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Gli sbandati hanno perso. La fine definitiva dell’inganno del Grunge

Forse è giunta l’ora di spegnere i riflettori sul grunge, di far calare il sipario su quel magnifico momento musicale che ci ha regalato tantissime emozioni ma anche sofferenza e morte. Ci ha regalato anche un inganno, il compromesso infetto che ha generato tutto il veleno che ha consumato e spento tante anime nascoste sotto la scorza dei nostri eroi.

Penso sempre più spesso a questa contraddizione, al ritratto musicale tradito che ha messo come manifesto l’autenticità ad ogni costo. Ci penso dal 2011, anno in cui uscì PJ20, bellissimo documentario celebrativo diretto da Cameron Crowe sulla carriera ventennale dei Pearl Jam. Non credo scorderò mai il volto di Chris Cornell andare in frantumi ricordando l’amico Andrew Wood, il primo caduto illustre di quel gruppo che ho sempre visto come i ragazzi di oggi vedono gli Avengers dei fumetti della Marvel.

Cornell per me è sempre stato il pezzo di granito, il più duro di tutti, colui che aveva fatto le cose più belle del grunge tra Soundgarden e Temple Of The Dog (il cui disco omonimo dedicato alla memoria di Wood era uscito esattamente 27 anni fa), che aveva avuto la forza e il coraggio di destrutturarle con gli Audioslave, di profanarle apertamente con la sua carriera solista e in particolare con Scream del 2009. Ho visto in quel suo primo piano i lineamenti crollare, i suoi occhi verdi riempirsi di lacrime amare e dire una delle verità più tremende che abbia sentito (e che mi ha anche fatto riconsiderare tutti i sentimenti che nutrivo per quella musica già da quindici anni). Chris dice che il Grunge era già morto prima di iniziare. La sua anima lo era, con i segni vitali di Andrew Wood che dal coma sprofondavano ulteriormente nell’immobilità eterna.

Sono stato costretto a leggere tra le righe di quell’epitaffio sulla tomba di un morto vivente che si è protratto per lunghi anni di agonia fruttuosa, una macchina da soldi senza vita che man mano che accumulava ricchezze, distruggeva l’essenza dei musicisti più sensibili. Layne Staley si è letteralmente consumato fino a spegnersi in una vasca da bagno in completa solitudine. Scott Weiland, cantante degli Stone Temple Pilots, ha intrapreso la stessa strada di suicidio lento, ancora più lento, che si è protratto fino al 2015. Kurt Cobain era quello che sentiva questo peso e questa maledizione più di tutti.

Un’altra immagine mi turba da quando ho la consapevolezza di questo meccanismo malato. La sua faccia durante l’esibizione alla trasmissione “Tunnel” di Serena Dandini il 23 Febbraio del 1994. Guardate il video di quella esibizione di Serve The Servants e soffermatevi sul volto di Kurt. Suonava e cantava il nuovo singolo della sua band in modo totalmente meccanico. Gli occhi hanno dentro un nulla orribile, i lineamenti sono tirati a suggerire una tensione ai limiti della sopportazione. Sta male Kurt, sta male in quella situazione, vorrebbe essere in tutt’altro luogo e tutt’altra vita. Sta male a navigare tra le onde di una celebrità di cui non trova giustificazione alcuna. Quel viso lo rivedo spesso quando chiudo gli occhi, e l’ho rivisto tempo fa ben chiaro ad una delle tante serate tributo al grunge organizzate in Italia come in tutto il mondo.

Negli ultimi anni gruppi come Alice In Chains, Soundgarden e Stone Temple Pilots (ma anche molti minori come Candlebox e Ugly Kid Joe) sono tornati con tour e album sospinti da un’ondata revival degli anni ’90, si sono moltiplicate di conseguenza serate a tema, edizioni speciali di merchandising e sono tornate a crescere le vendite di album e vinili di determinati artisti. Con tutto questo, però, si è anche risvegliato il demone e la maledizione. Riattivata dagli stessi veleni e dalle stesse contraddizioni di trent’anni fa. Entrando a una serata celebrativa ho nuovamente visto magliette con scritto grunge, spillette, libri tematici che parlavano di cose che tutti già sanno.

Vendevano solo la copertina, la facciata di superficie, la stampata della faccia di uno (Kurt) che quel libro non avrebbe voluto esistesse. Le persone riunite guardavano passive gruppi che sbagliavano i testi, le note. Ma questa era la cosa meno grave. Sbagliavano l’attitudine, sbagliavano il senso di tutto. Perché il grunge alla fine è un’etichetta, un contenitore da vendere dentro cui cacciare a forza esseri viventi musicali che non sono fatti per essere rinchiusi in niente.

Il male si è risvegliato e la maledizione ha ricominciato a mietere le sue vittime. Di nuovo. Il mio eroe di tante avventure è stato schiacciato dal ritorno del demone stesso. Chris Cornell aveva gli stessi occhi nelle ultime esibizioni (e in particolare nell’ultimissima fatale a Detroit) che aveva Kurt quella volta negli studi della Rai, prima dell’overdose e del colpo di fucile. Altre immagini terribili di ingranaggi rotti irrimediabilmente vanno ad aggiungersi alla mia mal voluta collezione.

Il grunge non è mai stato un genere musicale, solo un’etichetta che ha ingabbiato delle personalità selvagge e potenti, che alla lunga hanno pagato il nostro amore con la vita. Le casse si sono riempite e continuano a farlo, ma noi che abbiamo speso ore e soldi ad ascoltare ogni loro nota, perdiamo un po’ di amore ogni giorno che passa. A vincere sono i manager e quelli che organizzano tributi sorretti da poche nozioni prese da Wikipedia, che spacciano le facce in copertina dolenti e disorientate dei nostri beniamini. Chi al posto di sentire la musica, più che ascoltarla, fa la collezione di figurine.

A perdere è chi ha amato davvero gli sbandati che hanno dato vita un sogno, gli sbandati che lo hanno vissuto, lo hanno visto resuscitare per poi morire di nuovo. Kurt Cobain, Chris Cornell, Layne Staley e Scott Weiland, Andrew Wood e Shannon Hoon. Le loro tragedie oliano e danno sempre nuova linfa alla macchina promozionale che prolifera sotto le lacrime e il sangue. E noi siamo sempre lì, divisi tra l’amore per le canzoni e la consapevolezza di essere noi stessi gli aguzzini delle vittime del sistema. Servirebbe abbassare definitivamente il sipario. Chi ha sbandato per poi ritrovarsi grazie alla musica ha ora sbandato di nuovo e questa volta senza riferimenti per trovare la via di casa. Gli sbandati hanno perso.

Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

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