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One Love Manchester è stato molto più di un semplice evento per Millennials

Qualche mese fa avremmo mai pensato che una popstar come Ariana Grande, giovanissima e per lo più ignorata dalle generazioni ‘adulte’, sarebbe riuscita a mettere su uno spettacolo storico, come One Love Manchester, andato in scena a Manchester il 4 giugno in risposta all’attentato del 22 maggio?

Dopo un evento simile, altri artisti sicuramente più carichi di ‘influenza’ e di esperienza avrebbero forse chiuso i battenti del tour per un po’, volando via chissà dove a leccarsi le ferite provocate da uno dei mali del secolo. E forse, da una ragazzina classe 1993, interprete di una pop music per nuove generazioni e senza pretesa di cambiare la storia della musica, ci aspettavamo un ritiro da star in grande stile, con copertine patinate e interviste strappalacrime. Invece no.

Non si è fermata un giorno Ariana Grande, anzi: mentre il mondo piangeva per le vittime e la paura, si è tirata su le maniche e ha organizzato in men che non si dica un concerto indimenticabile. Non per voi che ricordate ancora il Live Aid del 1985, certo, e che forse avete storto il naso davanti alla pelliccia e ai capelli ossigenati di Katy Perry. Ariana Grande ha fatto tutto per il suo pubblico, i giovanissimi, quelli che effettivamente hanno rischiato la vita alla Manchester Arena e a cui il messaggio deve arrivare forte e chiaro: non ci si chiude nelle proprie camere dopo quanto accaduto. Si deve continuare ad andare ai concerti, cantare insieme, indossare orecchiette e fasce colorate, scattarsi qualche selfie (forse troppi), mostrando cartelli che raccontano di amori adolescenziali e cotte passeggere.

Ariana è riuscita a trasmettere tutto ciò nel modo che le riesce meglio: parlando ai teen, come dimostrano ampiamente il logo di One Love Manchester (con tanto di coniglietto su sfondo rosa) e la line-up dell’evento, che ha raccolto sul palco dei veri e propri idoli per le nuove generazioni, da Justin Bieber a Miley Cyrus.

Eppure, scommettiamo che un po’ si siano emozionati anche i più grandicelli di fronte al ritorno dei Take That, con tanto di passaggio di testimone a Robbie Williams sul palco in un fermo immagine tutto sommato storico, o nel momento in cui a sorpresa sul palco è arrivato Liam Gallagher (senza Noel, perché a quanto pare certe guerre interne son più forti della guerra stessa). C’è poco da criticare anche di fronte all’emozionante apertura del live, affidata a Marcus Mumford con Timshell, o al duetto tra Chris Martin e Ariana sulle note di Don’t Look Back In Anger (stranamente ‘snobbata’ da Liam). E, a proposito di momenti da incorniciare, andatevi a rivedere – se non l’avete già fatto – la superba Hide And Seek suonata da Imogene Heap al pianoforte o un sorprendente Justin Bieber che, solo voce e chitarra, ha regalato al pubblico uno dei momenti sicuramente più belli della serata.

Le ‘canzonette’ che avete sentito ieri sera sono gli inni delle nuove generazioni (da Love Yourself a Roar, passando per Happy di Pharrell e Wings delle Little Mix) che spesso infatti hanno ‘preso’ il posto dei loro stessi idoli, cantando le parole dei brani dall’inizio alla fine (grazie Robbie per il modo goffo in cui sei riuscito a trasformare Strong in “Manchester we’re strong, we’re still singing our songs”). One Love Manchester è stato tuttavia più che un semplice evento per Millennials (anche se il target specifico dà a questo live una portata storica non indifferente e che mi auguro nessuno sottovaluti): è stata la celebrazione della musica ‘leggera’ in tutti i sensi, quella che oggi fa ballare gli adolescenti e che un tempo ha fatto impazzire anche noi, come la presenza dei Take That un po’ malinconicamente ci ricorda.

Eppure, ieri Ariana Grande e compagni – nel loro piccolo – hanno dato nobiltà a un genere ‘criticato’ quando l’età avanza e quando il tema delle discussioni non è più puro loisir: la musica è invece (e soprattutto) questo. I giovanissimi ricorderanno a lungo questo evento che ha dato loro voce e che li ha posti al centro di un dibattito che spesso li relega negli angoli. E speriamo che se lo ricordino anche i più grandi: il diritto a vivere la musica con leggerezza e a cantare a squarciagola è, alla fine, anche loro.

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