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Bianco, Quattro: «Non canto di cose perse, ma della bellezza di cose passate»

Il 19 gennaio è uscito Quattro (INRI), il nuovo album di Bianco. Registrato al Superbudda Studio di Torino e prodotto da Marco Benz Gentile, Quattro – anticipato dal singolo Felice e 30 40 50 – racconta nella sua totalità la fotografia di una quotidianità semplice, ma proprio per questo serena. Abbiamo voluto farci raccontare proprio dal cantautore cosa rappresenta per lui questo lavoro.

Ciao Bianco, vorrei partire dalla domanda più banale. Hai dato a questo album un titolo molto didascalico, Quattro. Come mai?
In realtà cercavo un titolo che non indicasse un genere preciso. Inoltre non c’è nella tracklist una canzone più importante di altre, che avrei dunque potuto usare come titolo per il disco. Quattro è un titolo semplice da ricordare. Rappresenta molte cose: innanzi tutto, molto banalmente, si tratta del mio quarto album. I ragazzi della band, inoltre, sono quattro e ho condiviso con loro gli ultimi quattro anni della mia carriera. Era bello farci un regalino, per ricordarci di questo album anche negli anni a venire.

Prima di addentrarci nella tracklist, mi commenti anche questa fantastica copertina?
L’idea ce l’avevo in testa da un po’ di tempo. Prima di iniziare a scrivere le canzoni, già ci pensavo. Mi ricorda quel momento in cui vai dal barbiere per tagliare i capelli, un attimo di relax e goduria pazzesco. Mi piacerebbe trasmettere questa sensazione agli ascoltatori con queste canzoni. Far provare loro questo benessere. Giorgia Mannavola, la fotografa, e Davide Dade Pavanello, che ha curato le grafiche, hanno impacchettato tutto molto bene.

La tracklist è molto densa. Ho letto che lo definisci un album “sull’amicizia”, non in senso stretto, ma più in generale sulla bellezza dei rapporti interpersonali. Come mai?
In alcune canzoni ho scritto delle vere e proprie lettere ai miei amici. Padre, In un attimo, Ultimo chilometro sono canzoni che ho scritto per loro. Nelle altre, come La persona innamorata, emerge la ricerca di un rapporto speciale e straordinario. In realtà mi sono reso conto alla fine, dopo aver scritto tutto il disco, che il fulcro del disco erano proprio i rapporti, ma anche il modo in cui io vedo le persone che mi stanno accanto. Ho raccontato sempre di persone molto vicine a me. Oppure, se si tratta di personaggi inventati come in Tutti gli uomini, dipingo personalità che alla fine mi rappresentano. Ed è stato molto divertente creare determinati personaggi.

Ti dico la mia. Lo vedo un po’ come il tuo album “della consapevolezza”. Mi spiego: parli molto degli altri, ma vedo in te una semplice lucidità nell’analizzare cose semplicissime con un risvolto positivo. Hai tirato un po’ le somme e hai preso il bene da tutto ciò che ti circonda?
La mia fortuna o sfortuna è quella di avere una vita serena. Faccio ciò che mi piace, sono sostenuto da tutte le persone a cui voglio bene. Il dramma non lo cerco e non lo trovo. Non posso parlare di dramma. Posso raccontare di malinconia e nostalgia di cose belle che mi sono accadute e che sono one shot, quindi non ricapiteranno più. Solo per questo sono nostalgico. Non parlo di cose perse, solo di cose passate. Gli anni trascorsi dal disco precedente son stati anni belli, pieni di sorprese, di entusiasmo e passione. Sento che sto raccogliendo i frutti di quanto ho seminato in tutto questo tempo. Avevo voglia quasi di non parlare troppo di me stesso e raccontare ciò che mi sta intorno, anche perché fa parte di me. Per raccontare meglio me stesso, devo parlare necessariamente della mia cerchia. Queste persone mi permettono di star bene, divertirmi e sorprendermi.

Ascoltando l’album dall’inizio alla fine, emerge anche un consiglio. Una sorta di sottotesto. Come se dicessi a chi ti ascolta che la vita ti riempie di schiaffi, ma alla fine tutto passa.
Sì, confermo. In questi anni mi sono successe anche cose tristi, che però si sono risolte in maniera semplice. Quasi da sole. E’ un disco assolutamente positivo. Poi l’ho scritto a Ortigia: come fai a pensare a cose brutte quando hai il mare davanti? Se sei preso male in un posto del genere sei uno stronzo (ride, ndr). Anche la location mi ha aiutato a trascrivere ciò che avevo in testa in modo molto sereno. Tra l’altro, negli ultimi mesi avevo anche un altro lavoro: ero musicista, ma non autore. E questo mi ha dato una leggerezza che mi ha permesso, quando ho iniziato a buttare giù i testi, di pensare solo a scrivere. Non ho pensato a quanti ascolti potesse fare l’album o se potesse funzionare. Non mi sono neanche mai chiesto cosa potesse piacere alla gente. Un mood che è proseguito anche nella fase di registrazione in studio, senza distinzione di genere. Ce ne siam fregati. Arrivati alla fine, ci siam detti “Ok, troviamo un modo per promuovere ‘sta roba”, ma senza pensare mai al marketing.

Col tuo lavoro da musicista immagino tu ti riferisca al tour con Niccolò Fabi. Quanto ha influito questo “lavoro” nell’effettiva realizzazione di questo album?
Niccolò non ha scelto solo me, ha scelto me e la mia band. Ha scelto un suono, un ensemble. Entrare a far parte in quattro del mondo di Niccolò ci ha messo in una situazione che non era né di imbarazzo né di sudditanza. Siamo arrivati forti del nostro suono e di ciò che avevamo fatto insieme fino a quel momento. E’ stato uno scambio. Suonando le canzoni di Fabi abbiamo imparato tantissimo, sia a livello tecnico che in termini di sfumature. I suoi colori sono diventati un po’ i nostri. Stare in tour con lui, comunque, e fare tantissimi chilometri insieme, mangiare nello stesso momento, dormire nello stesso posto e con gli stessi orari ci ha reso un po’ fratelli. Le cellule si avvicinano e si assomigliano sempre di più (ride, ndr). Lavorare con lui mi ha dato tantissima fiducia ed è cambiato il mio approccio al lavoro. Mi sento più sereno, sono talmente orgoglioso di com’è venuto il disco che – se le cose non vanno a bomba – anche un grandissimo sticazzi.

Quindi stai affrontando con serenità anche le date che verranno?
Sì, certo! Abbiamo iniziato le prove e faremo entrare nella band un nuovo elemento, perché nel disco ci sono una serie di parti col synth e col piano che devono essere gestite da un’ulteriore persona. Per ora c’è stato l’InStore Tour, ma ero da solo, voce e chitarra. Mi sembra quasi sbagliato farlo, perché il disco è talmente ricco che questo modo di rappresentarlo sembra riduttivo. Però è anche un modo per far capire a chi viene ad ascoltarmi di cosa sto parlando.

I brani solo voce e chitarra hanno comunque il loro fascino.
Certo, però il live sarà molto suonato. Non vogliamo utilizzare metronomo e sequenze. Non avremo nulla in base che ci vincoli se vogliamo accelerare o diminuire la velocità.

Sei contento di avere finalmente il palco tutto per voi?
Sì, dai, è fantastico! Fare il musicista è figo perché hai un po’ di responsabilità in meno. Se non sai cosa dire tra un pezzo e l’altro puoi stare tranquillamente zitto (ride, ndr). In realtà, un po’ di responsabilità c’è: devi fare il figo per far risaltare il cantautore, però te la vivi un po’ più serenamante.

Nella tracklist c’è una canzone che definiresti più rappresentativa delle altre?
Uno dei testi più belli, secondo me, è Padre. Forse è la canzone più riuscita.

Io avrei detto 30 40 50
Forse sì, un po’ hai ragione. E’ la prima canzone che ho scritto, quindi forse mi sembra già un po’ vecchia (ride, ndr).

Bianco, le date del Quattro Tour 2018

15 febbraio: Bologna , Locomotiv Club
16 febbraio: Macerata, La Cantinetta
17 febbraio: Sulmona, Soulkitchen
23 febbraio: Santa Maria a Vico (Caserta), SMAV
24 febbraio: Roma, Monk
28 febbraio: Milano, La salumeria della musica
03 marzo: Prato, Capanno Black Out
09 marzo: Torino, Hiroshima Mon Amour
10 marzo: Brescia, Latteria Molloy – Ronzinante Festival
07 aprile: Conversano (Bari), Casa delle Arti

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