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Se la rockstar è più fragile e sola dei propri fan

Nel giro di un paio di mesi abbiamo perso Chris Cornell e Chester Bennington. Due autentiche guide generazionali, non solo per milioni di ascoltatori ma anche per centinaia di colleghi musicisti. Se i Soundgarden e più in generale l’ugola di Chris hanno indelebilmente marchiato a fuoco tutta l’era grunge, la capacità di alternare urla rabbiose a dolcissime linee melodiche hanno consentito a Chester di imporsi quale figura di riferimento di quel nu-metal che ha nel 2000 rotto le barriere dell’underground per volare in testa alle classifiche. Hybrid Theory e più in generale i Linkin Park non hanno solo definito un’epoca, bensì influenzato una schiera di artisti che ha fatto proprio il sound di Bennington e compagni ridefinendo le coordinate di rock, elettronica e alternative.

Il suicidio di Bennington, terribilmente identico nelle modalità a quello dell’amico Cornell, dimostra come la disperazione non sia un fatto generazionale: non erano dannati solo i paladini del grunge come i Cobain e gli Staley. Anche Chester aveva avuto un’infanzia tormentata: il divorzio dei genitori, le molestie subite e le droghe assunte in giovane età; a vent’anni era già padre e aveva sposato la sua prima moglie; non riuscirà mai a staccarsi dalla dipendenza da sostanze stupefacenti e alcol, la depressione eroderà lentamente una figura che sul palco svettava senza fatica su tutti gli altri. Bennington lascia sei figli e milioni di fan in preda a un dolore devastante, sconvolti da una morte arrivata senza apparente preavviso, al culmine di una carriera artistica difficilmente ripetibile nell’era moderna (i Linkin Park hanno venduto a oggi 70 milioni di album e si sono esibiti davanti a folle oceaniche anche nel recente tour che li ha portati in Italia a I-Days 2017).

Rimarrà per sempre la musica di Chester, non solo quella composta con i Linkin Park ma anche quella di Dead By Sunrise (suo sottovalutato side project) e quella dell’EP inciso con gli Stone Temple Pilots nel 2013, altro nome fondamentale e allo stesso tempo (ovviamente) maledetto della scena grunge. Nelle ultime ore band e artisti stanno diffondendo sui social network non solo sentiti tributi all’amico perduto, ma anche veri e propri appelli che invitano chiunque soffra di depressione a contattare per tempo i centri che si occupano di ascoltare le persone in difficoltà e che tentano di prevenire gesti estremi. Perché per quanto possa sembrare impossibile, molto spesso i primi ad avvertire solitudine, vuoto e a non avere più motivazioni nell’andare avanti sono proprio quelli che hanno, in più di un’occasione, aiutato milioni di persone a ritrovare stimoli e voglia di vivere attraverso una canzone.

Jacopo Casati

Foto di Roberto Panucci

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