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Allusinlove: «È importante che tutti i musicisti parlino di come si sentono»

Sono rinati con un nuovo nome e un nuovo messaggio, gli allusinlove, rock band di Leeds, Inghilterra. Fino a poco fa erano gli allusondrugs, una storia musicale durata cinque anni e centinaia di concerti alle spalle. Ma, a volte, evolversi significa anche doversi fermare. Ora la pausa è finita e gli allusinlove, con un nuovo EP, It’s Okay To Talk, sono pronti a buttarsi di nuovo nella mischia. Con diversi show in Italia. Abbiamo parlato di rinascita, novità, vulnerabilità, machismo e industria musicale. E lo abbiamo fatto con il bassista Jemal Malki.




Vi siete presi una pausa. Avete cambiato nome. Vi sentite come una nuova band ora che avete cambiato nome e avete ricominciato da capo? 


Non sentiamo di aver davvero iniziato da capo, ma di esserci evoluti in qualcosa di più grande, migliore e semplicemente più interessante. Ci sono tante cose nuove, che non eravamo in grado di fare prima, ma nel frattempo abbiamo anche realizzato come possiamo lavorare al meglio su quelle che ci stanno più a cuore e che stavano iniziando a perdersi nel nostro viaggio in quando band. Tenere sempre un piede nel passato è importante, perché è dove le nostre radici sono ben piantate, ma anche crescere e diventare qualcosa di nuovo è importante allo stesso modo.



È stato difficile lasciavi alle spalle quello che avevate fatto ed eravate stati come una band fino ad ora? Vi siete sentiti come se steste in parte tradendo le vostre radici o è stato quasi rinvigorente?


In realtà non ci siamo lasciati davvero nulla alle spalle; alcune delle canzoni che suonavamo ai nostri primissimi concerti le abbiamo poi registrate per questo album. Se qualcosa è cambiato è il fatto che abbiamo iniziato ad imparare dai nostri errori, abbiamo lavorato per migliorare quello che già stavamo facendo e ci siamo focalizzati su quello che per noi è davvero importante. Anzi, non cambiando e non evolvendoci avremmo davvero tradito il nostro passato, perché abbiamo iniziato a suonare perché volevamo essere la più grande bel del mondo, lasciarci qualcosa di significativo alle spalle che avrebbe resistito al passare del tempo anche una volta che ce ne saremmo andati. E ci stiamo ancora sforzando di raggiungere questo obiettivo.

Eravate preoccupati che la vostra fanbase precedente avrebbe potuto non seguirvi in questo nuovo percorso? 

Le persone sono libere di amare o odiare quello che facciamo, e questa è una loro scelta. Ed è in parte quello che rende la vita così bella. Se possiamo avere un impatto positivo sulla vita di qualcuno allora non abbiamo null’altro di cui preoccuparci. Però penso che siamo ancora così vicini alle nostre radici che c’è ancora una buona parte della nostra fanbase precedente che speriamo ci seguirà anche in questa nuova avventura.



Qual è stata la motivazione del vostro periodo di auto-imposto silenzio?

In tutta onestà non è stato un silenzio davvero autoimposto, se fosse stato per noi avremmo continuato a girare in tour e suonare ai concerti, ma eravamo arrivati a un punto in cui dovevamo fare il salto successivo, e per questo avevamo bisogno del supporto di un’etichetta discografica. È stato difficile perché il processo legale e i contratti ti portano via una bel po’ di tempo, così come l’attenzione che abbiamo dato ai meetings e agli incontri con la nostra etichetta, per essere assolutamente certi che quello che volevamo ottenere fosse ben chiaro e che stavamo facendo le scelte giuste. Sapevamo anche che sarebbe stato il momento in cui avremmo anche finalmente registrato l’album, per cui abbiamo passato molto tempo a preparare nuove canzone, preparare i demo per i produttori, incontrare i produttori per organizzare l’artwork e le immagini per la stampa. Quindi c’è stato davvero tantissimo lavoro da fare prima di poter finalmente tornare in tour. Alla fine, dopo aver suonato tra i 100 e i 150 show all’anno per circa 5 anni di seguito è stato piacevole godersi una piccola pausa.

In questo momento, qual è il vostro obiettivo principale, come band?


Essere la più grande e migliore band che potremmo mai essere. Durante tutta la nostra carriera non abbiamo fatto altro che raggiungere piccoli obiettivi uno dopo l’altro e adesso questi punti di svolta sembra che stiamo arrivando; penso soprattutto allo show più grande che abbiamo mai fatto, suonando come supporter ai Muse all’Arena in Polonia. Quindi penso che l’obiettivo sia, un giorno, poter essere gli headliner [in una venue del genere]. 



Per questo album avete lavorato con alcuni tra i più grandi produttori internazionali, come Catherine Marks and Alan Moulder. Vi hanno dato qualche consiglio prezioso che portate con voi?
Siamo stati molto fortunati e siamo davvero grati di aver avuto l’opportunità di lavorare con persone che hanno prodotto alcuni dei nostri album preferiti. Vederli lavorare e vedere come sono riusciti a tirar fuori il meglio di noi è stato incredibile. Sicuramente quello da cui abbiamo imparato di più è stato passare tempo con loro, senza prezzo. 


Il 7 giugno avete pubblicato il vostro album di debutto con il nuovo nome della band. In quello steso giorno avete scritto un post Facebook che diceva “ Per sette anni abbiamo combattuto contro gli estremi alti e bassi che incontri quando fai parte dell’industria musicale – è stati difficile, ma non è valso ogni singolo momento”. A quali momenti difficili vi stavate riferendo? 


Essere in una band ha così tante sfaccettature che la persone non vedono; le uniche cose che vediamo sono i concerti e la musica, ma al di là di questo siamo solo essere umani e siamo tutti colpiti da quello che succede intorno a noi. Nell’industria musicale a volte ci sono cose non giuste, e abbiamo dovuto fare dei cambiamenti nella nostra per ora breve carriera come band per andare avanti: un membro del gruppo se ne è andato, ci siamo uniti e poi lasciati di nuovo, abbiamo preso vie separate dal nostro manager due volte, ci siamo separati dal nostro agente, abbiamo dovuto cancellare uno show per il Warped Tour a Ally Pally. Ma la cosa peggiore è stata avere un progetto che iniziava a diventare stagnante e che non ci rendeva più soddisfatti di noi; ci sono stati momenti in cui siamo stati molto vicini a prendere la decisione di smettere perché sembrava che non ci sarebbe stato futuro per noi come band, ma invece abbiamo tenuto duro e in qualche modo le cose cambiano e tornano a funzionare.

C’è qualche aspetto che vorreste fosse diverso nell’industria musicale contemporanea? 


È difficile da dire, essere in una band paradossalmente non è mai stato più facile, ma è diventato molto più difficile farsi notare proprio perchè ce ne sono così tante. Una cosa che vorrei è che ci fossero più fondi per le band che stanno iniziando ad andare in tour per far conoscere la loro musica, e più fondi per le venues e per i promoter che scelgono queste nuove band.

Come band avete scelto un nuovo nome dal messaggio molto positivo, incorporando la parola “love” al posto di “drugs”. Personalmente penso che, soprattutto oggi, mostrare amore e vulnerabilità siano ancora più rock ’n roll del sacro duo sesso e droga; cosa ne pensi?
Sono assolutamente d’accordo sul fatto che a volte mostrare agli altri la propria vulnerabilità sia un grande segno di forza, così come saper essere a proprio agio con sé stessi e mostrare agli altri che possono esserlo anche loro. Ma allo stesso tempo penso anche che ci sia anche dell’altro: per me la musica è esprimere qualcosa e avere un messaggio da condividere. Anche sesso e droghe possono essere una cosa positiva, si tratta di essere capace di condividere il tuo amore in modo molto intimo con qualcuno che sente per te ciò che tu senti per lui/lei; ed è qualcosa di incredibilmente potente. E dire che anche le droga e medicine che stanno salvando vite e curante malattie sono incredibilmente positive; il fatto che io possa avere la mia caffeina al mattina ha salvato la vita del resto della band moltissime volte, quindi penso che abbia tutto molto a che fare con la prospettiva e con come la nostra audience sia cambiata nel tempo. 


“It’s Okay to Talk” è la vostra canzone più epica. E forse quella con il significato più profondo. È da tempo che vivete in questa industria, quindi: è davvero okay per i musicisti uomini parlare o c’è ancora uno stigma intorno ai musicisti che si aprono alla loro vulnerabilità? 


È importante ora più che mai per tutti i musicisti parlare di come si sentono. Abbiamo perso moltissime persone incredibili che sembravano felici dall’esterno, ma che stavano soffrendo molto in silenzio, fino a quando semplicemente è stato troppo. Penso che tutti quegli anni passati a sentirsi dire “comportati da uomo” o che “piangere ti rende debole” abbiano forzato molti – specialmente uomini – a chiudersi in sé stessi e soffrire in silenzio per evitare di essere giudicati. Le emozioni umane sono qualcosa di estremamente complesso e personale, e affinché tu possa condividere quello che senti con qualcuno è importante sentirsi a proprio agio, motivo per cui dobbiamo cambiare questa strozzata dell’essere macho o un vero uomo e creare un ambiente in cui ognuno sia in grado di parlare di quello che prova es essere sé stesso. Ed essere celebrato per questo e non sdegnato. 


C’è una frase francese che personalmente amo molto e che dice “L’art est la solution au chaos”, ovvero “l’arte è la soluzione al caos”. Credi che l’arta abbia ancora il potere di fare la differenza? Soprattutto quando parliamo di salute mentale?
Certamente. A volte soltanto tramite l’arte siamo in grado di esprimere qualcosa che non comprendiamo a pieno, e altre persone possono creare una connessione con quell’arte perché sentono una familiarità che non ritrovano da nessun’altra parte e questo può essere quasi terapeutico. Personalmente trovo che certa musica abbia un effetto incredibilmente calmante su di me, che mi permette di focalizzarmi sul scendere a pazzi con alcuni pensieri che mi provocano negatività. Mi aiuta a processare quei pensieri e il motivo per cui li sto avendo ed è qualcosa che può cambiare completamente il mio umore.

“Tell me something, make me believe”, cantante in All My Love; in cosa credete davvero, come band e come giovani musicisti?
Abbiamo sempre combattuto per l’amore e l’eguaglianza, creduto nell’importanza di essere lì l’uno per l’altro, essere capaci di condividere le nostre esperienza come una comunità, cambiare la vita di qualcuno per il meglio, anche se di poco. Crediamo che le nostre esperienze e la nostra musica siano una finestra importante sulle nostre vite e speriamo che altre persone possano relazionarsi alle nostre canzoni o prenderne qualcosa che sia per loro positivo.


Suonerete molte volte qui in Italia. Cosa ci dovremmo aspettare dalla versione live del vostro album? 

Siamo così incredibilmente eccitati all’idea di poter suonare in Italia con i leggendari Skunk Anansie, e il fatto che lo faremo per sei volte è fantastico. L’album live è un mostro diverso, è più rumoroso, più grezzo, sudato, più energetico e in generale un’esperienza molto più potente, come un treno in corsa che non riesce a fermarsi ed esce dai binari. 



In quello stesso post Facebook che menzionavamo prima avete scritto: “siate buoni l’uno con l’altro, prendetevi cura di voi stessi e di quelli che vi circondano e ricordatevi di non essere mai spaventati dall’idea di parlare di quello che vi fa soffrire”. C’è qualcosa che vorreste aggiungere?
Aggiungerei solo che è bello parlare anche di quello che ci rende felici! Non può essere tutto triste e nero.

Queste le prossime date del tour:
8 LUGLIO – ROCK IN ROMA – ROMA
9 LUGLIO – ARENA FLEGREA – NAPOLI
10 LUGLIO – SCALINATA DELLA CATTEDRALE – NOTO (SR)

Paola Marzorati

Foto di India Fleming

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