Onstage
soulwax-milano-2017-lunga-vita-chi-mette-passione

Lunga vita ai Soulwax e a chi mette la passione prima di tutto

È il 29 marzo 2017, e questa sera ci sono i Soulwax dal vivo a Milano. Mi immagino un discorso con un ascoltatore medio (per ovvie ragioni non un fan).

“Ma sì, dai, i Soulwax. Quelli che vengono dal Belgio”
“…”
“I fratelli che facevano rock, ma poi si sono imbastarditi e hanno inciso un album di importanza fondamentale per l’evoluzione della musica da club”
“…”
“Ma come, non ti ricordi di NY Excuse? Quella che poi nella versione remix si trasformava in NY Lipps campionando i Lipps Inc. e la loro Funkytown?”
“…”
“Dai, i 2manydjs”.
“Ah, ok!”

La discussione è frutto della mia fantasia, ma la realtà non si allontana poi molto da questo breve scambio immaginario. I fratelli Dewaele non hanno spopolato con le chitarre, ma l’hanno fatto (e continuano a farlo, anche se per forza di cose la parabola è in discesa) attraverso i giradischi. Hanno avuto l’intuizione di pescare a piene mani dalla loro sterminata collezione di vinili creando quello che è universalmente riconosciuto come l’album di mash-up per eccellenza (As Heard On Radio Soulwax Pt.2). Non hanno inventato i mash-up, ma li hanno resi pop. E chi ha avuto modo di assistere a un loro dj set (con tanto di memorabili ed esilaranti visual sincronizzati con la musica) può confermare che sono probabilmente i dj più bravi a trasmettere passione a 360 gradi (in quelle occasioni si passa da brani di oscura New Wave ai Ricchi E Poveri senza alcuna vergogna e seguendo un assurdo ma credibile filo logico).

È la stessa passione che hanno messo nell’ultimo From Deewee, un disco che vede la luce a ben 13 anni dalla pietra miliare di cui si parlava nella mia conversazione inventata (l’album del 2004 è Any Minute Now, e quando si nomina è obbligatorio citare anche l’altrettanto basilare Nite Versions dell’anno successivo, a tutti gli effetti un remix album).
From Deewee è il trionfo del nerdismo analogico. Realizzato con registrazioni in presa diretta, fa leva su una conoscenza del suono non comune e su sintetizzatori accumulati con cura nel corso di una vita. Il ritmo gioca il ruolo principale, sia a livello strettamente percussivo (quel suono di batteria – anzi, di batterie – è semplicemente enorme) che a livello di note (gli arpeggiatori dettano legge in tutti i brani).
Lecito quindi aspettarsi un set up live da urlo. E così è stato.

Ma prima di parlare dell’esibizione è doveroso fare una parentesi sul pubblico, la cui età media è decisamente alta. Non ci sono ventenni, perché i Soulwax piacciono a chi ascoltava i Soulwax all’alba del Millennio, punto. Forse altrove andrà diversamente (ne dubito), ma i Magazzini Generali sono pieni di persone che hanno avuto la fortuna di godersi la creatura dei fratelli Dewaele all’apice della sua creatività. È gente che si fida ciecamente di quello che fanno Stephen e David, perché perfino quando sul finire degli Anni ’90 erano una “normale” rock band non hanno mai deluso (personalmente ho consumato il loro disco di debutto Leave The Story Untold e il successivo Much Against Everyone’s Advice, e parlando con una manciata di amici scopro oggi di non essere l’unico).

Ma torniamo al palco. Il colpo d’occhio della band di sette elementi si può riassumere con un termine: stile. Anzi, grande stile. Dietro a Stephen e David (alle prese con synth alti un metro e mezzo) c’è una disposizione piramidale con una batteria per vertice (esatto, tre batterie). Alle loro spalle altri due musicisti si occupano di tastiere, basso e altri sintetizzatori. Stephen canta (un po’ come gli viene, perché non è un cantante e probabilmente è il primo a saperlo). David si dimena con manopole e cavi. Igor Cavalera (proprio lui, il batterista dei Sepultura nonché dei più recenti Cavalera Conspiracy) dà spettacolo nonostante il maledetto click che lo costringe a seguire il tempo delle macchine. E alla fine – proprio come nell’ultimo disco, replicato quasi per intero nel corso dello show – sono proprio le batterie a fare la differenza. Quale ironia: una band che ha sfondato attraverso loop, sequencer e ritmi quantizzati che fa urlare il pubblico con tre percussionisti veri. È uno dei tanti indizi della già più volte citata passione del duo, che sfida i propri limiti riuscendo a cogliere nel segno.

Sarò onesto, la scaletta non me la ricordo. Come già detto, gran parte del live è stato un flusso senza soluzione di continuità dei brani di From Deewee, con frequenti raddoppi di ritmo e un piacevole alternarsi di rock elettrico e linee di basso sintetico funky. Una formula tanto prevedibile quanto vincente, che raggiunge vette di pura energia quando le tre batterie dialogano tra di loro.

Verso la fine arriva anche lei, la famigerata NY Excuse, ovvero la cosa più vicina alla parola “hit” che i Soulwax abbiano mai avuto (non considerando i remix, che a mio parere rientrano più nella questione 2manydjs nonostante siano stati ufficialmente firmati con sigla Soulwax). E a quel punto scatta il giusto tripudio, anche se la folla si era già scaldata in precedenza. Oltre al tripudio scatta nel cervello del sottoscritto anche un momento amarcord da brivido. Ho sempre riservato una piazza d’onore ad ogni produzione targata Soulwax nei miei dj set di quindici anni fa proprio ai Magazzini Generali. Vederli live dopo tutto il tempo che è passato nella medesima cornice (e in splendida forma) mi ha fatto venire voglia di correre sul palco ad abbracciarli.

Non fanno musica per tutti. Non hanno rotto gli schemi con l’ultimo album, perché l’hanno già fatto in passato. Non sono cool come le popstar dei giorni nostri, e a dire il vero non lo erano nemmeno quando pronunciare il loro nome suscitava reazioni ben più calorose di quelle attuali. Non hanno bisogno di dimostrare nulla, perché per come sono fatti riescono già in un’impresa gigantesca: trasmettere la propria totale devozione alla musica senza prendersi troppo sul serio. Lunga vita ai Soulwax, dunque. E a chi come loro mette la passione prima di tutto.

Marco Rigamonti

Foto di Rob Walbers

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI