Onstage
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L’annullamento della distanza nel momento dell’isolamento necessario

Qualche giorno fa ho letto sulla mia timeline di Facebook uno status illuminante: “Le 18:00 sono il nuovo prime time“. A dire il vero oramai tutti i pomeriggi e le serate sono costellate di dirette di artisti che improvvisano concerti casalinghi, o interagiscono con i fan e altri operatori della comunicazione, attraverso i propri account social.

Social network che, per la prima volta forse dalla loro effettiva creazione, permettono davvero di abbattere la distanza tra le persone. Certo, direte voi, avremmo anche evitato volentieri di dover affrontare una pandemia mondiale di proporzioni devastanti nel mentre. Ma tant’è.

Instagram è il nuovo centro dell’intrattenimento: gli account sono i pulsanti del telecomando, i proprietari degli account stessi svolgono contemporaneamente i ruoli di presentatore, performer, regista e scenografo dei propri set, che possono durare anche diverse ore e prevedere ospitate inaspettate. Un’interazione necessaria, che cerca attraverso la musica (il linguaggio più popolare e diretto che esista) e il dialogo di scacciare i pensieri negativi che inevitabilmente affollano le menti di tutti noi.

Interazione che è necessaria anche per gli artisti stessi. Quel bisogno spontaneo di esibirsi, di proporre la propria arte al pubblico più vasto possibile, che negli anni ha reso l’appuntamento del concerto un evento unico e irripetibile ogni volta che si verifica. Quella forza comunicativa che emoziona e coinvolge anche attraverso lo schermo di un cellulare o di un pc. La volontà di illudersi di essere davvero vicini, di poter raccontare le proprie composizioni prima ancora di suonarle, di condividerle e di immaginare di essere dentro a un palazzetto a cantare insieme.

Sembra paradossale ma quell’annullamento della distanza fisica, che garantivano tramite l’utilizzo i social network al momento della loro diffusione di massa, sta avvenendo proprio adesso, nel momento di massimo e obbligato isolamento a cui il nostro Paese è costretto. Una cosa mai successa dal secondo dopoguerra a oggi.

Ed è la musica a guidare questo momento così difficile, così come la parola. Due concetti spesso considerati vetusti, superati, superflui quasi in un business che si basa sull’ascolto estemporaneo e disattento delle playlist su Spotify, e che ha completamente rinnegato l’arte della scrittura, dell’analisi e della comprensione del testo, in favore dell’instant, del frivolo, dei 15 secondi di celebrità.

Chissà se ce ne ricorderemo quando, speriamo il prima possibile, quest’emergenza svanirà, e i ritmi frenetici e dissennati, che fino a oggi avevano guidato le nostre esistenze, riprenderanno come se niente fosse stato…

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