Onstage

Festival, ma quale rivoluzione?

C’è una riflessione necessaria da fare in seguito ai risultati della prima serata della 69esima Festival di Sanremo, che ha visto la giuria demoscopica asfaltare la ventata innovativa fortemente voluta da Claudio Baglioni.

Alcune premesse obbligatorie. La giuria demoscopica ha un peso del 30% sui risultati complessivi, per cui al momento nulla ci dice che la classifica sia in realtà molto differente da quella mostrata in tv.

Ma da chi è composta la giuria demoscopica? Da regolamento, si tratta di 300 persone campione scelte tra individui che comunque fruiscono abitualmente di musica e votano da casa attraverso un dispositivo elettronico.

I suddetti fruitori di musica ieri hanno bocciato Mahmood, Achille Lauro, Nino D’Angelo & Livio Cori, Einar, Ghemon, Motta, Ex Otago e Zen Circus, promuovendo la musica mainstream, i classiconi, la tradizione canora italiana.

Vale la pena, a questo punto, sovvertire le regole e intraprendere una rivoluzione se i rappresentanti “eletti” del popolo (il televoto è un’altra cosa e ha un peso del 40% sui risultati finali, che tra l’altro non è nemmeno dato sapere quando saranno comunicati se non, come scritto nel regolamento, al termine della terza serata quando verrà stilata una classifica congiunta determinata dalla media tra le percentuali di voto ottenute nella prima, seconda e terza serata) restano attaccati a quanto di più canonico esista nel panorama italiano? E soprattutto, che tipo di musica ascoltano?

Vedere i risultati ieri, non lo nego, è stato deprimente. Mi sono chiesta se sarà mai possibile una rivoluzione, perché la giuria demoscopica in fondo dimostra che la nicchia deve restare nicchia, perché al pubblico generalista fa fatica ad arrivare. Forse è giusto che sia così, ma qualcosa in fondo stona. Lo volete un festival diverso o no?

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