Onstage

Beatrice Antolini racconta L’AB: «Come un’alchimista trasmuto sostanza grezza in materiale prezioso»

Classe ’82, bolognese, Beatrice Antolini è sicuramente una delle artiste più interessanti della scena indipendente italiana. L’AB, l’ultimo album, con cui (stando anche alle disposizioni ministeriali in ambito Covid-19) tornerà prestissimo in tour in tutta Italia, è infatti il più recente capitolo di una carriera di oltre quindici anni, fatta di cinque studio album di pregio assoluto – roba sperimentale, ma di piacevolissimo ascolto – e una marea di collaborazioni con artisti italiani (Jennifer Gentle, Baustelle, Bugo, Afterhours, Velvet, Andy, A Toys Orchestra, Federico Poggipollini) e internazionali (Lydia Lunch e Ben Frost). Un curriculum a cui si sono recentemente aggiunte le esperienze come polistrumentista della band di Vasco nei tour VascoNonStop Live 2018 e 2019, nonché come direttrice d’orchestra a Sanremo per Achille Lauro. Abbiamo fatto una chiacchierata con lei per farci portare nel suo laboratorio alchemico, là dove è nata, tra il resto, la magia di L’AB.

Beatrice, tu suoni tutto: tastiere, fiati, fisarmonica, percussioni, chitarra, basso, canti, componi, testi e musica, arrangi, produci. Come sei arrivata a mettere insieme un set di competenze così vaste, che tra l’altro ti permette di realizzare i tuoi dischi da sola, dall’inizio alla fine?
L’ho sempre fatto. Sin da piccola ho avuto questo spirito da producer e non vedevo l’ora di arrangiare un pezzo completamente, ma non potevo aspettare di chiamare uno al basso, uno alla chitarra, eccetera, quindi mi registravo, facendo le sovraincisioni con le cassette con due piastre. Ho iniziato così. Dopodiché, in adolescenza e i primi anni che ero qua a Bologna, avevo un sacco di situazioni dove suonavo, facevo musica in studio e live, finché ho iniziato una carriera, che in realtà è nata un po’ da sola.

In che senso?
Big Saloon
l’ho scritto nel 2004 più o meno e considera che è uscito, perché è capitato per caso alle orecchie di una persona, che mi ha dato la possibilità di pubblicarlo. Io non avevo nessun contatto nel mondo musicale, facevo le mie cose, ma non sono mai stata una che pensa di arrivare prima di fare, non ho quella mentalità imprenditoriale. Quindi, questa persona ha ascoltato Big Saloon e mi ha aiutato a farlo uscire con un’etichetta. Da lì è partito tutto e ogni disco ha avuto il suo percorso. Nel complesso il viaggio fino a qui è stato molto vario, perché tra un disco è l’atro ho fatto un po’ di tutto: pezzi per altri, arrangiamenti per altri, musiche teatrali e per il cinema, collaborazioni nei dischi e nei tour di altri artisti. Mi piacciono anche molto questi altri miei ruoli, il mio percorso solista è molto particolare, musica sperimentale, d’avanguardia, quindi è normale che rimanga di nicchia ed è anche il suo bello. Proprio per lasciarlo autentico, quindi, preferisco alimentarlo facendo altro.

Quello che stupisce è anche la tua capacità di stare dentro progetti di natura diversissima. Esempio: nel 2017 hai suonato con Emis Killa nel tour di Terza Stagione, ma anche in quello di Angela Baraldi, una che in musica ha collaborato con Dalla, De Gregori, Bersani, Canali e Zamboni dei CCCP. Poi Vasco e ora Achille Lauro…
Quello è il mio lavoro di performer, vado in una band e suono, a volte è più creativo a volte lo è meno, dipende dalle situazioni. In alcuni casi si tratta di band, dove metti le tue idee anche negli arrangiamenti, in altri c’è magari un direttore artistico, a cui fare riferimento e, comunque, questo non vieta di metterci del proprio e io ce lo metto sempre o, almeno, ci provo. Però, lo vedo come un’altra parte del mio lavoro. La mia musica è talmente particolare, che mi permette di non avere un’identità così specifica e quindi dover dire di no a delle cose che sono diverse da quello che faccio io. E, poi, a me piace la musica a trecentosessanta gradi, non sono snob, faccio la mia cosa sperimentale, ma mi piace anche il rock, il pop, il rap e tante altre cose, anche molto semplici.

Quest’anno hai diretto l’orchestra a Sanremo per Achille Lauro.
Lo conoscevo già da quattro o cinque anni, da quando faceva un altro genere e mi ha sempre interessata, perché va al di là dei generi ed è una figura anomala. Mi piace questo suo essere, in un certo senso, glam, dopo tutto questo cantautorato, ci voleva una figura come la sua e il ritorno a un’estetica diversa. L’anno scorso al Dopofestival (dove ha fatto parte della resident band, ndr) abbiamo fatto dei duetti con gli artisti in gara e io ho proposto di farlo con Lauro, perché mi sembrava interessante. Poi, da cosa nasce cosa, fino ad arrivare a questo Sanremo, per il quale loro hanno avuto la visione di questo direttore d’orchestra suonante e quindi ho accettato di buon grado, anche perché amo il messaggio di libertà che trasmette Lauro.

E con Vasco? Raccontaci la tua esperienza del VascoNonStop Live.
Beh, sono molto onorata di suonare con Vasco, lo stimo tantissimo, lo considero il più grande autore di musica italiana o, per lo meno, uno dei più grandi e quando suono le sue canzoni sto bene, sono proprio felice. La cosa più bella di quei concerti è stata vedere così tanta gente in uno stato di grazia. È la cosa che mi ha più arricchita di questi due anni, in cui ho fatto gli stadi con Vasco. Giustamente c’è un amore infinito per queste canzoni e lo meritano tutto, perché sono senza tempo, soprannaturali.

Ma veniamo al tuo progetto solista. Mi incuriosisce molto l’aspetto creativo che c’è dietro la tua musica. Hai un metodo o a volte è la musica stessa che ti sorprende?
I brani arrivano da soli. I suoni, gli arrangiamenti, la produzione, mi arriva tutto insieme in un modo che non so proprio spiegare. Molto spesso non riesco neanche a ricordare il momento, in cui nasce un pezzo e quando li ascolto mi trovo a chiedermi: chissà quando l’ho scritto, perché e come! Sicuramente bisogna essere preparati a seguire un flusso energetico. Io credo molto nelle energie e se uno è predisposto ad accogliere, accoglie. Se, invece, ti chiudi e non ti applichi, perché poi dietro tutto questo ci sono anche tante ore, giornate e mesi di lavoro, questo non accade.

È un processo solitario e, quindi, immagino molto introspettivo. Come si riflette questa dimensione nel risultato finale di ogni tuo disco?
Molto! Ogni disco è una fotografia del momento storico che sto vivendo, però interiormente. Quando riascolto i miei dischi, come ti dicevo, non ricordo il momento, in cui l’ho scritto e l’ho fatto, ma ricordo com’ero in quel momento preciso. Big Saloon era una casa con una porta magica, entrando trovavi vari personaggi e cose bizzarre, psichedeliche. A due, invece, è stato un disco un po’ più dark, introspettivo, tribale. Lo dico con modestia, ma per me è proprio un disco da compositore, perché ci sono strati e strati di arrangiamenti. Dovevo buttare tutto dentro quel disco e devo dire che rimane uno dei miei dischi preferiti. È stato anche quello che mi ha dato più visibilità e mi ha permesso di fare tante cose, tanti live. Mi ha dato veramente tanto.

Poi è arrivato BioY.
Un disco più afrobeat, tutto suonato, anche quello, con tantissime percussioni. Si può dire che sia il mio disco più percussivo. Poi c’è stato Vivid, che è il mio disco più orecchiabile, ma già con l’Ep Beatitude ho rimesso in discussione tutto, perché mi sentivo pronta a farlo. È stato come se fosse una ripartenza, che mi ha portata a L’AB, un disco, a cui sono legatissima, perché è un disco premonitore, nel senso che parla di questi tempi, di quello che si vive in questo mondo, con i social, ma non da un punto di vista negativo. È un’analisi dall’interno, di un qualcosa in cui ci sto dentro pure io. Quando in Forget To Be parlo di dimenticarsi di essere, è una cosa che forse provo anch’io, perché a volte non studiamo noi stessi, non ci ascoltiamo e non capiamo chi vogliamo essere e chi vogliamo diventare. Second Life, invece, ha un testo davvero premonitore. È quasi allucinante, perché la canzone è uscita il giorno dopo che ho ricevuto la proposta di andare a suonare con Vasco Rossi e in quel periodo anche nella mia vita privata, di cui non parlo mai, purtroppo ci sono stati degli eventi traumatici, che hanno cambiato tutta la mia prospettiva. Nella vita quando cresci, anche per delle cose spiacevoli, ti cambia tutta la visuale. Second Life è questo.

Quali consideri altri brani chiave di L’AB?
Total Blank, questa tela bianca, vuoto totale, una sensazione, che secondo me proviamo di questi tempi, in cui sembra quasi diventato un comandamento il fatto di dimenticare e tante cose e avvenimenti non si storicizzano più. Anche Beautiful Nothing è un pezzo importante per la narrativa di L’AB, perché parla del “bellissimo niente”, in cui tutti ci troviamo. Una zona di comfort, dove il più delle volte è tutto apparenza e che non ci appaga veramente l’animo e non troviamo noi stessi, che siamo nel “bellissimo tutto”, non di certo nel “bellissimo niente”. C’è molto altro, ma sicuramente questi sono i pezzi chiave di un disco, a cui tengo molto.

In L’AB, come in A due, hai messo le tue iniziali nel titolo, che però tolta l’apostrofo diventa Lab, laboratorio. In che direzione hai spinto la tua ricerca sonora dopo Beatitude? Nello spazio di nove canzoni troviamo una marea di stimoli: post punk, elettronica, qualche eco beatlesiano, D&B, industrial, il tutto rigorosamente suonato… da te.
L’AB è un laboratorio alchemico. Come un artigiano – perché quello che faccio è sempre artigianato, anche se i mezzi che uso sono tecnologici, io non mi affido ad altre persone, quindi diciamo che sono sempre io l’artigiano di me stessa – ho lavorato per trasmutare una sostanza grezza in una cosa preziosa. Però, sono anche le mie iniziali, sono io, è il mio mondo interiore, quello che esamino e che voglio dire in questo momento. I testi sono come sempre in inglese, che, mi rendo conto, può non essere la soluzione più semplice per l’Italia, ma tengo molto a quello che ho scritto in L’AB, dove nulla è per caso.

In questo disco ho trovato che, più che mai, tu sia riuscita a produrre qualcosa di complesso, musica pensata in ogni minimo dettaglio, senza risultare fredda o cervellotica, ma mantenendo sempre alto il livello emotivo. È una qualità che hai cercato nella scrittura?
No, io non cerco mai niente, le cose mi arrivano e io le accolgo. In questo caso è così, perché sono così io, sono metà dark e metà solare e questa cosa si vede in tutte le cose che faccio. Però, non perdo mai la speranza, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Infatti mi piace quello che hai detto, perché è proprio ciò che forse doveva essere: un’analisi spietata, dove però alla fine c’è una soluzione, che sta nel primo brano, Insilence. La soluzione di tutto lo stato di cose, di cui parlo nel disco, è il silenzio, uno spazio in cui ritrovo me stessa. Quindi anche se ci sono i social, un mondo spietato, una realtà fredda, dove la gente si odia e non c’è amore per il prossimo, io alla fine mi salvo nel mio silenzio, nella mia meditazione. In L’AB c’è tanto amore e il messaggio è sicuramente quello di usare il cuore, più che la mente, del governare se stessi, della ricerca di sé e del diventare degli esseri un po’ definiti, non sempre in preda alle emozioni più incontrollate. Studiamo noi stessi, miglioriamoci. I nostri avi avevano delle qualità che noi non abbiamo più, vivevano molto più a contatto con la natura, col cosmo e seguivano una parte umana, che noi non seguiamo più, anzi, viene quasi derisa.

Il silenzio di cui parli, quindi, è il raccoglimento necessario per fare esplodere la tua musica?
Sì, sembra che si debba sempre essere al centro della notizia, io invece penso che per lavorare nell’arte, qualsiasi essa sia, ci vuole molta solitudine. Io ne ho vissuta tantissima e le cose più belle le ho fatte proprio nella solitudine. Non fraintendermi, io amo stare con le persone, ma quello è il momento che viene dopo, quando ho finito la mia solitudine e allora posso condividere quello che è nato con gli altri.

E che disco è L’AB da suonare dal vivo?
È un disco che sprigiona tutta la sua potenza live. Sembra molto elettronico, ma in realtà non lo è, quindi live trova una bella dimensione. È un disco rock, alla fine. Nelle prossime date lo suonerò in trio, mentre a Roma sarò con la band. Non è detto che siano sempre i soliti musicisti, perché hanno tutti i loro impegni e quando c’è un solista la band attorno può cambiare, ma mi piace che ci sia, perché questo permette di mantenere l’integrità del progetto, che va suonato così.

In estate ripartirai con il VascoNonStop Festival 2020. Nel mentre bolle in pentola qualcosa anche sul versante compositivo? Da L’AB sono passati due anni.
Non avendolo suonato per altri impegni lavorativi, in realtà, io lo sento molto nuovo e vorrei continuare a proporlo live, anche perché lo sento davvero come un disco freschissimo. Sicuramente farò uscire delle cose nuove, anche perché ne sento già io l’esigenza. Non so come o in che veste, ogni volta è un rinnovarsi, ma ci sto ragionando.

Cinzia Meroni

Foto di Luca D'Amelio

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI