Onstage
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L’anno sabbatico che ci attende non sia l’ennesima occasione persa

Di fronte a oltre 20mila decessi e un’emergenza sanitaria mondiale che produrrà effetti devastanti su società ed economia per molti mesi a venire, è sempre pericoloso parlare di musica.
Ma in generale è sempre pericoloso farlo. La musica non è mai stata considerata essenziale, anzi. Per quanto accompagni i nostri viaggi in auto, le feste, le serate nei locali così come i video più emozionanti, i trailer dei film e delle serie che attendiamo da una vita e via discorrendo, è sempre lasciata indietro. Viene sostanzialmente data per scontata insomma.

Artisti, promoter, società che vendono biglietti, label, addetti ai lavori che operano in studi di registrazione così come team di sicurezza, squadre che edificano palchi e gestiscono migliaia di persone, operatori del catering, di pulizie, dei bar, del merchandise, della comunicazione, società che si occupano di iniziative di marketing e pubblicità legate alla musica, contabili e via discorrendo. Inutile rimarcare nuovamente l’importanza di un settore che in Italia, secondo il rapporto Siae, nel 2018 occupava 7.794.399 (SETTE MILIONI E SETTECENTO MILA) persone.

L’estate senza concerti, le uscite discografiche rinviate, il blocco inevitabile che modificherà le nostre esistenze ben oltre l’inizio dell’ipotetica Fase 2 (4 maggio? Chissà). Mentre si aspetta un segnale dal Governo, come richiesto anche da artisti del calibro di Tiziano Ferro, Vasco Rossi e Laura Pausini, che risponda nel più breve tempo possibile alle difficoltà in cui sono piombati dall’oggi al domani centinaia di migliaia di lavoratori del comparto “musica” (non tanto gli artisti affermati come in molti hanno capito mal interpretando), è importante segnalare che c’è un altro gigantesco problema che bisogna affrontare il prima possibile.

Un problema, lo ripeto, ovviamente secondario rispetto alla salvaguardia della salute pubblica che, senza fraintendimento alcuno, deve rimanere la priorità per ogni Paese. Un problema che possiamo dividere a sua volta in due parti: una risiede nella mancanza di rappresentanza di un intero settore presso le Istituzioni, al punto che gli unici a tentare di lanciare un appello che assomiglia di più a un grido d’allarme sono appunto famosi cantanti.
L’altra parte risiede nella comunicazione presso il grande pubblico, sia quello di appassionati, sia quello di fruitori distratti e poco interessati.

Senza voler rimarcare la gravità di temi quali l’analfabetismo funzionale o di come i social network abbiano irrimediabilmente modificato la diffusione e la successiva percezione dell’informazione stessa presso il grande pubblico, la comunicazione in ambito musicale sta completamente dimenticandosi il proprio ruolo essenziale, abituata oramai da anni a calare dall’alto sotto forma di comunicati stampa e di conferenze in cui le domande sono spesso un fan service più che un vero e proprio contradditorio.

Possibile che non si possa spiegare a quelli che sono veri e propri consumatori il perché sia necessario avere un Decreto Legge prima di procedere all’annullamento o al rinvio dei concerti?

Possibile che non si possa spiegare perché i rimborsi non sempre sono attuabili?

Possibile che non si possa spiegare per quale motivo si rinviano album e nuove uscite discografiche?

Possibile che oltre le dirette in cui si suona e si parla tra artisti non si possano affrontare tematiche attuali di cui parlano TUTTI gli altri esponenti (pensate ai calciatori che vanno a rappresentare il proprio settore a talk show o che lanciano appelli in diretta Facebook o Instagram tra una live e l’altra) di settori importanti?

Possibile che la comunicazione stessa (e qui mi rivolgo ai purtroppo pochi editori rimasti) sia comunque improntata più alla semplice diffusione di articoli piuttosto che a un contatto vero, continuativo e approfondito con i propri follower?

Onstage è da sempre favorevole a diffondere in diretta sui propri canali social, piuttosto che sul sito web, le opinioni e le comunicazioni di tutti gli addetti ai lavori, dagli artisti, ai promoter, dai management agli uffici stampa, da noi redattori fino agli operatori di settore e al pubblico stesso. Ultimamente siamo sommersi da domande dei fan (la nostra community conta quasi 300.000 persone tra Facebook e Instagram), a cui non possiamo più rispondere con “Dobbiamo aspettare comunicazioni dal Governo / dai promoter / dalle etichette”.
Serve un cambio di marcia, serve capire che qualcuno deve prendersi la briga di parlare, di spiegare, di rispondere alle domande e ai dubbi (anche alle paure) delle persone. Per evitare di alimentare le aggressività e la tendenza oramai troppo diffusa a gestire ogni problematica con un tutti contro tutti, che non porta a nulla se non a risse digitali che mai in ogni caso, consentiremo tanto più in una situazione complicata come questa.

Vista la rivoluzione drammatica che questa pandemia ci lascerà, non sarebbe ora di rivedere modelli e strategie comunicative consequenziali? Pensiamo davvero di poter praticare una distanza sociale anche nel digital, evitando di avvicinarci e di condividere col pubblico non solo le emozioni e i ricordi, ma anche problemi e difficoltà? Siamo sicuri che la strada sia sempre quella di apparire il più “sofisticati” possibile anziché mostrare l’inevitabile normalità e divulgare, spiegare e, allo stesso tempo, magari intrattenere le persone?

Musica e concerti, emozione e condivisione. Cerchiamo di parlarne nel modo più vero, inclusivo e condiviso possibile. Abbiamo solo da guadagnarci, in attesa di una ripartenza che, quando arriverà, dovrà segnare una nuova era non solo per la medicina, ma anche per l’intrattenimento e la comunicazione. Ci proviamo?

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