Onstage

L’evoluzione del Rock, dei concerti e del pubblico

Da quando, nel settembre scorso, ho scritto questo pezzo sui nuovi appassionati di musica, ho avuto fisso in testa un pensiero che non mi ha lasciato tranquillo. Ma precisamente perché si è affermata questa nuova visione del concerto come “place to be”? Perché io stesso ho notato negli ultimi anni una modifica così sostanziale nel pubblico che partecipa anche a eventi non esattamente mondani (Iron Maiden e Ozzy a Firenze Rocks 2018 per esempio)?

Mi domando da tempo se sia possibile datare, quanto meno in maniera approssimativa, questo ipotetico punto di non ritorno. Il momento in cui molti smettono di vivere la passione per la musica in un certo modo, lasciando sia che la nuova concezione prosperi, sia che il vecchio “fuoco dentro” vada lentamente ad affievolirsi. E soprattutto i motivi effettivi che hanno portato a tutto questo.

Dopo averci pensato per mesi credo di aver trovato delle risposte abbastanza credibili e precise a quella che, sottolineo, è comunque una teoria del tutto personale che però oggi ritengo di dover esporre a un’audience ben più ampia. La premessa fondamentale è questa: non sarà un ragionamento trito e ritrito sul “si stava meglio prima / una volta qui era tutta campagna”. Ma un loop che prende in considerazione effettivi accadimenti, filtrati certamente da un’ottica personale di una persona appassionata di musica e che lavora con la musica da discreto tempo.

I riferimenti musicali di chi è nato negli anni 80

Quando nel 1990 avevo 10 anni il grunge stava per esplodere definitivamente nelle chart. L’anno successivo, grazie alle performance commerciali del Black Album e dei due Use Your Illusion, Metallica e Guns N’ Roses diventavano testimonial universali della musica dura. Io all’epoca iniziavo ad ascoltare hard & heavy classico però. Che vuol dire che mi ritrovai a crescere nel decennio in cui Bruce Dickinson e Rob Halford lasciarono Iron Maiden e Judas Priest.
Se consideriamo poi che i GnR fondamentalmente si “sciolsero” e che i Metallica si tagliarono i capelli, quel che venne a mancare mentre iniziavo il liceo fu proprio la materia prima. Che trovai nei dischi incisi appunto tra il 1980 e il 1990, oltre che nei classici del rock Sessanta/Settanta. Revival già da adolescente quindi, mentre iniziavo a seguire più concerti possibili.
Nel 1999 la reunion degli Iron Maiden mi convinse che finalmente, vicino ai 20 anni, avrei potuto godere di un’epoca di ritorno alle sonorità con cui ero cresciuto. E con cui erano cresciuti i conoscenti di 30 anni, che a differenza mia, si erano goduti eccome gli anni ottanta.
Le correnti musicali del Duemila invece furono principalmente il nuovo alternative powered by Hybrid Theory dei Linkin Park (paragonabile come portata sulle masse a un Nevermind del 1991) e negli States il post grunge dei Nickelback, piuttosto che le correnti emo o l’esplosione dei Green Day dopo American Idiot (2004). In campo metallaro inoltre imperversava la frase “nu metal is not metal”, ultimo tentativo di erigere un baluardo contro le “derive” di Korn e delle nuove forze giovani Slipknot e System Of A Down.

La prima netta spaccatura tra ascoltatori e frequentatori di live avvenne esattamente in questo momento. L’estetica del capello lungo e del chiodo iniziò a essere considerata roba da primati, cappellino al contrario, pantaloni larghi e canzoni senza assoli erano diventati la norma. Ci proverà il metalcore (tra il 2002 e il 2006) a rimettere le cose a posto, infarcendo ritornelli pop di riff cari alla scuola ottantiana. Ma sarà un fuoco di paglia a livello globale.

Arriviamo quindi al 2010, quando a 30 anni suonati, mi ritrovo senza alcun trend rock contemporaneo credibile. Senza la possibilità di vedere, come accaduto a chi arrivava ai 30 anni nel 1990 o nel 2000, una prospettiva che non avesse come unico riferimento la riproposizione di cose già sentite. Senza nessuna band abbastanza giovane su cui puntare per almeno 3 o 4 album consecutivi di spessore. Peggio: una volta che questa ipotetica band veniva individuata, era devastante vedere come (per mille motivi, tra cui management inadeguati, esaurimento dell’ispirazione, disinteresse del pubblico nel breve-medio periodo etc) nel giro di pochi anni i sogni di gloria e di grandezza si spegnessero repentinamente (Alter Bridge anyone?, ndr).

L’aver come riferimento quasi contemporaneo a te un genio come Matt Bellamy dei Muse non era sicuramente cosa da poco. Wasting Light dei Foo Fighters (2011) diede un’effimera speranza nel guardare al rock duro come qualcosa che fosse ancora capace di affascinare ragazzini e nuove leve. Ma nel giro di poco, anche quest’ultima fiammella si spegnerà, insieme a “certi” concerti su cui avevamo sempre puntato vedendoli come garanzie.

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Il fallimento dei festival e il mancato passaggio del testimone

Nel 2020 “festeggerò” 25 anni di concerti rock. Nel 1995 andai a mie spese al primo show rock, vidi per la prima volta gli Iron Maiden (senza Dickinson alla voce però). Nel 1997 andai al mio primo festival, quel Gods of Metal con headliner i Manowar e con gli Angra di Andrè Matos subito prima.
Se nel 2000 a livello musicale ci sentivamo traditi dai capelli tagliati dei Metallica, da quel “nu metal is not metal”, dal mainstream che proponeva Evanescence e Nickelback in heavy rotation anche dentro Superock (trasmissione televisiva di MTV), dal punto di vista dei concerti non potevamo certo lamentarci.
Ogni anno un sacco di band passavano in Italia, Heineken Jammin’ Festival e Gods Of Metal erano l’occasione per conoscere nuovi suoni, stringere amicizie e ascoltare i racconti di chi era più grande di noi che, tra una birra e l’altra, ci indottrinava e ci faceva sentire parte di una community di appassionati immensa, potenzialmente infinita. Ci sentivamo a casa in determinati contesti.

Poi, dal 2010 in poi appunto, qualcosa iniziò a scricchiolare anche in questo campo. I festival avevano già avuto qualche incidente di percorso (cambio venue, eventi atmosferici nefasti, band che paccano etc), ma bene o male erano sempre stati puntuali nel riproporsi. Se pensate che dal 2012 in poi del Jammin’ si siano perse le tracce, così come del Gods Of Metal (riproposto nel 2016 in giornata singola), viene facile capire perché dal 2010 in poi i grandi raduni abbiano iniziato sia a diminuire, sia a diventare più un’occasione folkloristica che altro.

Il rock iniziava ad accusare una tremenda mancanza di ricambi: se (generalizzando ed estremizzando) nel 1990 il grunge e il crossover presero il posto dell’hard & heavy, se nel 2000 l’alternative, il post grunge e il nu metal succedettero, nel 2010 non ci fu altra possibilità che puntare sul revival di quanto già sentito prima e sull’usato sicuro (passatemi il termine) che act come Foo Fighters e le nuove gioventù di Metallica e Iron Maiden garantivano. I “contemporanei” Linkin Park facevano pop rock, i Muse sperimentavano con l’elettronica e in generale il pubblico appassionato ha iniziato a essere sempre più mischiato.

Non che fosse un male per carità. Ma intanto quasi tutti i gruppi che avevano favorito le ondate decennali di cui sopra erano spariti in seguito a tragedie (vedi il grunge) oppure si erano sfaldati disintegrati da tensioni interne (Rage Against The Machine e System Of a Down). E chi era rimasto non aveva saputo mantenersi in cima alla catena alimentare (Korn e Limp Bizkit), smarrendo la vena creativa e la forza dirompente che ne aveva determinato il successo.

In termini di pubblico non c’erano punti di contatto tra chi aveva il cappellino girato al contrario, chi aveva la frangia, chi la camicia in raso e chi ancora indossava all’alba dei 30 la maglietta degli Overkill. Certo, le affluenze a determinati concerti da questo momento in poi aumenteranno per i motivi illustrati nel prossimo blocco. Ma la differenza tra chi dormiva sull’asfalto per arrivare in prima fila e chi andava a un live per cantare le 3 canzoni più famose e per il resto del set chiacchierare e bere cocktail diventerà sempre più ampia e marcata.
Da un certo momento in poi insomma, non c’è stato più nessun testimone da passare a nessuna nuova leva. Anche perché il pubblico che partecipava nel 2012 al concerto dei Foo Fighters a Codroipo era già quello che in larga parte non capiva cosa avesse da spartire Bob Mould (sul palco quel giorno) con il gruppo di Dave Grohl. E da allora sono passati sette anni…

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La fruizione della musica e lo streaming

Diciamola chiara: c’è sempre stata diffidenza tra chi aveva 40 anni e aspettava Metal Militia e guardava la minchietta di 20 esaltarsi su The Memory Remains. Ma c’era una sana partecipazione, un coinvolgimento che arrivava davvero da dentro e dal fatto che quel pezzo ti avesse mosso qualcosa a livello emotivo. C’era quindi la fiducia reciproca e la condivisione di un momento.
Chi si esalta oggi su Enter Sandman in massima parte lo fa perché lo ha sentito 40 volte al giorno in radio, lo ha magari suonato con la chitarra di plastica su Guitar Hero Metallica e lo associa ai djset, piuttosto che a Jason Newsted che sul palco di Mosca fa il ventilatore coi capelli per 5 minuti di fila davanti a 1 milione e 600mila persone. La curiosità nel capire perché i Metallica suonino ancora oggi la cover di Blitzkrieg è una delle cose che sono venute a mancare: perché nessuno che su Spotify cerca i Metallica per ascoltare uno shuffle casuale dei pezzi più famosi, si domanderà mai che cosa smuovesse i propri idoli nei primi anni Ottanta mentre si sparavano i vinili dell’omonimo gruppo tedesco.

Ora è impensabile e da incompetenti dare la colpa allo streaming, e in generale alla fruizione della musica digitale (per approfondimenti potete leggere questo articolo), se oggi il successo viene stabilito da quante views o da quante riproduzioni online abbia avuto un brano. Ma è anche irragionevole credere che chi contribuisce con il proprio account a determinare il trionfo mondiale di un’artista, poi vada effettivamente a vederlo dal vivo (e nell’ultimo anno di esempi anche italiani di band e star che sfasciano tutto su Spotify e poi si ritrovano con mezzo palazzetto vuoto durante il tour ne abbiamo avuti diversi).

Si è affermata progressivamente una superficialità nella fruizione della musica che è andata di pari passo con la facilità nel reperire i brani e poterli ascoltare in qualsiasi situazione.

Di contro tuttavia, il dominio dello streaming e parallelamente dei social network (che convincono noi e chi ci sta intorno di avere una vita meravigliosa e ricca di emozioni), ha fatto sì che essere presenti al concerto allo stadio o a un grande raduno sia elemento imprescindibile. Ecco quindi che, contrariamente a quanto accade al mercato discografico, l’industria live sia tornata (specialmente nell’ultimo triennio) a sfornare numeri positivi in sede di bilanci quando si tratta di superstar mondiali e artisti “vintage”, spesso impegnati in quelli che potrebbero essere i loro ultimi tour di sempre.

L’abbandono, il risentimento, l’accettazione della realtà

Vivendo nell’era dell’odio aprioristico, del confronto eterno tra la maglia rossa e la maglia blu, della polemica eterna come ragione di vita, era impensabile pensare che la musica fosse immune da queste dinamiche. Le nuove leve se ne sbattono di quanto scrivono i rockettari imbufaliti per l’inserimento di Ed Sheeran nella bill del Firenze Rocks, non replicando a nessuno dei post sgrammaticati e pieni di punti esclamativi messi a caso. Comprano 65mila biglietti, si godono 90 minuti di set, cantano i 5 singoli che hanno consumato su Spotify e mettono un miliardo di cuoricini a stories e post su Instagram che riguardano il live svoltosi a Firenze giusto due giorni fa.

Quel Firenze Rocks che nel 2018 aveva illuso buona parte di trentenni e quarantenni (che tra l’altro nel frattempo hanno magari messo su famiglia, oppure intrapreso carriera lavorative per le quali è meglio evitare di presentarsi in ufficio dopo aver dormito in stazione al termine di un concerto rock) di aver ritrovato quell’appuntamento annuale di ritrovo, di celebrazione, di gioia condivisa. Quegli stessi trentenni e quarantenni che avevano invaso le bacheche di ogni social network di video, like e post che celebravano il rock’n’roll con selfie dal pit dei vip o dalla terrazza con consumazioni gratuite incluse, piuttosto che insultando gli Avenged Sevenfold (attualmente l’unica metal band più giovane di Slipknot e Rammstein che a livello mondiale può riempire ampie venue).

La realtà è cambiata da tempo. E, piaccia o meno, siamo tutti spettatori e attori di una situazione che critichiamo ma che abbiamo inevitabilmente accettato.

Quel che è possibile provare a fare, anziché perseverare in difesa di un verbo rock che purtroppo non esiste più (per lo meno fino all’avvento di un nuovo gruppo o artista che torni a infiammare in primis i più giovani), è spiegare e raccontare il più possibile cosa significa emozionarsi per una canzone, per un concerto, per un genere musicale. Studiarlo, analizzarlo, proporlo nel modo più semplice possibile e con ogni mezzo di comunicazione contemporaneo immaginabile per far sì che, anche solo una persona su un milione se ne interessi. Oltre ovviamente ad aspettare il prossimo momento in cui sarà possibile ascoltare Eddie Vedder o i Tool dal vivo. Magari accompagnando tra qualche anno i propri figli a vedere Ed Sheeran facendo in modo che vivano il concerto non solo in apparenza ma in profondità, esattamente come abbiamo fatto noi diversi anni fa esaltandoci con gli spadoni e i mutandoni di pelo dei Manowar.

Jacopo Casati

Foto di Francesco Prandoni

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