Onstage
andrea-laszlo-de-simone-intervista

Andrea Laszlo De Simone: “Non penso di fare un disco perché debba essere pubblicato”

Una timidezza scudo, l’aria vagamente vintage naif, e un disco in grado di portarti in una dimensione così pura e spoglia da fare paura. Perché i sentimenti, le sensazioni più profonde, fanno esattamente questo. Con Immensità, il suo nuovo album, Andrea Laszlo De Simone ha scelto di continuare a percorrere la sua strada personalissima, organica e omogenea, piena di sfumature intense. In un giorno di pioggia a Roma, in un tourbillon di interviste che si susseguono, si scrolla di dosso l’umidità con un caffè d’orzo e coltiva dentro la conversazione l’urgenza di una sigaretta liberatoria. O forse protettiva, chi lo sa. Vero è che il suo disco merita più di un ascolto attento, stando pronti a fronteggiare lo specchio della propria riflessione personale che si intreccia in quei 25 minuti di durata complessiva.

Perché il formato suite, una cosa tutta unita, in un’epoca di frammentazione come quella attuale?
Perché non me ne frega niente (ride). Non penso di fare una cosa perché debba essere pubblicata, ma perché abbia senso. E per me ha senso così. Ha un inizio, uno sviluppo e una fine, ha una sua catarsi naturale e una parabola. È giusto così.

C’è una cosa vintage che colpisce sul tuo disco: è un unicum.
Se uno la va a scomporre, è come se invece di mangiarti una torta mangiassi la frolla, la panna, la ciliegia… Sono ingredienti separati, non è una ricetta: sono buoni lo stesso, ma non ha lo stesso sapore.

Il tour è iniziato il 17 novembre a Roma, farai poche date. Come è andata la trasposizione del disco dal vivo?
Benissimo. L’ho reso esattamente come nel disco.

Quindi mi sono persa un concertone?
Secondo me sì (ride, ndr). È stata comunque una prima, ma rispetto alla complessità generale, e alle persone coinvolte sul palco, è andata benissimo. Siamo in 9 sul palco. Io di base produco da solo, faccio ascoltare i brani e li suoniamo insieme, però stavolta è stato diverso. Ho avuto possibilità di rifare tutti gli arrangiamenti, che invece sull’altro disco e nel live c’era bisogno di buttarla un po’ più in caciara perché non c’erano cori che dovevano esserci, e non c’erano gli archi. Una bella sensazione.

Hai spiegato che il motivo delle tue poche date è che diventerai papà, una questione personale che hai deciso di condividere per essere il più trasparente possibile. Quanto questa tua riflessione sulla vita privata si sente nei tuoi dischi?
Tantissimo. Sono fondamentali. Penso che non ci sarebbe neanche una nota se non fosse nato il mio primo figlio Martino, e se non ci fosse questa bambina in arrivo.

A proposito dei temi, tu vieni spesso accostato a Battisti per questi racconti di amore triste…
Sono riferimenti di altri, non miei.

Piuttosto che richiamare qualcuno, io sono dell’idea che il tuo disco vada ascoltato con le orecchie nuove: quello che arriva è la sua organicità, la pulizia, un equilibrio.
Per questo anche sul live ero intimorito: non si può sbagliare neanche una nota, non c’è una parte che sia riempitivo o di contorno. Sono tutte parti… se ne manca una, crolla tutto.

Al di là dello stop, dopo il congedo paternità che programmi hai per il 2020?
Sicuramente succederà qualcosa. Bisognerà avere il tempo di capire che cosa sarò io e cosa sarà la mia vita dopo questa nuova realtà, quindi il tempo che avrò da dedicare alla musica. Non sono neanche costretto a farla: nel momento in cui preferisco fare altro, faccio altro.

È il tuo secondo lavoro, praticamente.
Sicuramente il fatto di fare uscire dischi nella scala delle priorità è molto in basso. Invece è molto in alto il fatto di registrarli e produrli. Farli uscire ha una serie di collateralità che si sposano molto male con il fatto di avere una famiglia.

È più un’urgenza tua personale il fatto di produrre dischi?
Assolutamente sì. Io ho un sacco di dischi che non sono usciti e non usciranno mai, perché sono miei, servono a me.

Hai un archivio infinito?
Registrate, 432 canzoni. Però alcune sono bruttissime, alcune sono solo per me, altre sono belle ma sono comunque solo per me. Altre non è giusto che debbano uscire, non devono necessariamente uscire. “Uomo, donna” stessa non doveva assolutamente uscire. Delle cose che sono uscite fino ad adesso solo questo ultimo disco l’ho fatto sapendo che sarebbe uscito. Non che mi ci sia interrogato… (ride, ndr)

Parlami un po’ della produzione, perché nel caos della musica compressa di oggi è la cura dei suoni.
Io sono estremamente ignorante in questo, mi muovo in modo estremamente empirico. Per dire, “Uomo, Donna” l’ho fatto con una scheda audio da 140 euro. Non è una ricerca maniacale del suono rispetto ad uno standard sonoro, ma rispetto a come mi sembra debba suonare quella canzone lì. Sono molto vincolato dalla prima stesura: io scrivo le canzoni registrandole, quindi faccio l’impalcatura musicale, l’arrangiamento, tutto, e poi ci canto qualcosa e quello diventa il testo. Quello che succede dopo aver registrato la voce è che se qualcosa non mi comunica l’emozione giusta rispetto alle parole, allora vado a limare rispetto alla sensazione. Le costanti sono stare completamente da solo, perché mi fa malissimo se entra qualcuno in quel momento, e fumare. Fumare tantissimo, perché mi piace da matti.

L’intimità della registrazione si avverte…
Si sente, lo so che si sente. C’è un sacco di timidezza, anche nelle cose suonate particolarmente bene…

E dal vivo come fai? È un’altra dimensione?
Sì, anzi nì. Ho la fortuna di avere dei musicisti particolarmente partecipi. Non sono dei turnisti. Loro vogliono farlo, e lo fanno non per rispetto a me, ma perché vogliono riuscire a farlo in quel modo lì, e il risultato poi è ottimo. Io non avrei mai messo su una band in vita mia.

Nonostante qualche progetto tu lo abbia avuto.
Ma sempre batterista. Che è un ruolo fantastico, protettissimo… Nessuno pensa mai che una canzone l’abbia scritta il batterista. Poi c’è uno scudo. Io sono timido comunque.

Bisogna sempre stare attenti a batteristi e bassisti.
Chi sta dietro molto spesso fa la regia…

C’è quindi un rapporto molto stretto e familiare, intimo, con i tuoi musicisti.
Sono i miei migliori amici, per quanto mi riguarda. E sono anche le uniche persone che frequento oltre alla mia famiglia. Il mio scopo in vita è stare bene, e penso sia di base quello di chiunque: ci sono anche tante persone che sono investite da logiche pubblicitarie, di massima un po’ tutti quanti siamo un po’ confusi. Molto spesso si aderisce a dei cliché: soldi, o il successo. Che se potenzialmente ti fermi a pensare ad una cosa tipo “io sono Francesco Totti e ora devo andare a fare la spesa” potrebbe essere il momento più brutto della tua vita. O avere dei figli che pagheranno ogni stronzata che ti capita di dire pubblicamente. La gente non ci pensa a sufficienza, o ha altre caratteristiche. La cosa assurda è che si pensa ci sia questo sposalizio per cui se fai il musicista, o suoni, o registri qualche canzone, comunque sia devi entrare in uno schema per cui hai un ruolo. Non sei una persona, sei un musicista. Come se avesse un significato in più che poi non ha, come se dovesse avere tutta una serie di caratteristiche… E magari sono mestieri diversi. C’è chi vuole fare l’iron man, canta, suona, balla, fa il presentatore tv: io mi inchino perché non ho questo tipo di capacità, penso “beato te”, magari non mi piace quello che fai musicalmente ma ti riconosco un talento a 360 gradi che io non ho, e che ti permette di avere ambizioni differenti. Ma non ci sono dei chiari distinguo a livello dialettico, quindi sembra che siano tutti mestieri uguali.

Comunque te lo devo dire, il tuo disco mi è piaciuto perché si sente un’emozione dentro.
Non ci sono tante altre ragioni per ascoltare qualcosa (sorride). Si può ascoltare una canzone per ballare, per divertirsi, ed è bello che le cose siano tutte diverse. Non sono né arrabbiato né turbato dal fatto che il mondo commerciale abbia delle regole che non sono le mie. Va bene così, non mi riguarda e non mi interessa. Sono abituato a pensare che la vita è troppo breve per occuparti delle cose che non ti interessano.

È molto Jep Gambardella questa frase…
Ci sono già responsabilità imprescindibili, cose che uno fa perché le deve fare. In questo ambito non mi devo occupare di cose di cui non me ne frega niente.

Arianna Galati

Foto di Ivana Noto

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI