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Glenn Hughes: “Avevamo bisogno di rimetterci in gioco”

Diciamoci la verità, i Black Country Communion (Glenn Hughes, Jason Bonham, Joe Bonamassa e Derek Sherinian) erano sembrati un semplice fulmine a ciel sereno, il progetto che aveva definitivamente fatto capire al mondo che i cosiddetti supergruppi, grande moda del nuovo millennio, ma in realtà uno dei sogni ricorrenti di questi sessantanni di rock, fossero realmente possibili. E, soprattutto, che potessero sfornare album anche migliori della somma dei loro componenti.

Poi, inesorabile, un finale che sembrava lasciar davvero pochissimo spazio ai sogni, prima del ritorno attuale, tanto inaspettato quanto necessario. Il rischio più grosso? Appoggiarsi a quanto di grande fatto nei primi album, lasciando il ruolo di songwriter ad un pilota automatico, per quanto di classe. Invece, supportati da una sezione ritmica micidiale e dal chitarrista più prolifico del nuovo millennio, i quattro paladini del classic rock sono riusciti a ripetere il miracolo, anche grazie ad un Glenn Hughes che non finisce mai di stupire.

Glenn, ogni volta lo stesso discorso di ogni volta. Come fai a non perdere mai un colpo? Considerando anche la vita che hai condotto per lungo tempo.
Ci sono cose che sono inspiegabili. Ho perso così tanti amici nel tempo e spesso erano persone che non si erano mai avvicinate nemmeno ad una sigaretta nel corso della loro vita. Io ho avuto diverse possibilità per rialzarmi e nella maggior parte dei casi ho voltato la testa dall’altra parte, fino a quando sono stati gli altri a voltarla a me. Quello ha fatto più di tutto il resto, più del vedere come fossi ridotto. Ho capito che sarei stato solo e che probabilmente ci sarei anche morto, che è una delle cose più tragiche che possano capitare ad un essere umano. Quello che ho cercato di fare è stato restituire un po’ di cose alle persone a cui avevo fatto del male: quello credo mi abbia fatto molto bene, da ogni punto di vista. Poi, non ti nascondo che qualche colpo lo perdo, ma ho imparato ad accettarlo.

In effetti, il nuovo album sembra il prodotto di un artista che ha preso pienamente coscienza di sé stesso e la sensazione è che anche i tuoi compagni stiano vivendo un momento simile.
È questo uno dei motivi per cui ci siamo ritrovati. Ognuno di noi in ha avvertito l’esigenza di rimettersi in gioco, spronati anche dalle continue richieste della gente. Ad un certo punto ognuno di noi si è fatto la stessa domanda: perché lasciar morire tutto quello? L’unica cosa che ci siamo giurati è la volontà di non perdere mai la dignità, di non fare cose di cui anche solo uno di noi non fosse pienamente convinto. È una delle cose belle dell’invecchiare: quando non devi più dimostrare niente puoi davvero fare ciò che vuoi. Se quello che produci è orribile è bene rimanere a suonare in salotto quando ci si vede, se invece la qualità è quella che compete a una cosa del genere, perché non ripartire?

Avete la sensazione di essere l’ultimo grande gruppo di rock classico sul pianeta?
Sicuramente l’ultimo in quanto a nascita, visto che gli altri che vengono definiti tali esistono da più tempo. Comunque sì, questa è un’altra cosa che ora abbiamo veramente compreso e la cosa non ha inficiato sulla fase di songwriting: il rischio era quello di comporre dieci pezzi prodotti e suonati magnificamente, ma incapaci di emozionare. Invece la musica dei Black Country Communion è da sempre connotata di una fortissima carica emotiva, che nasce dall’unione dei miei testi e dal genio di Joe. Non so se sia il nostro album migliore, ma posso dirti che credo che alcuni dei testi migliori della mia carriera li abbia scritti per gli album con loro, senza dubbi.

Perfetto, abbiamo evitato la pericolosissima trappola del disco più bello di sempre, ma se dovessi descriverlo brevemente, come lo faresti?
Sicuramente si tratta dell’album più epico che abbiamo composto, di questo siamo tutti convinti. Tutte le tracce trasudano un’epicità che nei capitoli precedenti era chiaramente presente, visto che è una delle nostre cifre stilistiche, ma non in questa quantità. È davvero come se fossimo riusciti a concentrare in un solo album tutta l’essenza di questo gruppo, che fin dal principio ha dimostrato di funzionare molto bene come entità, ma che non aveva mai toccato certi livelli. Credo davvero che per un po’ di mesi questo possa essere il progetto principale per ognuno di noi, poi vedremo che fare, in base a tutto quello che succederà.

L’onda lunga della morte di David Bowie si fa ancora sentire sul mercato discografico: gli omaggi continuano a fioccare, così come i ricordi di chi l’ha vissuto. Tu sei uno di questi e in molti magari non ne sono a conoscenza.
Sì, le nostre strade si sono incrociate in uno dei periodi più folli della vita di entrambi. Lui venne a vivere a Los Angeles, uno dei luoghi più pericolosi per una giovane star mondiale con grandi disponibilità economiche e una tendenza all’autodistruzione. Ci trovavamo entrambi in un periodo artistico fondamentale, arrivavamo da grandissimi successi che, tuttavia, ci avevano ridotto al limite umano. Lui venne a stare a casa mia e il feeling fu immediato e, in principio, aiutato non poco dalle insane abitudini che condividevamo. Ho letto spesso che quella per lui non fosse stata una scelta proprio assennata, ma nulla aveva a che fare col senno ai tempi. Vivevamo a velocità che oggi mi sembrano impensabili, pur avendole vissute in prima persona. In genere, del suo periodo a L.A. si ricordano proprio le stramberie al limite della schizofrenia o cose del genere, proprio lo stesso genere di roba che riguarda anche la mia di biografia. In realtà, io ricordo un uomo sensibilissimo, dotato di un’umanità rara, supportata da intuizioni geniali. La sua vita successiva, artistica e non, l’ha pienamente dimostrato.

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