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Kurt Cobain: la mercificazione del ricordo che lui stesso avrebbe odiato

25 anni dopo la morte di Kurt Cobain la ferita arrecata dalla sua scomparsa è ancora aperta. Mi chiedo come sia possibile che ne soffrano tanto i ragazzi cresciuti (per non dire invecchiati) che hanno vissuto quegli anni, quanto le generazioni fresche, che hanno un modo di approcciare la musica totalmente diverso, che inseriscono l’icona Cobain all’interno di un palinsesto totalmente anacronistico e alienante.

Questo perché, forse, Cobain non è semplicemente un musicista perduto, ma perché è considerato un esempio di virtù assolute di cui patiamo un’autentica amputazione. Ma quali? Cosa accomuna noi reduci degli anni ’90 ai millennials che ascoltano trap e che vedono in Kurt Cobain l’imperitura immanenza del mito? Forse è qualcosa che mancherà a noi, a tutte le generazioni che ci seguiranno come è mancata a quelle che ci hanno preceduto: la libertà.

Non c’è bisogno di riproporre aneddoti e caratteristiche di Kurt Cobain. Tutti lo ricordiamo a nostro modo e se c’è una cosa che subito ci balza alla mente sono le sue insofferenze ai dettami dall’alto, ai meccanismi che uccidono l’individualità, l’espressione. Insomma, le sbarre di una galera che ci circonda ogni giorno, sbarre che non sono di metallo e che non ci puniscono per nessun reato previsto dal codice penale, ma che ci limitano spesso in egual misura e più subdolamente.

Perché sono nascoste e hanno la sagacia e la perseveranza dell’assuefazione, e spesso servono modelli come Kurt per rendercene conto e tentare di uscirne. Con le sue parole, con i suoi comportamenti che godevano di una visibilità unica ed eccezionale garantita dall’esplosione del caso mediatico culturale del Grunge, Cobain ci ha insegnato a lottare e a pensare con la nostra testa. Negli anni il suo suicidio ha assunto i connotati biblici di un sacrificio in nostro nome per liberarci da questa entità fredda e calcolatrice, disumana, che ci ingabbia nel nostro quotidiano e ci indirizza verso spese, idee, azioni schiavizzanti a suo unico uso e consumo. Il gesto di disperazione estrema è mutato magicamente in un faro guida.

Ma chi ha amato e conosce bene l’essere umano Kurt Cobain sa quanto sia distante dalla figura idealizzata che si è costruita negli anni e che forse sta diventando essa stessa un prodotto mercificato. La crudezza estrema e voyeuristica mostrata dal documentario Montage Of Heck del 2015 dipinge il genio musicista ma anche l’essere umano fragile e sbilanciato, inadatto alla vita normale.

Nei momenti più estremi Kurt appare per quello che era veramente, tolti tutti i lustrini costruiti dal mito: un drogato, un ‘junkie’ che lo accomunava ad un’altra icona Grunge che ha perso la vita anche lui il 5 Aprile di qualche anno dopo (nel 2002), ovvero Layne Staley morto di overdose. Senza il colpo di fucile Cobain avrebbe potuto fare la stessa fine. L’eroina era il palliativo più diffuso in quegli anni ’90 e un tunnel dal quale pochissimi sono riusciti ad uscire.

Questo non per rovinare la festa o infangare il buon nome di un nostro eroe, ma perché è necessario per decodificarlo e renderlo a tutti gli effetti l’icona che merita di essere. Non solo un angelo divino e predicatorio che appare nelle magliette vendute nei megastore e citato nei modi più inesatti e improbabili, ma un necessario poeta maledetto che ha vissuto l’inferno per poi poterlo raccontare, spesso esorcizzare, regalando il processo catartico che chissà quante vite ha salvato in questi decenni.

Che poi lo abbia fatto attraverso un’arte magnifica di musica e non solo, è sotto gli occhi e nelle orecchie di tutti. Ma provate a pensare quanta di questa mercificazione del suo dolore, del suo estremo gesto così massicciamente ricordato, andrebbe a genio al Kurt che celebriamo oggi. Quello i cui occhi gridavano rabbia e frustrazione nelle ultime apparizioni, quello che si vedrebbe come un santino stropicciato sulle copertine della storia, qualcosa che ha sempre odiato e che lo ha portato alla rottura.

Kurt Cobain è stato ucciso dalla lacerazione interna portata dalla lontananza dal suo vero io e l’immagine che la massa aveva di lui. Che pretendeva da lui. Ed è proprio quest’ultima che noi celebriamo oggi, dimentichi quasi totalmente della prima. Perché la prima, il suo vero essere, era meno scintillante e molto più difficile da adorare. Ci insinua il dubbio che forse si è ucciso per egoismo, e non per insegnarci qualcosa. Perché ha preferito l’oblio a noi che lo adoravamo. E questa è una cosa che dobbiamo prendere in considerazione. Dobbiamo metterci scomodi. Dobbiamo sforzarci di capire Kurt Cobain. Lui lo merita.

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