Onstage

Birthh: «La sorpresa come spinta di vita»

Il 6 marzo è uscito WHOA, il nuovo album di Birthh, nome d’arte della cantautrice Alice Bisi. Undici tracce in cui torna a raccontare se stessa e il suo mondo musicale ricco di infinite sfumature.

Ciao Alice, come stai? Inizierei dal titolo dell’album WHOA – scritto maiuscolo tra l’altro – che è un’affermazione estremamente positiva. Raccontami da dove nasce e come mai hai deciso di titolare l’album così.
Ciao! Il disco gira intorno al concetto di sorpresa come spinta di vita. Whoa è una parola che uso molto spesso in generale, inizialmente era il titolo che avevo dato alla playlist soundcloud con le demo dell’album e l’ho sempre trovato molto calzante.

Definisci la tua musica pop cosmico. Qual è la tua personalissima definizione di questo genere?
Sono molto appassionata di ciò che ha a che fare con la dimensione cosmica delle cose, è un interesse che naturalmente si riflette sui testi, ma anche sulle scelte dei suoni in produzione. Pop cosmico perché penso che comunque quello che faccio sia pop, per quanto destrutturato.

A livello sonoro è un album interessantissimo e ho letto che lo hai creato in pratica nella tua cameretta. Mi racconti come nascono musicalmente le tue canzoni e come le sviluppi, visto che è stato ultimato a New York con Lucius Page e LB?
Negli anni mi sono costruita uno studio in camera, ha tutto quello di cui ho bisogno per poter scrivere e produrre un brano dall’inizio alla fine. Tutta la stesura delle demo è avvenuta lì, in quello che nel booklet chiamo JELLO studios, giusto per darmi un tono. Sentivo però l’esigenza di avere una prospettiva esterna per rendere i brani più intelligibili e puliti, così ho contattato Lucius e abbiamo trascorso dodici giorni al Quad di Manhattan ri-registrando voci, chitarre e aggiungendo synth sulle tracce dei miei progetti logic originali. È stato proprio Lou che mi ha presentato LB, con lui ho lavorato due settimane ai mix del disco, ho imparato tantissimo e lo considero un amico fraterno. Ha le orecchie più incredibili con cui io abbia mai avuto a che fare.

Leggo in varie interviste che ascolti molto il cantautorato italiano e artisti come Frank Ocean, ma a me il tuo stile ha ricordato molto il dream pop di Emiliana Torrini o artiste femminili come Yael Naim e Birdy… in che modo i tuoi ascolti hanno quindi influenzato il tuo ‘metodo’ di creazione?
È un processo sempre inconscio, in generale cerco di non farmi influenzare tanto nel metodo ma nella spinta che certi artisti come Frank Ocean hanno nel cercare sempre di trovare modi nuovi per comunicare fregandosene dei manierismi.

La prima domanda sui testi, invece (forse scontata) è come mai hai scelto l’inglese.
Parlo inglese da quando sono piccola, non è stata una scelta ma una spinta naturale, mi piace l’idea di poter raggiungere più persone possibili e mi trovo più a mio agio a scrivere in inglese. Quando si parla di scrittura poetica (quindi non in prosa) ho più padronanza della lingua in inglese rispetto all’italiano.

Parli chiaramente di ‘ansia generazionale’, dell’incapacità a volte di mettersi a fuoco e trovare il proprio tempo. Pensi che magari chi ti ascolta possa trovare un po’ di pace?
Questa è la speranza senza dubbio, non sentirsi soli nel proprio disagio e nella propria ansia a me aiuta molto e spero di poter fare lo stesso.

Nello stesso tempo, definisci Ultraviolet il tuo brano preferito ed è un brano sereno, devo dire. Come mai ti piace (curioso poi che sia l’unico featuring dell’album)?
Sono molto fiera del beat di Ultraviolet e penso che Ivy abbia scritto una delle strofe più belle di tutto il disco.

Mi riallaccio a quello che canti in Ultraviolet per chiederti se nella copertina stai saltando, volando o cadendo.
Tutte e tre allo stesso tempo!

In questo album ci sono anche canzoni che avevi nel cassetto da un po’ e che hai tirato fuori per l’occasione. Come vedi tutto questo? Nel senso, ti senti comunque cambiata quando le riascolti o pensi di ‘girare in tondo’?
Mi sento molto cambiata al punto tale da non sentirlo come lo stesso brano, elephants sing backwards di 7 anni fa è una canzone diversa da quella in WHOA perché io sono una persona totalmente diversa.

Ultima domanda sui live: quanto è importante per te la dimensione dal vivo e cosa ti piace di più del rapporto con il pubblico quando ti esibisci?
Suonare live è in assoluto la cosa che amo di più del mio lavoro oltre a produrre e mi manca tantissimo. È bello perché di fatto un concerto è un’esperienza condivisa, non è solo suonare i brani che hai scritto, li devi adattare, ogni pubblico ha un’energia diversa e si deve essere pronti a cercare di comprenderla e entrarci dentro.

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