Onstage

Un Festival troppo nuovo per un’Italia troppo vecchia

Il Festival del cambiamento, dell’integrazione, dell’eterogeneità di generi, delle rockstar è stato ridotto ad una polemica spicciola nata per qualche vaffanculo. Nel corso della finale succede che Ultimo non prende con la sportività richiesta da qualcun altro una sconfitta, un secondo posto per lui amaro. Succede che, in occasione della conferenza stampa di rito che si tiene a Festival concluso, Ultimo decide di sfogare malamente il suo disappunto nei confronti di giuria d’onore e sala stampa, ree di aver letteralmente capovolto il volere del pubblico. Limitandoci al televoto, quello per Ultimo è stato infatti un plebiscito, che lo vedeva dominare il podio con il 46,5% delle preferenze. Numeri resi vani dalle votazioni di giornalisti e giurati che gli hanno preferito, anche in maniera abbastanza netta, Mahmood. Questo prevede, infatti, il regolamento: il peso del televoto è pari al 50%, con giuria d’onore e sala stampa che si dividono il restante 50%.

Ultimo sbotta, la reazione della sala stampa non si fa attendere e quello che ne consegue è un caso che terrà banco per giorni. I social si trasformano in un campo di battaglia, al punto da rendere difficile la possibilità di celebrare quello che è, nei fatti, il vincitore del Festival: Mahmood.

Nel corso di tutta la kermesse ogni occasione è stata buona per esaltarne l’attitudine nuova, diversa dal solito teatrino fatto di fiori e bel canto. Gli Zen Circus lasciano a casa il ritornello, Motta vince il premio per il miglior duetto sorridendo tra i fischi, Achille Lauro e la sua Rolls Royce come Vasco, Morgan, Loredana Bertè, i Negrita. Tutto sembrava andare maledettamente bene, pareva ormai remota la possibilità di doversi arrendere agli schemi da sempre imposti dal Festivàl. Tutto molto bello, tutto molto rock, finché non tocca fare i conti con i giudizi. Non quelli di Twitter, dove è più semplice farsi andare bene tutto, ma con quelli che contano, con quelli che assegnano ad ogni concorrente un numero che più alto è e più sarebbe lecito incazzarsi. Ed è qui che quella libertà millantata dalle 20:44 del 5 febbraio si vede soppiantata dal ritorno di un sempre attuale De Coubertin, per il quale se sei arrivato secondo al tuo primo Sanremo tra i big devi pure pensare “ottimo, continua così, hai fatto del tuo meglio, hai demeritato”. Senza voler mettere in discussione la classifica finale, Ultimo avrebbe vinto con un pezzo qualsiasi della sua breve discografia, ma non con questo, al di sotto delle sue reali possibilità. Quello che dovrebbe fare è solo incassare una decisione nella quale non si rivede, con lo stile e la grazia che il momento richiede. Lui, di tutto punto, fa tutto il contrario ed esagera, dando ai componenti di stampa e giuria che lo hanno condannato degli «invisibili, che esistono solo cinque giorni l’anno». Questo autorizza i presenti a dedicargli appellativi del calibro di stronzetto. Fosse stato davvero il Festival delle rockstar, staremmo tutti facendoci una risata, consci che queste sono cose che capitano dove c’è della sana competizione, nel corso della quale le tensioni possono giocare brutti scherzi. Guai, invece.

Gli argomenti del giorno dopo, in ordine, sono stati: Ultimo spara a zero sui giornalisti, i giornalisti sparano a zero su Ultimo, la vittoria di un italo-egiziano è uno smacco al governo – quasi dimenticandoci del fatto che Mahmood ha vinto per aver presentato un pezzo della madonna, e non perché di padre egiziano -, il mancato riconoscimento a Loredana Bertè. Domenica sera, poi, Ultimo rincara la dose con alcune Instagram Stories nelle quali spiega le ragioni del suo disappunto e si dice contrario ad un regolamento che prevede la possibilità per mano della cosiddetta “giuria di qualità” di ribaltare il volere del pubblico da casa (pagante, ndr); regolamento che, però, viene considerato accettato al momento della partecipazione. Da anni al centro del dibattito, la ricerca di equilibrio tra le componenti è stata messa ancora una volta a dura prova. È comunque lecito domandarsi se quello di Sanremo sia più il Festival della gente o delle giurie.

E il rock ’n’ roll? Le Rolls Royce?

Tutto dimenticato. L’esaltazione dell’esagerazione, anche di quella fuori luogo, diventa una condanna decisa nei confronti di atteggiamenti sopra le righe. Le scorrettezze, reciproche, dell’ultima notte del Festival rischiano di dar il la all’ennesimo, inutile, “noi contro loro”, un forte senso di diffidenza all’interno di tutto il music business che non fa bene proprio a nessuno.

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