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Arianna-Antinori-intervista

Arianna Antinori presenta Hostaria Cohen

Chi era abituato a pensare ad Arianna Antinori come alla Janis Joplin italiana, dovrà fare un piccolo passo indietro. Originaria di Roma, ma con la West Coast nell’anima, Arianna Antinori non rinnega certo le sue origini, ben rimarcate nel nuovo album Hostaria Cohen, ma di certo oggi lo fa con quel pizzico in più di maturità e consapevolezza che solo l’esperienza può dare. Insomma, impossibile dimenticare quella Mercedes Benz con cui vinse il contest internazionale indetto qualche anno fa dalla famiglia di Janis, ma con la voglia di dimostrare di essere un’artista con molto da dire, anche nella propria lingua. Abbiamo discusso di questo e di molto altro proprio con Arianna, impegnata in questi mesi in un tour promozionale molto intenso.

In ordine di tempo, le prime due cose a colpire del nuovo album sono lo splendido quadro di Andy utilizzato per la copertina e il titolo, evocativo e che credo contenga parte della tua storia personale e musicale. Vuoi iniziare a parlarmi di questi due aspetti?
La copertina è una splendida riproduzione di una mia foto in concerto eseguita dalla grande fotografa Cristina Arrigoni. La foto stessa è stata scelta tra tante da Andy e riprodotta in dipinto che, con estro e magia, ha raggiunto un risultato magnetico.
Il titolo è preso da uno dei brani dell’album, un incontro casuale di idee tra me, Mauro Paoluzzi ed Elio Aldrighetti. Musicalmente, al primo ascolto, il provino mi riportava alle atmosfere coheniane e quando Elio ha finito il testo, la storia coincideva con l’incontro amoroso durato una sola notte tra Janis Joplin e Leonard Cohen al Chelsea Hotel di NY. L’album, data la diversità dei brani, richiama il clima da Hostaria dove persone di passaggio condividono le loro storie, così come il mio bagaglio di esperienze di vita.

Pur non essendo il tuo primo album, in un certo senso possiamo definire Hostaria Cohen un nuovo debutto?
Si, è sicuramente un nuovo debutto, in quanto cantato in italiano. Diciamo che Mauro Paoluzzi mi ha presa un po’ in giro. Vedendomi intimorita nel “fare il salto” in italiano, mi ha convinta dicendo che ne avremmo cantata solamente una. Così ho accettato la sfida… ed eccomi qui, con 11 pezzi cantati tutti in italiano! Oggi ne vado fiera.

Esprimerti in italiano ti ha in qualche modo costretto a scoprire lati della tua voce che conoscevi meno o addirittura inediti?
Si certo, è stato per me un scoperta, specialmente nelle note calde e basse, ma anche per il trasporto nel raccontare le canzoni scritte per me. I complimenti della produzione per la dizione sono stati una cosa totalmente inaspettata. Era quella la vera incognita!

Di certo, nonostante la lingua italiana, non hai tradito nessuna delle tue radici musicali, che qui sembrano essere tutte presenti e omogenee nella loro disomogeneità. Ti ci ritrovi?
Il fatto di non perdere le radici e le sonorità della musica che amo è una delle caratteristiche principali di questo lavoro, che da subito mi ha fatta sentire a mio agio.

Interpretare brani credo sia complicato quanto scriverne di propri, talvolta persino di più. La sensazione, comunque, è che tu ti riconosca davvero nelle liriche del disco. Come è avvenuto il processo creativo del disco?
Parlando molto con gli autori e facendomi conoscere. Raccontando loro le mie storie e la mia visione di vita. Una volta entrati in confidenza, la loro sensibilità artistica e umana ha fatto il resto, facendo sì che ogni storia scritta mi emozionasse ancora prima di cantarla, e finisse con l’essere interpretata da me con sentimento e vero trasporto.

Quali sono i brani dell’album in cui ti riconosci maggiormente?
In tutti i brani c’è qualcosa in cui mi riconosco, ma se devo sceglierne uno è sicuramente A Cena Con La Vita.

A livello di tematiche trovo un equilibrio perfetto tra voglia di parlare di ciò che tu e gli autori amate del circo del rock n roll, unito a messaggi forti e universali, in cui chiunque si possa riconoscere. Uno dei temi fondamentali, tuttavia, mi sembra essere quello di una certa amarezza, quasi malinconica. Sbaglio?
No, non sbagli. Le tematiche nostalgiche sono molto legate alla mia sensibilità nei confronti dei disagi sociali e umani. Personalmente penso che sia evidente l’impoverimento affettivo figlio di quest’epoca.

Proprio come ha fatto per tutta la carriera David Bowie, la sensazione è che tu renda sempre omaggio a chi ha fatto sì che la musica diventasse il motore della tua esistenza. Divertente, in questo senso, il pezzo su Jagger. L’ultima traccia è proprio un tributo al Duca Bianco?
Si, bravo! Ho voluto fare un tributo ai grandi del rock che ancora oggi sono un punto di riferimento per me e per i ragazzi che intraprendono questa strada.
Mick Jagger, Rockstar numero uno e la sua resistenza fisica nonostante tutto; Janis Joplin che é la mia musa e la mia fonte ispiratrice; lo stesso Leonard Cohen che, oltre ad aver ispirato Mauro Paoluzzi alla composizione del brano Hostaria Cohen, ha amato per una notte ma forse anche per sempre Janis. Il Cappellaio Di Dio è dedicato al Bowie rockstar e al David uomo; l’ultimo brano del disco, Buon viaggio Mr Jones, é il saluto al Duca che ritorna nell’odissea spaziale.

Il tuo nome viene da sempre accostato a quello di Janis Joplin. Quanto ti inorgoglisce e quanto ti pesa il paragone?
Janis è e sarà sempre per me il punto di riferimento in assoluto. L’unico motivo per cui il paragone mi infastidisce è perché Janis è Janis e, anche se la ricordo con la mia voce, non sono Lei.
Ma grazie a Lei, sta maturando Arianna.

Nelle dediche troviamo un altro grande nome affianco a quello di Janis, quello di Mimì. Ci vuoi parlare del suo amore per lei?
Mimì l’ho sempre considerata la più grande e vera cantante italiana, è un po’ la nostra versione di Janis, che cantava con il cuore le sofferenze di un esistenza tormentata. Ho sempre amato il suo modo di esprimersi nel canto ed è stata lei la fonte ispiratrice del mio viaggio italiano.

Credo che la serata all’Alcatraz di qualche settimana fa sia stata qualcosa di davvero stupefacente, in grado di dimostrare quanto spesso il nostro paese sottovaluti il potenziale enorme di artisti preparati, spinti da passione e dalle doti che non dipendono da un passaggio televisivo. La sensazione è che negli ultimi anni le cose stiano cambiando da questo punto di vista. Un’illusione?
Ti ringrazio e sono felice che il duro lavoro fatto da così tante persone sotto la regia di Mauro per me ti abbia colpito.
Io non lo so se le cose stiano cambiando, nel mio piccolo cerco di cambiarle, sperando di estendere il messaggio a tutti quelli del settore.

Credi che il ritorno del vinile sia solo una moda passeggera spinta da hipster e pubblico di massa o credi davvero possa essere una cosa duratura? La vittoria degli LP sul formato digitale sarebbe una delle cose più poetiche degli ultimi vent’anni di musica…
Sicuramente c’è un ritorno al vinile, non so quanto durerà ma resterà per sempre l’oggetto più bello della musica d’ascolto fonografico…Per la sua ricchezza di immagini e di contenuti, per il fascino unico. Tutte cose impossibili da trovare in un cd e tanto meno su formati digitali.

Luca Garrò

Foto di Damiano Giangaspero

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