Onstage

Barns Courtney: «Il fallimento richiede energia, ma è un incredibile motivatore»

Entro la fine dell’anno uscirà il suo nuovo album, ma nel frattempo Barns Courtney ci sta intrattenendo con il singolo You & I, mentre gira l’Europa per suonare ovunque possibile. Abbiamo incontrato Barns a Milano e, chiacchierando, ci siamo fatti raccontare qualcosa sulla sua musica e sul suo prossimo progetto.

Ciao Barns, come stai? Inizierei subito dal singolo You & I e dal video, che è molto particolare a mio parere.
Quel video ha una storia molto lunga. Così come il brano del resto. Mentre scrivevo il mio secondo album, ero molto preoccupato. Pensavo che, senza la depressione intensa e il bisogno di superare le avversità di cui era pregno il mio primo album, non avrei avuto materiale per scrivere. You & I è la prima canzone che ho scritto per il nuovo progetto ed è nata quando mia mamma mi ha chiamato e mi ha detto “Ho incontrato un uomo”. Ho pensato Ci risiamo. Mi ha raccontato che quest’uomo le aveva dedicato una poesia e voleva che ci scrivessi una canzone. Io ho letto la poesia ed era terribile. Le ho spiegato senza mezzi termini che la reputavo una poesia orribile…

Le hai detto che avrebbe rovinato la tua carriera?
Guarda, ho provato a scrivere una canzone, perché voglio veramente bene a mia mamma. È la mia migliore amica, ma non avrei potuto scrivere una bella canzone basandomi su quella poesia. Le ho chiesto dove avesse incontrato questo tizio e lei mi ha raccontato la loro storia. Quando era adolescente e viveva nel nord dell’Inghilterra, aveva questo ragazzo che per lei era l’amore della sua vita. Mia nonna però lo odiava, perché voleva che la figlia sposasse un tipo ricco. Lui lavorava su un carro che vendeva patate e la sua famiglia era veramente povera. Però era un tipo figo, regalava a mia mamma un sacco di musicassette e le ha fatto conoscere i Doors. Pensa che la mia canzone preferita dei Doors è The crystal ship e me l’ha fatta conoscere mia mamma. Lei, a sua volta, per la prima volta l’aveva ascoltata grazie a lui. Quando mia madre è andata all’università, voleva allontanarsi il più possibile dai miei nonni e questo povero ragazzo senza soldi ha viaggiato per chilometri per trovare mia madre. Quando è arrivato a destinazione, esausto, ha scoperto che lei aveva incontrato qualcun altro. Ho pensato Questa sì che è una grande storia, di cui posso scrivere e cantare. E, se ci fai caso, il testo è pieno di riferimenti. Così come nel video anche ci sono un sacco di easter eggs. Per girarlo ho chiamato Pablo Maestres, un regista di cui avevo visto qualcosa. Pensavo fosse incredibile, così l’ho contattato ed è nato tutto così. A lui piacciono i video un po’ surreali ma non avevamo molto budget, per cui lui ha sfruttato un po’ di favori che doveva chiedere ed è venuto fuori un video incredibile. Ero sfinito mentre lo giravo. A San Diego sono sceso dal palco pieno di sudore per andare subito a lavorare al video, ed è figo quando sei sul palco, ma un po’ meno quando devi stare di fronte alla telecamera…

Il risultato mi sembra molto bello però, nonostante tutto.
Ho preso subito una decisione sul video. Volevo che richiamasse i momenti in cui ero sul palco, pieno di energia. Nello stesso tempo però volevo realizzare qualcosa che fosse artistico. Per cui mi sono chiuso in questa stanza, la camera tipica di una band.

Hai detto che eri preoccupato di scrivere qualcosa di meno intenso per questo secondo album e vorrei capire questo processo. Quanto è stato difficile cambiare rotta?
Il fallimento richiede tantissima energia, ma è un incredibile motivatore. Trasforma ogni sentimento in parole che alla fine hanno un senso positivo. E questo è il motivo per cui credo che tanti artisti muoiano giovani, come il club dei 27. Tutti artisti con incredibile talento, trainato da un’intensa depressione. Per me è stata una sfida. Improvvisamente dovevo usare il cervello e pensare con coscienza a che tipo di album volessi realizzare. Penso di aver creduto di dover fare un album perché se non l’avessi fatto sarei morto. Quando hai l’intero universo di cui scrivere e non sei più obbligato a parlare di depressione, è scoraggiante. Per fortuna ho avuto quella discussione con mia mamma che ha portato a You & I. Avevo anche convinto la mia etichetta a prendermi una casa enorme in un vigneto in California per scrivere il mio secondo album. Era una stronzata, ovviamente. Pensavo ai Rolling Stones, ma ero completamente senza ispirazione. Ero sempre ubriaco e ho speso tutto il budget. Per cui a gennaio sono tornato in Inghilterra, in uno scenario tristissimo. Ho incontrato un mio vecchio amico, mio co-autore. Ho deciso di registrare nella sua cameretta, per cui siamo andati a casa dei suoi genitori in mezzo al niente. Lì sì che è stato deprimente.

Ah, eccola la depressione!
Non avevo nulla da fare, niente, a parte incontrare gli anziani del paese. Il tempo era atroce e improvvisamente è venuta fuori la nostalgia, il senso di perdita legato alla crescita, il tentativo di ricreare sentimenti che non esistono più. Spogliando il passato, sono venuti fuori naturalmente e penso sia il posto in cui ti trovi che influenza sempre il tuo processo creativo. Il mio primo album l’ho scritto nella mia cameretta perché non avevo soldi o un posto in cui andare. Questo album è stato scritto nella camera del mio amico. Lo so, è strano, mi sentivo di nuovo un teenager… ma è stato un processo interessante. Siamo diventati veramente pazzi, perché non è naturale andare a dormire vedendo quella persona e svegliarsi vedendo sempre quella persona. Alla fine litigavamo come una coppia sposata o parlavamo in modo strano in continuazione, per due settimane!

Ma c’è una speranza che in futuro tu riesca a scrivere qualcosa in un posto pieno di sole o all’aperto?
Lo spero. Credo tantissimo nel potenziale della mente umana. Voglio pensare che sia possibile, ma è come chiedere a una persona con il disturbo da deficit di attenzione di focalizzarsi.

Però penso sia comunque un processo catartico.
Estremamente, ma alla fine mi hanno ispirato anche le situazioni bizzarre. Stare in questa camera giocando a Nintendo con Sam, come quando eravamo adolescenti. Se penso che ero in un vigneto in California e mi sono ritrovato lì…

Al di là di tutto, sei una grande esempio secondo me di come si possa credere così tanto in una passione da insistere anche quando tutto va storto. Quanto è stato difficile però per te crederci sempre?
Ti direi che è stata la cosa più semplice di sempre, e la più difficile nello stesso tempo. Quando vieni buttato giù così tante volte e tutti intorno a te ti dicono di crescere, ti senti vulnerabile. Però ero così disperatamente infelice nel fare qualsiasi altra cosa che non fosse esibirmi. Sarei morto se non fossi tornato a fare musica. E io voglio vivere. Avrei passato il resto della mia vita provando a tornare nel mondo della musica finché non ci fossi riuscito. Il resto era troppo noioso, non riuscivo a sopportarlo. Mi annoio facilmente e semplicemente non era un’opzione lasciare la musica. Anche ora mi dico che sono in tour da anni e non ho fatto neanche un soldo. Penso di non avere niente di cui vantarmi, ma è tutta questione di prospettiva. Non sono ricco ma ogni giorno faccio ciò che amo e mi faccio il culo nel van con la mia band, incontrando voi e organizzando lo show. Ho avuto un’esperienza assurda a San Francisco. Ho incontrato una donna pazza che nel backstage è entrata nel mio camerino dicendo “Ora ti benedico”. Bruciava robe e io pensavo Ma cos’è sta cosa. Però sai che ho provato una strana sensazione, come se qualcuno mi gettasse acqua calda sulla testa. E, dopo, tutta quest’ansia è scomparsa. Lei mi ha detto “Sai, è il tuo lavoro rendere la gente felice e devi ricordartelo”. Questa cosa mi ha colpito in modo molto profondo. Perché alla fine è vera. Devo fare musica per rendere le persone felici, è tutto quello che mi chiedono.

A questo proposito, tante tue canzoni sono apparse in altri media. Penso alla sigla della serie Safe, tra i tanti esempi. Come vivi il fatto che la tua musica possa diventare la colonna sonora di qualcosa?
È divertente. Negli anni ’90 c’era del disprezzo quando la tua musica veniva spalmata su altri media. Non ho capito questa cosa, perché ogni mezzo che diffonde la tua musica è positivo. In un mondo in cui alcuni medium stanno facilmente scomparendo, è bello che qualcuno giochi a un videogioco e ascolti la mia canzone. Amo il fatto che la mia musica possa spuntare fuori da ogni cosa.

Parliamo della dimensione live. Come la vivi?
Odio stare in studio, il tempo scorre lentissimo. Odio stare chiuso se c’è il sole fuori. So che a molte persone piace, ma io scrivo perché ne ho bisogno. Spesso sto solo seduto a pensare a ciò che non funziona in ciò che ho scritto. Dentro di me so che c’è qualcosa di buono, ma la Musa non ti fa visita ogni giorno. Per cui certo, amo stare in giro e amo il fatto che ogni concerto sia una conversazione diversa con un pubblico diverso. Mi piace pensare di fare ogni volta uno show più eccitante del precedente. Puoi ascoltare la musica a casa, quindi perché mai una persona dovrebbe uscire di casa e andare ad ascoltarla da qualche altra parte, a meno che non sia qualcosa di strepitoso? Un concerto deve lasciare una sensazione. Sogno di costruire enormi scenografie che escono verso il pubblico. La folla deve sentirsi in un universo diverso. Per l’ultimo show a Londra volevo farli entrare in un tunnel, ma il mio manager mi ha detto che non avrei mai convinto nessuno a fare una roba del genere.

Cosa è cambiato nel live nel passaggio dal suonare in una band alla carriera da solista?
Non ho mai voluto essere un cantante solista, ho sempre voluto suonare in una band. Ma quando hai 25 anni, non hai un lavoro e provi a convincere i tuoi amici a seguirti, capisci che non c’è verso. E che devi farlo da solo. Il mio sogno però è avere una sola band e la sto cercando da 4 anni. Capisco che sia difficile per tanta gente. Tanti se ne sono andati per non rinunciare alla loro vita e alla loro famiglia. Io vorrei una band fissa come Tom Petty e Bruce Springsteen, perché penso che se sei migliore amico della tua band la gente lo capisce subito che c’è sintonia e intesa.

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