: è l’artista femminile che ha venduto di più nella storia della musica, con oltre 200 milioni di album venduti e 18 singoli al numero 1 della Hot 100 di Billboard. Il suo impatto sulla musica mondiale ha però le radici soprattutto negli anni ’90, l’anno delle dive musicali, delle grandi voci, della fenomenologia delle icone, irraggiungibili simil-divinità capaci di portare l’R&B a livelli completamente nuovi. Non che oggi le dive non esistano più. C’è probabilmente un altro tipo di divismo, meno mitologico, meno femminile e più femminista, fondato spesso sulla provocazione e sulla creazione di nuovi stigmi, che puntano a fondere diversi stili musicali e non più a celebrarne uno solo.

Mariah ha assistito all’innesto della musica liquida, all’arrivo del web, allo sconvolgimento dei principi discografici uscendone spesso malmessa. Crollato il sipario rispettoso tra diva e pubblico, soprattutto negli ultimi anni è diventata suo malgrado una delle protagoniste indiscusse dell’ondata ironica – e talvolta cinica – del web. Riappropriarsi di uno status che sembrava inamovibile, in un mondo completamente capovolto, poteva sembrare una mission impossible. E probabilmente – dobbiamo essere sinceri – lo è.

Ma con Caution, quantomeno, Mariah ci prova: il quindicesimo album in studio è di fatto un addio al divismo, per mettere la propria voce al servizio della contemporaneità. Un’operazione molto umile, che non a caso dalla critica è stata fortemente acclamata.
Tra i featuring spiccano nomi di tutto rispetto, da Ty Dolla $ign in The Distance a Gunna in Stay Long Love You. Giving Me Life – almeno sulla carta – dovrebbe restare nella storia: con Mariah ci sono infatti Slick Rick e il producer Blood Orange. La premessa è che Mariah, come sempre, si circonda di collaboratori ma segue personalmente sia la scrittura che la produzione dei suoi brani. In questo senso, un pezzo come A No No, che contiene un sample di Crush on You dell’album di debutto di Lil’Kim e del ritornello che porta la firma di The Notorious B.I.G. è una vera chicca per appassionati. 8th Grade, probabilmente la traccia più attuale, vanta la produzione di Timbaland. The Distance quella di Skrillex.

La produzione e le sonorità sono ai massimi livelli e tutto sembra studiato per mettere un po’ nell’ombra – a fin di bene – la portentosa e inevitabile vocalità della Carey. Paradossale che ciò che un tempo ha lanciato Mariah nell’Olimpo dell’R&B, ora rischi di tenerla in un angolino. Perché non è più di certo il momento in cui si china la testa di fronte a estensioni vocali innaturali o a romantiche ballad (ad ogni modo, lo stile di Hero pare non sia mai realmente piaciuto neanche alla stessa Mariah), ma – da cantautrice e produttrice – la Carey ha indubbiamente una marcia in più nel potersi e sapersi rinnovare.
Quantomeno, ha una carta d’identità e una costante unica. Caution ne è l’esempio. Un lavoro quasi artigianale nel suo prostarsi ai tempi che corrono, mantenendo però nostalgici agganci e le peculiarità dei tempi che furono.

«I tempi cambiano. – ha dichiarato Mariah a Pitchfork – Non posso aspettarmi che Caution venda 30 milioni di copie, come Music Box. Ora tutto è diverso. Ho sempre voluto dimostrare qualcosa a me stessa e al mondo. Volevo dimostrare di essere brava abbastanza e, per questo motivo, di essere ancora viva». In questi termini a Mariah va uno speciale plauso, al di là dei risultati. Non farà molto diva, ma avere il coraggio di mettersi alla prova fa decisamente molto ‘artista’.

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