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C’era una nota a Hollywood: l’importanza della musica nel nuovo film di Tarantino

L’importanza della musica nei film di Quentin Tarantino è cosa nota anche ai non appassionati della settima arte e delle sette note. Alcune colonne sonore dei suoi film ormai sono entrate a far parte dell’immaginario della cultura pop e non è certo un caso che di recente Spotify gli abbia chiesto di selezionare le canzoni preferite dei suoi film arrivando a compilare una playlist di oltre 60 brani per un totale di tre ore e mezza di musica che potete ascoltare qui.

Ma non è solo una questione di saper scegliere buona musica con gusto, passione e una certa dose di ricercatezza. Tarantino è senza ombra di dubbio un nerd musicofilo appassionato tanto di musica quanto di cinema, uno che a casa ha una “stanza dei dischi” e possiede una collezione di vinili da far invidia ai collezionisti più accaniti; ma siccome è anche un maestro di citazionismo NON fine a sé stesso (al contrario di quanto viene spesso accusato) fin dagli esordi è sempre stato molto attento a inserire il discorso musicale all’interno di quello narrativo, sia sotto forma di dialoghi caratterizzanti (Le Iene ad esempio si apre con una discussione sul significato di Like a Virgin di Madonna che serve a introdurre le diverse personalità dei personaggi), che sotto forma di elementi fondanti della trama (vedi l’utilizzo dei Delfonics nello sviluppo dell’intreccio amoroso tra i due protagonisti di Jackie Brown), che – soprattutto – sotto la più comune forma di colonna sonora, dove la musica, però, non fa semplicemente da sfondo, ma diventa parte integrante, significante (e significato) della narrazione.

Nei casi più semplici si tratta di vere e proprie scene di ballo che sono diventate ormai dei cult assoluti, dalla danza del serpente di Salma Hayek sulle note di After Dark dei Tito & Tarantula (in Dal Tramonto All’Alba) alla gara di twist di Pulp Fiction in cui John Travolta e Uma Thurman si “scatenano lentamente” sulle note di You Never Can Tell di Chuck Berry (un pezzo che tra l’altro parla di due che si sposano e spendono tutti i soldi per comprarsi una collezione di dischi: Seven hundred little records / All rock, rhythm and jazz. Coincidenze? Io non credo).

In altri casi Tarantino riesce a creare una combinazione disturbante tra musica e immagini che ti rimane addosso come un marchio di infamia, succede nella scena della tortura de Le Iene in cui Michael Madsen comincia il massacro corporale del povero malcapitato ballando sulle allegre note di Stuck In The Middle With You (Stealers Wheel), andando in qualche modo a rievocare quella stessa violenza disturbante portata sullo schermo da Stanley Kubrick nella scena delle torture inflitte ballando Singin In The Rain in Arancia Meccanica.

Ma i casi migliori sono quelli in cui la musica scelta da Tarantino (sempre con il prezioso aiuto del suo “orecchio destro” Mary Ramos) riesce a costruire momenti unici e indimenticabili in cui la colonna sonora diventa materia filmica, come se fosse anch’essa un’immagine impressa sulla pellicola: qui la musica non solo enfatizza la scena sposandosi alla perfezione con il momento rappresentato e le sensazioni vissute dai protagonisti sullo schermo, ma ne compenetra il senso, amplificando, arricchendo e aggiungendo ulteriore significato, al punto che è come se la musica diventasse un ulteriore personaggio, come se la musica bucasse la quarta parete e ti parlasse o ti prendesse per mano per condurti dentro la scena, magari in modo meno diretto di quanto fa Woody Allen quando si rivolge a suoi spettatori, ma in maniera altrettanto efficace. Basti pensare all’arrivo in aeroporto di Jackie Brown sulle note di Across 110th Street  di Bobby Womack: nell’incedere di quella cavalcata soul funk – che va di pari passo con quella della protagonista – e nelle liriche del cantante afroamericano c’è la tutta la fierezza di chi sta facendo qualcosa di sbagliato mentre cerca un modo per sopravvivere, con la relativa fuga dall’ingiustizia sociale e dalla giustizia reale – Doing whatever I had to do to survive / I’m not saying what I did was alrigh / Trying to break out of the ghetto was a day to day fight. In quella canzone c’è tutto il senso di rivalsa della blaixploitation che il film vuole celebrare. In un certo senso c’è già tutto il film. E non è ancora successo niente.

Tutta la filmografia di Tarantino è costellata di esempi di questo tipo (vedi la malinconia di polvere e sabbia di Nancy Sinatra che canta Bang Bang nella scena di apertura di Kill Bill, l’uso di Cat People (putting out fire) con cui Bowie/ Shoshanna “spegne il fuoco gettandoci su altra benzina”  nella scena dell’incendio del cinema di Bastardi Senza Gloria, I Got A Name di Jim Croce che accompagna la cavalcata dello schiavo liberato in Django Unchained ecc.),  ma venendo alla sua ultima creatura, C’era una volta…a Hollywood , il discorso musicale si fa ancora più interessante perché Il film è ambientato nella Los Angeles del 1969 e la musica dell’epoca ne è parte integrante, anzi il film è talmente gonfio di musica che a volte è persino strabordante. La colonna sonora ufficiale infatti contiene 31 tracce sonore, ma quelle presenti nel film sono circa il doppio, alcune delle quali sono delle vere e proprie perle sommerse, ragion per cui abbiamo deciso di raccoglierle in un’unica collana e regalarvi la playlist definitiva contenente tutte le tracce del film disponibili su Spotify, comprese le rarità più difficili da scovare:

Come ha chiarito la stessa Mary Ramos in svariate interviste, Tarantino stavolta ha voluto creare una capsula temporale musicale per cui nel film non c’è nessuna canzone pubblicata dopo il 1969. La ricostruzione quasi maniacale di quel periodo compiuta a livello estetico con una quantità sbalorditiva di dettagli (che vanno dai locali notturni fino alla marca delle puntine dei giradischi) passa anche attraverso l’ascolto della stazione radio che Tarantino ascoltava da piccolo, KHJ Boss Radio , dove oltre alle canzoni possiamo ascoltare anche i jingle pubblicitari dell’epoca e i commenti dei Dj, un po’ come era già accaduto in misura minore ne Le Iene con la trasmissione K-Billy’s Super Sound of The 70’s.

Per quanto riguarda i brani veri e propri ci troviamo di fronte a uno scrigno delle meraviglie di musica 60’s, che però si discosta dal classico greatest hits da classifica che chiunque sarebbe in grado di compilare. No, quello di C’era Una Volta… a Hollywood  è tarantinismo musicale al 100%. Quindi niente Jimi Hendrix, Janis Joplin, Bob Dylan, Doors, Jefferson Airplane, niente Crosby Stills & Nash con l’aggiunta di Neil Young, niente Beatles e Rolling Stones (no aspettate, I Rolling Stones ci sono eccome, ma c’è un perché che spiegheremo più avanti).

La maggior parte dei brani è rappresentata da hit del passato cadute nel dimenticatoio, lati B di potenziali singoli di successo che non ce l’hanno fatta e altri pezzi misconosciuti legati più al versante pop (rhythm and blues e white soul) del rock degli inizi, piuttosto che agli sviluppi più sperimentali e psichedelici del rock di Woodstock a venire, brani fatti apposta per lanciarsi in corsa sul Sunset Boulervard col finestrino abbassato come il pezzo d’apertura Treat Her Right  di Roy Head and The Traits (già usato in The Commitments) o per ballare alle feste di Playboy come l’irresistibile e gioiosa Son Of A Lovin’ Man dei Buchanan Brothers o anche semplicemente per farsi una passeggiata a piedi con la saltellante Jenny Take a Ride di Mitch Ryder & The Detroit Wheels (qualcuno forse ricorda di averli sentiti nominare in Alta Fedeltà in una diatriba tra Jack Black e il commesso più timido del negozio su quale fosse la migliore versione di Little Latin Lupin Lu, se la loro o quella dei Righteous Brothers). In ogni caso ce n’è già abbastanza per fare un’orgia di musica 60’s e goderne da qui all’eternità, che forse è il posto a cui mira da sempre Tarantino.

Nella scelta delle altre canzoni, ha spiegato ancora la Ramos, si è cercato di privilegiare i brani che avevano una connessione storica con i protagonisti della vicenda narrata – per quei pochi che non lo sapessero si parla dei delitti compiuti dalla “Family” di Charles Manson a Cielo Drive, la notte in cui venne assassinata la giovane attrice Sharon Tate insieme ad alcuni amici ospiti della villa del marito Roman Polanski -.  Ecco, in realtà quella villa fino a poco tempo prima non era di Roman Polanski, ma del produttore musicale Terry Melcher con il quale Charles Manson era stato messo in contatto tramite Dennis Wilson dei Beach Boys nella speranza di poter intraprendere una carriera musicale, che non si concretizzò mai per assenza di talento; a testimonianza di ciò, in una delle prime scene del film vediamo le ragazze della family cantare una canzone scritta proprio da Charles Manson, I’ll Never Say Never to Always,  mentre frugano tra i rifiuti.

Altro collegamento con la “Family” è rappresentato dal massiccio utilizzo delle canzoni di Paul Revere & The Raiders, il cui produttore era sempre Terry Melcher. Non è un caso che siano proprio due loro brani posti in sequenza – Good Thing e Hungry – a introdurre e accompagnare la scena del primo incontro tra Sharon Tate e Charles Manson suggerendo il passaggio dall’allegro all’inquietante, come a lasciar presagire qualcosa di oscuro all’orizzonte.

Il terzo elemento musicale storicizzato è rappresentato dalle canzoni dei Mamas & Papas, i cui membri femminili (Michelle Phillips e Mama Cass) appaiono anche durante la festa danzante nella villa di Playboy: è cosa nota che sulla scena del delitto venne ritrovato uno spartito della loro Straight Shooter, a cui nel film verrà restituita la vita attraverso il suono del pianoforte. Nel corso delle due ore e quarantacinque minuti del film ci sarà spazio anche per il loro brano più celeberrimo, quella California Dreamin’, che conosciamo tutti anche grazie alla versione italiana dei Dik Dik , cantata qui dal musicista portoricano Josè Feliciano in una versione ispanica molto più malinconica e tetra dell’originale: ascoltarla mentre sullo schermo si passa dal giorno alla notte è come vedere il calare delle tenebre sul sogno americano hollywoodiano che si ingrigisce piano piano prima diventare nero come un incubo.

Questa tecnica viene in parte adoperata anche nella scena più violenta del film dove You Keep me Hangin’ On delle Supremes  (ricordiamo che Sharon Tate e Roman Polanski assistettero alla loro famosa esibizione del 1968 quando Diana Ross fece il suo discorso sull’uguaglianza davanti alla famiglia reale inglese) viene affidata alla cover dei Vanilla Fudge che di fatto trasmutano il suono della Motown in un lungo urlo di dolore cupo e inquietante.

Ci sono infine anche alcuni i pezzi più famosi che servono in qualche modo a illuminare la selva oscura con alcuni “indizi”, l’uso di Mrs Robinson  scritta da Paul Simon per il film Il Laureato non serve forse a lanciare il seme della trasgressione così come fa la stessa Hush dei Deep Purple lanciata a folle velocità verso la festa insieme all’auto guidata in maniera spericolata da Polanski?
E Circle Game di Joni Mitchell nella versione della cantante nativa americana Buffy Saint Marie non è forse un modo per spogliarla della sua malinconia originale lasciando spazio solo alla spensieratezza felice di Sharon Tate mentre dà un passaggio a una ragazza che fa l’autostop? L’immagine della giostra che gira poi non è forse una metafora di quell’enorme Luna Park di finzioni che è Hollywood?

Ma come anticipato il pezzo che più di tutti apre le porte della mente senza far utilizzo di droghe stupefacenti è Out Of Time dei Rolling Stones, l’unica canzone che sentiamo per intero dall’inizio alla fine forse proprio perché evoca in sé tutte le fini possibili senza porne una reale: la canzone simboleggia la fine di un’era mitica hollywoodiana e di un certo modo di fare cinema – rappresentata dal personaggio di Leonardo DiCaprio, qui attore di serie B giunto (forse) al capolinea della sua carriera (come Tarantino?) – ma anche la fine del suo rapporto di lavoro sfociato in un’amicizia fraterna con il personaggio interpretato da Brad Pitt, nonché la fine dell’utopia dei figli dei fiori e – soprattutto – (ATTENZIONE SPOILER GROSSO COME UNA CASA) l’introduzione  sonora perfetta per quella scena finale alternativa alla vita reale collocata lì in un tempo fuori dal tempo che ci consente ancora di sognare.

Se in quell’ultima scena Tarantino c’avesse messo anche una Who Knows Where The Time Goes probabilmente mi avrebbe spezzato il cuore. Invece sta volta me l’ha soltanto rimesso insieme.

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