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Pearl Jam Roma 2018 foto concerto 26 giugno

I Pearl Jam e il morbo degli U2

Qualche anno fa, forse era il 2014 o addirittura il 2011, si dibatté molto su una dichiarazione di Bono in cui parlava dell’irrilevanza degli U2 nella realtà musicale contemporanea. Un timore che non riusciva a scrollarsi di dosso, una paura di non apparire importanti agli occhi del grande pubblico in anni in cui la forma canzone stava definitivamente cambiando e l’album come concetto artistico, prima ancora che oggetto fisico, sembrava irrimediabilmente vetusto.

Alla luce di quanto accaduto nell’ultimo lustro, terrificante se guardiamo i trend musicali estemporanei usa e getta che impazzano nelle playlist di Spotify, è difficile credere che lo stesso tipo di ragionamento abbia invaso le menti dei componenti di altre rock band dallo spessore incontestabile come i Pearl Jam ma anche Foo Fighters o Red Hot Chili Peppers (giusto per citare alcuni pesi super massimi della scena).

Ci è stato ripetuto talmente tante volte di come il Rock sia oramai considerato fuori moda e trascurabile che, a lungo andare, inevitabilmente se ne convincerà anche chi ha contribuito (specialmente nei Novanta) a portarlo ad altissime vette compositive, facendo nello stesso tempo in modo che masse smisurate accedessero ai messaggi veicolati da riff, assoli, ritmi indiavolati e vocalità che potevano all’interno di uno stesso disco essere corrosive oppure irrimediabilmente devastanti a livello emozionale.

Questa lunga intro per commentare, con qualche ora di ritardo rispetto all’effettiva pubblicazione, il nuovo pezzo dei Pearl Jam. Una canzone opposta rispetto a ciò che il fan di lungo corso di Vedder e compagni potesse aspettarsi. Un lavoro ricco di spunti musicali, ricercato e, apparentemente, espressione perfetta di ciò che una band di ultra cinquantenni vuole suonare e proporre in questo momento della propria esistenza.

E’ una sorta di liberazione artistica Dance of the Clairvoyants, una canzone che avrebbe fallito immediatamente nel momento in cui ci avesse in qualche modo ricordato i tempi d’oro del grunge (ricordate le forzature di Lightning Bolt del 2013?). Ci piace immaginare i Pearl Jam alle prese con un sound finalmente differente rispetto alle aspettative delle masse, un pezzo che potrebbe essere il manifesto di un gruppo che vuole esattamente suonare in questo modo nel 2020, che sa benissimo che i fan dal vivo aspetteranno i pezzi dei Novanta, ma che desidera allo stesso tempo appagare la propria (legittima) essenza artistica nell’essere chi desidera essere dopo così tanti anni di carriera.

E come successo agli U2 (Songs Of Innocence+Experience è stato un doppio disco di successo che ha portato la band in ogni parte del mondo a proporlo), anche i Pearl Jam possono e devono affrontare la paura di diventare irrilevanti semplicemente essendo gli artisti che desiderano essere, specialmente dopo anni di carriera, dischi, concerti ed emozioni, lasciando spazio alla propria creatività senza limiti.

Dopo tutto è sempre molto difficile accontentare al 100% il proprio pubblico, ma il rischio più grande che si corre, specialmente dopo anni di carriera, è quello di non assecondare il proprio istinto e la propria essenza di Artisti per paura di essere irrilevanti. E nel caso di Dance of the Clairvoyants il pericolo è stato abbondantemente evitato e superato.

Jacopo Casati

Foto di Roberto Panucci

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