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Baustelle, vol. 2: «Un disco sull’amore, ma la guerra non è finita»

Il 23 marzo arriva la seconda parte de L’amore e la violenza, a poco più di un anno dal primo volume che – a detta degli stessi Baustelle – parlava d’amore in tempi di guerra. Ne L’amore e la violenza vol. 2 – dodici nuovi pezzi facili, la guerra sfuma un po’ per lasciare posto all’amore in tutte le sue forme.

«Sono canzoni facili, sì. Diciamo che è la citazione di un film (Cinque pezzi facili con Jack Nicholson, ndr). – commenta Francesco Bianconi – Questo è un disco sull’amore. Il primo volume parlava del contesto più che del privato. Stavolta abbiamo voluto parlare solo d’amore, e l’amore è la cosa più cantata e codificata della musica. Per questo sono canzoni facili. Perché è una materia già sentita».

E di canzoni d’amore, in questo secondo volume, in effetti ce ne sono tante. «Forse l’unica eccezione è Tazebao – aggiunge Bianconi – un insieme di folli aforismi sul presente. La storia d’amore viene ipotizzata nel ritornello. Probabilmente è il testo meno classicamente d’amore, l’eccezione che conferma la regola».

Non aspettatevi, tuttavia, dichiarazioni spassionate e melodiche (anche se qualche brano potrebbe sorprendervi). I Baustelle mantengono integra la loro capacità di analisi brutale, spesso cruda, anche quando si tratta di metabolizzare sentimenti.

«Come intendo io l’amore? – dichiara sempre Francesco – Per me l’amore è, nella migliore delle ipotesi, una situazione in cui ci scappa sempre il morto. E’ l’annullamento del sé, il sacrificio dell’Io, l’adesione a un oggetto altro. Non viviamo in una società che promuove questa concezione, anzi è il contrario. Questa società massaggia l’ego. Per me, l’amore è esattamente l’opposto. Ma è sporco, e distruttore. Non è pessimismo, quasi uno statuto filosofico».

Ovvio, dunque, che per i Baustelle l’amore non possa mai essere salvifico, anche perché la guerra cantata nel primo volume si quieta ma non si spegne: «Non è finita, in queste canzoni la guerra continua ed è persino più vera – dichiara la band – perché riguarda il contesto sociale».

Diverso, in questo secondo volume, è anche il suono. Per la prima volta, infatti, i Baustelle hanno scritto durante il tour. «Non ci era mai capitato di fare due cose insieme. – puntualizzano – Non sappiamo perché stavolta sia capitato. Le parole sono oro e forse quello che avevamo da dire non si era ancora esaurito».

Il contesto del tour ha fatto però in modo che le parole fossero accompagnate da un sound diverso. «Sembrerà strano – spiega la band – ma scrivere una canzone con la chitarra è diverso rispetto al pianoforte. Se ti siedi al piano, hai subito a disposizione più colori sulla tavolozza e più complessità. La chitarra ti porta a scrivere canzoni armonicamente più semplici, più pop. Questo ha dato ai brani una serie di elementi. Il disco ha più tiro ritmico e più tigna. Ci sono i sintetizzatori perché volevamo contiguità col primo volume, ma sopra i sintetizzatori ci sono le chitarre».

Attenzione, però, a parlare troppo facilmente di pop. «Pop è una definizione di gomma – commenta Bianconi – la puoi plasmare. Non c’è più distinzione in Italia tra mainstream e indie, mi sembra sia sparita in fretta. Per noi è un bene, non mi piace separare le due cose. Vogliamo essere per tutti, siamo felici che si sia abbattuto questo muro. Solo non vorrei che la sbornia del pop sia una scusa per prendere la strada più facile, cioè andare in radio e vendere».

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