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Ara Malikian live in Italia: «La musica e le culture non devono avere confini»

Dopo il l’esordio live italiano del 2017 sul palco del Primo Maggio a Roma e il successivo passaggio dallo Stivale dell’anno scorso con il suo The Incredible World Tour of Violin, Ara Malikian è pronto a tornare in Italia con il suo ultimo lavoro, Royal Garage, e una serie di cinque concerti-performance, che dall’1 dicembre lo vedranno impegnato con la sua band di sette elementi a Torino, Milano, Bologna, Padova e Roma.

Nato in Libano da famiglia armena, enfant prodige scoperto giovanissimo in madrepatria e formatosi in ambito classico tra la Germania e l’Inghilterra; violinista tra i più brillanti della scena internazionale contemporanea, concertista con un curriculum di live in quaranta Paesi; compositore con quaranta dischi circa in repertorio, autore colonne sonore per il cinema (tra cui quella con Pedro Amodovar ne La mala educatión) e impegnato dal 2006 nella No Profit Music Foundation con lo scopo di diffondere le opere dei compositori contemporanei, Ara Malikian è un artista in grado di fondere suoni e tradizioni: da quelle legate alle sue origini, alla classica – nella quale è stato riconosciuto con numerosi premi, tra cui il prestigioso Premio Niccolò Paganini – da quella mediterranea a quella europea, fino al rock, al punk, all’hip hop e al reggaeton.

Una mescola unica, che sentiamo in Royal Garage, disco ricchissimo di interessanti collaborazioni, su cui spiccano quelle con Franco Battiato in Voglio Vederti Danzare e con Serj Tankian dei System Of A Down in The Rough Dog, ma che comprendono anche Kase. O, Estrella Morente, Andres Calamaro e Bunbury in un caleidoscopio di suoni tenuto insieme dal funambolico violino di Ara Malikian.

Royal Garage è il titolo del tuo ultimo lavoro, un progetto estremamente eclettico e ambizioso. Cosa conserva della dimensione garage?
È un tributo al primo garage dove ho suonato, a Beirut, in Libano. Quando la guerra è iniziata in Libano, ci siamo dovuti nascondere tutti nei garage sotto le nostre case e un giorno, senza sapere il perché, ho iniziato a suonare e allora altri hanno iniziato a suonare i loro strumenti, mentre alcuni vicini iniziarono a ballare, altri a cantare. Così, in una situazione drammatica, nel bel mezzo di una guerra e dei bombardamenti, iniziammo a divertirci, a festeggiare e a fare musica. È stata la prima volta che ho realizzato quale fosse il potere della musica, attraverso il suo potere potevamo sopportare la situazione in cui stavamo vivendo.

Purtroppo, a distanza di anni, il concept di questo disco è ancora estremamente attuale.
Sì, è una storia che si ripete all’infinito. Le guerre servono l’interesse economico dei potenti, ma quella che ne soffre è sempre e comunque la popolazione civile, che non potrà mai comprendere il perché di quella violenza.

In questo mondo, cosa significa per te essere un virtuoso?
Quando ero un ragazzo per me era molto importante il virtuosismo, la tecnica, il suonare un sacco di note molto velocemente, ma con gli anni capisci che, sì, è importante avere una buona tecnica e dominare il tuo strumento, ma la cosa più importante, dopotutto, è il sentimento che porti al pubblico. Oggi mi chiamano “virtuoso” ed è una cosa di cui sono grato, ma per me la cosa più importante è che la mia musica arrivi al cuore delle persone, susciti emozioni e che le persone assaporino la felicità attraverso le mie interpretazioni. Questa, per adesso, è la cosa a cui tengo di più.

In questo disco attraversi diversi generi, sperimentando come mai prima.
Nella mia carriera sono stato fortunato non solo a sperimentare diversi stili musicali, ma anche a dovermi guadagnare da vivere suonandoli. Quindi non è stata solo una questione di tentativi, di sperimentazione fine a se stessa, dovevo suonare nei club, ai matrimoni e in posti diversi, con diversi musicisti per vivere. In un certo senso sono stato obbligato a imparare e questo ha plasmato la mia personalità.

Anche i featuring, di così diversa estrazione, lo confermano. In particolare vorrei approfondire quello con Serj Tankian dei System of a Down, con cui condividi le origini armene. The Rough Dog è un pezzo che si spinge molto nel suo territorio.
Conosco il suo lavoro sin dall’inizio dei System Of A Down e come hai detto siamo entrambi armeni e anche lui ha origini libanesi, quindi ci sono tante connessioni tra di noi, anche musicali, per cui mi sento artisticamente molto vicino a Serj. Proprio per quello che abbiamo detto prima, ho sempre pensato che se avessi potuto collaborare con lui, avrei cercato di fare qualcosa che andasse nel suo territorio, nel quale tra l’altro mi trovo molto a mio agio. Nel pezzo, poi, a volte porto anche lui nella mia sfera.

Ti sentiamo anche cantare in quel pezzo e in un altro, è la tua prima volta!
È stato un incidente. Avevo composto una canzone (il riferimento dovrebbe essere a Watif, ndr) per un’artista americana, ma di origini italiane, LP. Alla fine, però, non è potuta venire a cantare sulla canzone, allora mi ci sono cimentato io. È stata la mia prima volta e ho amato cantare. Non so se lo rifarò in futuro, ma mi sono divertito, è stata un’esperienza gioiosa.

Un’altra collaborazione molto interessante del disco è quella con Franco Battiato.
Ho vissuto in Spagna negli ultimi vent’anni e Franco è molto famoso lì, quindi conosciamo tutti le sue canzoni e anche il significato dei suoi testi e li amiamo. Purtroppo non l’ho potuto conoscere personalmente, ma abbiamo fatto una versione del suo brano completamente diversa dall’originale, gliel’abbiamo mandata e gli è piaciuta, quindi ci ha dato il via libera per realizzarla, cosa di cui siamo stati felicissimi.

Perché hai scelto di rivisitare proprio Voglio vederti danzare?
Per il significato del testo. Anche se è una canzone “vecchia” parla dell’unire culture ed è molto importante oggi lanciare questo messaggio. Non dovremmo avere confini e culturalmente dovremmo essere tutti uniti.

A dicembre suonerai in Italia. Sarà un ritorno dopo The Incredible World Tour of Violin dell’anno scorso, che ricordo conservi di quei concerti?
Amo l’Italia e l’idea di tornarci dopo meno di un anno mi fa sentire privilegiato, felice ed eccitato. Credo che sia uno dei Paesi più musicali del mondo, quindi per noi è molto importante venire a suonare lì e stare a contatto con il pubblico italiano. E, poi, ogni volta che vengo lì da voi trovo una grande ispirazione, perché il Paese è così bello e abbiamo un sacco di amici meravigliosi lì.

Che spettacolo porterai questa volta sul palco?
Sarò con la mia band e siamo otto musicisti. L’anno scorso avevo una band diversa, ho cambiato alcuni musicisti e anche a livello strumentale la formazione è diversa, abbiamo un grande pianista e un nuovo batterista. Lo stile della musica che suoniamo quindi è differente, ma il concetto è simile. Suoneremo delle composizioni classiche, così come la nostra musica di album vecchi e dell’ultimo, e anche alcune canzoni di artisti moderni, come Björk, Guns N’Roses, Led Zeppelin. Sarà un concerto con stili diversi e che viaggerà anche un po’ nel tempo.

Tour 2019:
Domenica 1 dicembre: Torino – Teatro Colosseo
Lunedì 2 dicembre: Milano – Barclays Teatro Nazionale
Martedì 3 dicembre: Bologna – Europauditorium
Mercoledì 4 dicembre: Padova – Gran Teatro Geox
Giovedì 5 dicembre: Roma – Auditorium Parco della Musica

Info e biglietti disponibili sul sito ufficiale dell’artista e su TicketOne.

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