Onstage

DNA, il pop senza tempo dei Backstreet Boys

I Backstreet Boys nascono – come band, si intende – a Orlando nel 1993.

Lo scrivo subito, per sottolineare il fatto che ci troviamo di fronte a una boy band che ha ben 26 anni di età. Un miracolo, se pensiamo a tutto quello che l’industria discografica ci ha insegnato, e cioè che le boy band e le girl band si formano più o meno a tavolino, cavalcano l’onda e poi si sciolgono. Sono un fenomeno effimero e circoscritto, che resta incastonato in un preciso momento storico e spesso si fregia di operazioni revival basate per lo più sul puro marketing.

Ma non divaghiamo. Il punto è che, in un momento in cui le boy band più seguite al mondo vengono addirittura dall’Oriente, i Backstreet Boys scendono in piazza con la loro maturità e il loro pesantissimo bagaglio, scaricandolo in un mercato saturo e completamente cambiato dai tempi di successi come Backstreet’s Back e I Want It That Way.

Lo fanno con un album che, già dal titolo, sembra un tiro di dadi a Risiko contro i nemici confinanti. DNA, appunto. La tracklist – 12 tracce – «analizza il DNA individuale di ciascun componente per capire quale elemento cruciale ciascun membro rappresenta nel DNA del gruppo». Una supercazzola, all’apparenza. In realtà, è un modo perfetto di definire questo progetto discografico e, se ve lo ascoltate tutto, capirete anche perché.

I Backstreet Boys, difatti, non si snaturano affatto. Nell’album nuovo (pubblicato per RCA dopo la parentesi indipendente di In a World Like This, che uscì sotto l’etichetta discografica fondata dalla band) seguono i binari di tutta la loro produzione, tentando semplicemente di adeguarla ai tempi. Per l’occasione, si sono dunque circondati dei migliori autori pop al momento in circolazione e dei migliori produttori, senza però optare per il salto dello squalo.

Qualche esempio su tutti. Is It Just Me vanta tra gli autori Ian Kirkpatrick, che aveva lavorato già con Justin Bieber all’album Purpose. La sua mano, non a caso, si sente. In Chances, singolo già lanciato, appaiono i nomi di Shawn Mendes e Ryan Tedder, che si è impicciato anche nella produzione dell’album. Don’t Go Breaking My Heart è invece firmata da Stuart Crichton e Stephen Wrabel, due che hanno già lavorato con i DNCE, tra gli altri. Come se i BSB si fossero guardati intorno e fossero andati a cercarsi un team in grado di realizzare canzoni contemporanee ma in perfetta linea con la natura della boy band. In DNA, per dire, non ci sono featuring o innesti rap che potrebbero facilmente strizzare l’occhio ai più giovani, nel tentativo di avvicinarsi a una generazione che sicuramente non comprenderà (e non conoscerà) i Backstreet Boys.

Questo album è, in fondo, un progetto per i nostalgici. Nello stesso tempo, però, ha un tappeto musicale e delle sonorità assolutamente contemporanee (alcune canzoni non stonerebbero affatto cantate, per sottolineare quanto detto sopra, da Justin Bieber o dai DNCE, per dire). Il DNA dei Backstreet Boys, del resto, è forte. Non si è piegato alle logiche del mercato e alla piaga – ancora più pericolosa – dell’ego dei suoi singoli componenti. I talentuosi ragazzi che più di 20 anni fa sconvolgevano le folle alla fine vantano una carriera da rock band, di quelle che riempiono gli stadi e non si separano mai, cascasse il mondo. Riproponendo, anzi, ogni volta il proprio background con la forza di chi sa che certe cose non invecchiano mai.

La stessa attitudine i cinque ragazzi di Orlando la infondono nel pop, dove si annidano però letali e più feroci macchinazioni. Basta il proprio dna per occupare un posto di tutto rispetto nella giungla rappresentata dall’industria discografica della pop music? A noi, sinceramente, sembra proprio di sì.

Grazia Cicciotti

Foto di Dennis Leupold

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI