Onstage
bastille-milano-2019

Bastille: «Le relazioni umane sono la chiave per la salvezza»

Il terzo album è forse il più difficile della carriera di un artista; volendolo spiegare attraverso una metafora matematico/filosofica, potremmo dire che 3 non è semplicemente la somma di 1 e 2, ma porta con sé un valore aggiunto. Il numero 3 è lo stadio della famosa “sintesi” hegeliana, 3 sono anche i lati di un triangolo, che guarda caso è il simbolo dei Bastille. Doom Days è la punta di questo triangolo: il terzo album della band britannica, uscito il 14 giugno, arriva dopo il successo planetario di Bad Blood (che conteneva la hit mondiale Pompeii) e Wild World.

Visti i precedenti, per gli scettici avrebbe potuto facilmente essere un flop; per i fan, le aspettative riposte nel terzo lavoro dal quartetto londinese che da anni mescola sapientemente melodie super pop a testi cupi mai scontati erano alte. Se Doom Days vuole essere letto in maniera profetica, potremmo considerarlo come l’album del giudizio definitivo, la resa dei conti sulle capacità del quartetto capitanato da Dan Smith, voce, autore e produttore di tutti i brani. La domanda che balena nella testa dell’ascoltare nel momento in cui preme il tasto play è: “Hanno ancora qualcosa da dire?” …la risposta è: “sì”, che piaccia o no. Per questo motivo abbiamo deciso di incontrarli prima del loro concerto Milanese (tenutosi al Fabrique il 3 luglio, qui la nostra recensione) per farci quattro chiacchiere.

È inevitabile rompere il giaccio chiedendo loro della recente esibizione sul Pyramid stage, il palco principale di Glastonbury, una vera e propria consacrazione nell’olimpo musicale britannico e mondiale. “È stato terrificante e fantastico al tempo stesso, un sogno diventato realtà… ancora non ci siamo ripresi del tutto” commenta entusiasta Woody, il batterista.

Potrebbe sembrare che i Bastille siano finiti nel giro di pochissimo sui più importanti palchi del mondo, ma in realtà dietro a questo risultato ci sono sogni sudati in anni di gavetta. “Ricordo ancora il nostro primo Glastonbury, molti anni fa, quando eravamo giovani e squattrinati. Io e Will dovemmo parcheggiare il furgone lontanissimo e poi camminare per 8 miglia nel fango trasportando l’attrezzatura. Inutile dire che il palco era piccolissimo e ci entravamo a malapena.

Dal loro racconto sembra passata una vita, forse perché il tempo si misura in esperienze e non in minuti. Questa volta -per fortuna- il palco della loro esibizione era abbastanza spazioso da contenere molti altri musicisti, tra cui una sezione di fiati e un coro gospel. In termini di sperimentazione e influenze, il coraggio artistico dimostrato dalla band è degno di nota: sonorità dance, elettroniche, r’n’b, campionamenti (non solo musicali ma anche cinematografici), archi, fiati, cori. Un mix che all’apparenza potrebbe risultare stucchevole ma che in realtà è sapientemente calibrato dal metodico Dan e dal produttore storico della band, Mark Crew, che ha lasciato la sua impronta anche su questo album. “Lavorare ancora con Mark non è stata una vera e propria scelta fatta a tavolino quanto piuttosto un’evoluzione naturale. Lui è parte dei Bastille tanto quando noi! (ride) Recentemente Mark e Dan hanno aperto uno studio insieme a sud di Londra, il One Eyed Jack’s, quindi è stato inevitabile che le canzoni siano nate e abbiano preso forma in quelle circostanze.” racconta seraficamente Will, il bassista del gruppo.

Doom Days è nato quindi in una scenario che poteva trasformarsi facilmente in una trappola: quella del lavoro di routine con il solito produttore, che poteva portare ad un ristagno di idee e suoni. Non è stato così: evidentemente la collaborazione tra Smith e Crew ha ancora un grande potenziale di sviluppo. Il frutto del loro lavoro è maturo al punto giusto, piace ai fan storici della band così come ai neofiti. “Abbiamo sperimentato senza perdere la nostra essenza, che penso risieda nel mescolare positività e negatività, nel rendere labile il confine tra euforia e disperazione attraverso la componente musicale e quella dei testi. Non ho fatto nulla di straordinario: ho semplicemente messo in musica quello che mi circonda” ci confida Dan.

Ciò che sorprende ulteriormente è l’ambiziosa struttura del disco, che si ispira vagamente ad un concept album, forma narrativa insolita per un album pop, specie nel 2019. “Avevo molte idee circa la struttura dell’album, mi piaceva il fatto di dargli una continuità narrativa senza però obbligare l’ascoltatore ad una fruizione continua dall’inizio alla fine.” afferma Dan. “Viviamo in un’era i cui ritmi sono dettati dalla frammentazione e dal consumo veloce, abbiamo voluto trovare un compromesso tra uno schema più complesso e uno più semplice. Anche se nel disco viene raccontata una storia che si sviluppa in ordine cronologico, le canzoni rappresentano comunque mondi a sé stanti. Per quanto la nostra musica sia influenzata da vari trend musicali del passato e da materiale letterario e cinematografico, non volevamo risultare troppo cervellotici o anacronistici.”

Doom Days si sviluppa seguendo il racconto di un gruppo di persone che vaga nello scenario notturno di una città, tra feste, incontri, corse in taxi, amori fugaci e momenti di solitudine vissuti in stanze affollate. È sorprendente come i testi riescano a creare un equilibrio tra riflessioni intimiste, profonde nella loro semplicità ma mai scontate, e altre che riguardano invece la collettività e lo scenario semi apocalittico in cui sembra stia naufragando il mondo.
A tal proposito, è proprio la title track del disco a contenere una sorta di flusso di coscienza circa quanto ci sta accadendo. Crisi ambientali, alienazione tecnologica, scelte politiche che sembrano far regredire la società anziché portarla verso il progresso. “Il processo di scrittura di un disco è sempre complesso, spesso ci sono troppe idee e non tutte riescono a passare il vaglio. Sei o sette canzoni non sono finite nel disco, ma ce ne sono un paio che amiamo molto e contiamo di pubblicare presto. Le altre contenute nel disco sono frutto di un minuzioso lavoro di taglia e incolla… ad esempio per Doom Days sono stati tagliati circa 20/30 versi. Questo perché se ci mettiamo a guardare quello che ci circonda… beh lo scenario non è affatto rassicurante.” ammette il frontman. “Queste impressioni erano già presenti nel nostro album precedente Wild World, dove raccontavamo di un presente apocalittico raccontato dai media e delle sensazioni di smarrimento che si provano quando ci si rende conto che non siamo in un reality show ma sta accadendo davvero. La Brexit è reale. Trump è reale. Mi auguro di cuore che nel prossimo disco potremo parlare di altro!… E’ difficile riuscire a sfuggire alla realtà, alla fine anche se hai passato una notte indimenticabile che sembra non finire mai ripiombi all’improvviso nella realtà e devi fare i conti con il presente. Questa sensazione è alla base di Doom Days.” afferma Kyle.

Viene allora spontaneo chiedere se per Dan sia stato difficile scrivere un disco in cui si portano avanti due sfere così complesse – quella intimista e quella politico/sociale. “In realtà non è stato complicato, nel processo di scrittura volevo creare brani poliedrici che contenessero diverse sfumature di significato. Un’altra dimensione importante è quella visiva: volevamo creare un immaginario specifico nel quale l’ascoltatore potesse riconoscersi ed immergersi. Quello di una notte in giro per la città è stato un input interessante per dar vita a riflessioni più profonde.”

A proposito di immaginario, ogni brano dell’album potrebbe essere trasformato in un videoclip, o addirittura in un cortometraggio (sul retro copertina dell’album, accanto ai titoli delle canzoni, sono indicati gli orari in cui sono ambientati i vari “capitoli”). “Magari, sarebbe una figata! E’ sicuramente qualcosa che contiamo di fare con la nostra musica in futuro. O magari fare l’inverso, ovvero scrivere la colonna sonora di qualche film… già abbiamo avuto modo di farlo (con il brano “World Gone Mad” inserito nella colonna sonora del film “Bright”) ma lo considero ancora come un sogno nel cassetto. Abbiamo in serbo ancora qualche videoclip per questo album che spero piacerà al pubblico. Quello di “Bad Decisions” è uno dei miei preferiti in assoluto, uscirà presto!” continua Dan, sempre super entusiasta nel parlare di cinema.

Il regista David Lynch è tra le sue grandi influenze, sarà il suo gusto noir ad aver influenzato principalmente gli sfondi cupi dei suoi testi? “Decisamente, ma il pessimismo è insito anche nella mia personalità, su tutti i livelli. Mi considero un pessimista-realista; quando ho iniziato a fare musica lo facevo per me, non mi aspettavo di certo che qualcuno mi avrebbe ascoltato. Per quanto riguarda le canzoni, penso che questo tipo di approccio nei confronti del mondo renda molto più interessante il modo di scrivere e riflettere. Fortunatamente la componente musicale è molto pop e influenzata da musica elettronica e dance (specialmente anni 90), questo permette di creare una combinazione interessante e di rendere il tutto meno noioso e deprimente.”

È inevitabile non far notare a Dan che ormai nella loro discografia ci sono ben 3 brani con l’aggettivo “bad”: Bad Blood, Bad News e Bad Decisions. “Hai perfettamente ragione, sono davvero pessimo, è più forte di me! E’ stato un caso ma penso che questo gesto inconscio riveli molto sul mio modo di osservare la realtà (ride)”. Faccio notare però che tuttavia questo album termina con una nota positiva, ovvero il brano Joy, così come l’album precedente Wild World nella sua extended version terminava con The Anchor. Entrambe le canzoni hanno un punto in comune: parlano di quel “tu” che in questo mondo apparentemente alla deriva sembra salvarci dal calare a picco. Sorge allora inevitabile una domanda: in questi scenari apocalittici, le relazioni umane sono la chiave per la salvezza?Credo proprio di sì. Se non possiamo avere fede in esse allora non so cosa potrebbe salvarci.”

Sara Beretta

Foto di Francesco Prandoni

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI